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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Tutto per niente…

Un popolo ha il diritto di pagare caro un sogno: una rivoluzione, l’instaurazione di una nuova religione, una grande conquista territoriale, il crollo di un ordine costituito, il tentativo di fondarne un altro, magari anche un’utopia tecnologica…
Sono i momenti grandiosi e terribili della storia. E’ successo mille volte. E succederà ancora.
Non è il caso dell’Italia. Qui rischiamo di pagare caro un mediocrissimo, miserabile sogno di potere di alcuni, senza alcuna intrinseca grandiosità, che diventerà l’incubo dei più: anch’esso, senza alcuna grandiosità. Non avremo nemmeno la soddisfazione di avere vissuto un momento magico, magari anche tragico, ma unico.
No, sarà stato tutto per niente. Neanche la soddisfazione di poter dire un giorno: “io c’ero…”

Usare le mani: il sapere dell’esperienza, la bellezza del fare

Lo diciamo spesso, a titolo di merito: l’Italia è la seconda manifattura europea, e il Nordest in essa ha un ruolo decisivo. Forse pensiamo meno a quello che letteralmente significa. Mani-fattura, manu-fatto: fatto a mano. Anche quando non lo è proprio del tutto, quando si tratta in realtà di un prodotto industriale, ma curato come fosse un pezzo unico. Sinonimo di qualità, di attenzione, di carattere, di personalità. Come quando, a proposito di calligrafia o di pittura, diciamo che si riconosce la mano dell’artista. Continua a leggere

Sicurezza e integrazione: le contraddizioni del decreto Salvini

Espulso un richiedente asilo spacciatore a Treviso: e altri sono pronti per il medesimo destino. Il segnale per la pubblica opinione – certamente apprezzato – è chiaro: se chiedi asilo in un paese, e sei da questo transitoriamente mantenuto, non lo tradisci, poi, facendo il delinquente. Ed è giusto che, se lo fai, tu venga rispedito da dove vieni. Inoltre, l’espulsione può funzionare da deterrente per altri richiedenti asilo tentati di percorrere una facile scorciatoia.

Non cambia niente, invece, rispetto allo spaccio. Nella percezione comune, meno spacciatori può significare più sicurezza. Ma gli uni sono facilmente sostituiti dagli altri. Ad andare dentro e fuori le patrie galere (troppo spesso, e troppo presto fuori, anche quando dovrebbero stare dentro) sono delinquenti e spacciatori italiani e stranieri. In quanto delinquenti, non per la loro provenienza: a causa di un sistema farraginoso e inefficiente, che spesso non tutela davvero l’ordine pubblico. In questo senso, che lo spacciatore in questione subito rilasciato a piede libero sia italiano o straniero, non cambia nulla: è il sistema che è sbagliato. Con l’espulsione degli stranieri, lo miglioriamo? No, resta lo stesso: eliminare gli stranieri, espellendoli, non cambia nulla. Loro sono solo, da qualche anno a questa parte, i sostituti degli italiani nell’ultimo anello dello spaccio: quello più visibile, a maggiore rischio di essere beccati. Immaginiamo non ci fossero più – nemmeno uno: niente più spaccio? Neanche per idea, finché la domanda (di italiani, in maggioranza) non calerà. Semplicemente verrebbero ri-sostituiti da italiani, preferibilmente minori, più difficilmente imputabili. Risolto il problema, dunque? Purtroppo, no. Il problema dell’integrazione ha altre logiche, che richiederebbero altre iniziative.

E’ un problema che si ripropone su un altro piano, a scala ben maggiore. Prendiamo un altro effetto, molto pubblicizzato, del decreto Salvini: la drastica diminuzione della spesa pro capite pro die per i richiedenti asilo, ovvero dei finanziamenti erogati a favore degli enti che se ne occupano (che, lo ricordiamo, lo fanno al posto dello stato, che non lo fa, mentre sarebbe compito suo). Passiamo dagli attuali 35 euro al giorno a 25 o addirittura 19, come si sostiene nelle stime più ottimistiche: il minimo europeo, probabilmente. Poiché le spese di vitto e alloggio sono di fatto incomprimibili, cosa si taglierà? I corsi di italiano, la formazione professionale, l’inserimento lavorativo, i mediatori culturali, gli educatori: ovvero, le politiche di integrazione. Risultato certo? Meno integrazione. Conseguenza probabile? Meno sicurezza, più conflitti. Perché la sicurezza è data precisamente dalla condizione di regolarità e dall’efficacia dei processi di conoscenza e integrazione (abbiamo precedenti chiarissimi, in proposito: per qualche tempo i rumeni sono stati al vertice degli indicatori di criminalità. Dopo l’ingresso nell’Unione Europea, e l’ottenimento della libera circolazione della manodopera, gli indici di devianza sono precipitati. Vuol dire che il tasso di criminalità non era dovuto all’essere rumeni, e nemmeno all’essere stranieri, ma all’essere irregolari). Ed è un investimento, non una spesa improduttiva: ripagato rapidamente con le tasse ottenute dal lavoro regolare. Perché buttarlo via?

Non è un problema di schieramenti politici. Le scelte sono del governo attuale, ma il disastro di un’accoglienza gestita malissimo, senza progetto e senza controlli, è eredità dei governi precedenti: il disastro viene da lì. Il problema è decidere come ne usciamo. Non basta trovare un capro espiatorio: serve un progetto. Vogliamo più sicurezza? Sì. La risposta è più integrazione? Sì. E allora lì si deve lavorare: favorendola, non rendendola più difficile. Altrimenti pagheremo domani il prezzo del problema che non abbiamo voluto affrontare oggi. E il conto sarà molto più salato.

Integrare per essere più sicuri, in “Corriere della sera – Corriere Nordest”, 11 novembre 2018, editoriale, p. 11

Un mondo senza figli?

Senza figli

2 novembre 2018

di Stefano Allievi. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

Un’umanità senza figli è un’immagine al limite dell’impensabile: se non si riproduce, una specie si estingue. Eppure non è del tutto paradossale. Basta leggere qualche segno tra quelli che abbiamo intorno, almeno nelle società ricche, per accorgercene.

L’invecchiamento della popolazione, per esempio. Che non è tale solo per i progressi della medicina, che allontanano a poco a poco la morte dal nostro orizzonte persino cognitivo, e nel frattempo ci fanno vivere meglio. È che proprio di figli ne facciamo sempre meno.

E non solo perché costano: certo, si potrebbero attivare politiche in favore delle famiglie (incentivi economici, deduzioni di spese e detrazioni fiscali, servizi, a cominciare dai nidi, e una diversa articolazione dei contratti e del mercato del lavoro). In altri paesi hanno anche funzionato.

Resta il fatto che il dato non è solo economico, ma più profondamente culturale. Non a caso a fare meno figli sono i paesi più ricchi, rispetto a quelli più poveri: e, all’interno degli uni come degli altri, sono sempre i più ricchi a riprodursi di meno. Risultato? L’inversione (quasi) della piramide demografica, o almeno la sua trasformazione in una specie di botte: più larga al centro e nella fascia medio-alta (nelle età più mature), e più piccola in basso. Un dato che non ha quasi precedenti nella storia, almeno non per cause naturali.

Già oggi, in alcune regioni d’Italia, ogni due persone con più di 65 anni ce n’è una sola con meno di 15. Per limitarci alla forza lavoro, in questo momento per ogni 3 lavoratori attivi ci sono 2 pensionati: ma nel 2050 saranno 1 contro 1 (letteralmente).

E rischierebbe di aprirsi un conflitto generazionale che, se fosse consapevole (ma non lo è), potrebbe far impallidire i conflitti tra classi, o quelli tra destra e sinistra. Una delle principali fratture sociali sta proprio lì: ma, appunto, è poco percepita nel dibattito pubblico, e soprattutto i vincitori sono già noti.

A meno di svolte epocali, anche di metodo di conduzione della lotta politica, gli anziani sono di più, e hanno una maggiore propensione al voto. Inevitabile, in una democrazia i cui orizzonti si accorciano sempre di più (le prossime elezioni, non le prossime generazioni), che si privilegino loro e i loro interessi. Sta già accadendo, no?

Ma a parte la sostenibilità del sistema pensionistico, e l’ineguaglianza nell’allocazione delle risorse (aprire un nuovo reparto geriatrico o una patologia neonatale? Finanziare le pensioni o le borse di studio universitarie? Gli anziani non autosufficienti o i mutui per le giovani coppie? La risposta è già scritta nei numeri), abbiamo veramente idea di cosa significhi una società in cui prevalgono numericamente gli anziani?

Non sono loro, di solito, a produrre l’innovazione, le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche, le start up, gli investimenti, le nuove mode, le nuove imprese: il loro orizzonte è più breve, segnato com’è dalla maggiore vicinanza e consapevolezza della fine. Anche se, va detto, oggi si è molto più vitali e in salute, a parità di età, rispetto al passato: e quindi la fase creativa della vita si allunga.

Ci sono poi altre svolte in corso. L’idea di riproduzione si è staccata (o può farlo) da quella di famiglia, e di sessualità: il concepimento artificiale, la maternità surrogata, e altre pratiche per ora di frontiera aprono scenari inediti e ulteriori cambiamenti culturali. Già passare al figlio unico aveva fatto perdere di realtà concetti fondativi della vita sociale moderna, come quelli di fraternità e sorellanza: che per i nuovi nati privi di compagnia familiare non significano più nulla.

Certo, il mondo è largo: ci sono le migrazioni, che potranno compensare la mancanza di bambini e giovani. Sapendo che c’è una generale tendenza all’integrazione che porta ad adeguarsi ai costumi dominanti. E poi presuppongono un mondo aperto, che non sembra nelle corde dell’oggi. Innovazione tecnologica e intelligenza artificiale ci daranno poi una mano in molti modi: umanoidi e replicanti potranno farci compagnia.

Ma è bene almeno sapere che si può andare verso una utopia felice, o una distopia alla Ballard.

E in questo momento è difficile prevedere quale possa essere più probabile.

[pubblicato su Confronti 11/2018]

Perché il Veneto non fa notizia?

Come in altre occasioni, le disgrazie metereologiche e idrogeologiche capitate al Veneto ci hanno messo tre giorni ad arrivare all’attenzione della stampa nazionale con il dovuto rilievo. La sensazione di una certa marginalità – questione di pesi e misure differenziate – fa masticare amaro, ancora una volta. Anche nel dolore, sembra di contare meno: le barche di Rapallo e la strada di Portofino hanno colpito l’immaginazione nazionale prima e più delle foreste devastate, delle strade mangiate dall’erosione o invase dalle frane, delle intere vallate isolate, delle decine di migliaia di persone senza luce e riscaldamento, della stessa eccezionale acqua alta di Venezia (tanto lì ci sono abituati, si sarà pensato…). Continua a leggere

L’Italia, l’Europa e la Russia: il rischio di un cambio di alleanze

Da paese fondatore dell’Unione Europea e atlantista ad oltranza, a paese anti-europeista e filoslavo. La Russia come patrono e protettore al posto degli Stati Uniti. E insieme, le due superpotenze anticamente nemiche, contro l’Europa, che entrambe vogliono indebolire: con l’Italia, anello debole in ogni caso (dell’Europa, dell’alleanza con gli Stati Uniti in chiave anti-europea, ma anche di un’eventuale alleanza con la Russia allo stesso scopo), che si presta a un gioco altrui. Continua a leggere