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Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


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Il sindaco e la bambina: quando gli adulti perdono la bussola

Il caso della bambina di Minerbe a cui è stato dato tonno e cracker invece del pranzo in mensa con gli altri suoi compagni, come ‘punizione’ indiretta ai genitori che erano in arretrato con i pagamenti, si presta a qualche riflessione, anche al di là del merito della vicenda.

Il merito non è ovviamente che ha mangiato tonno e cracker: così togliamo l’alibi cretino che in fondo altri non hanno nemmeno quello, come pure qualcuno si è premurato di dire – quasi fosse comunque una concessione o un immeritato regalo. Se tutti avessero mangiato tonno e cracker, magari perché quel giorno non è riuscito ad arrivare il camioncino con i pasti, o la cucina era inagibile, avrebbe potuto perfino essere un divertente cambiamento di abitudini.

Il merito non è nemmeno che il sindaco sia leghista e la bambina figlia di residenti marocchini: così togliamo anche l’alibi del razzismo. Il sindaco avrebbe potuto essere di Forza Italia, del Partito Democratico o del Movimento 5 Stelle. E la bambina avrebbe potuto essere italiana. Vogliamo ipotizzare, e sperare, che il sindaco avrebbe agito allo stesso modo, con lo stesso pugno di ferro (perché altrimenti, sì, sarebbe effettivamente razzismo, o per essere gentili xenofobia, che all’atto pratico è la stessa cosa – una discriminazione sulla base dell’appartenenza etnica o della cittadinanza, o magari della religione). Ma almeno sgombriamo il campo dalle argomentazioni contrapposte di chi accusa tutti gli immigrati di essere degli scrocconi, e di chi accusa tutti i leghisti di essere, appunto, razzisti – argomentazioni entrambe diffuse, indebite come tutti i pregiudizi e le generalizzazioni, ma che sicuramente possono, entrambe, portare dei casi a supporto.

No, il problema è che qui il merito è proprio un altro: le questioni precedenti sono per così dire solo rafforzative. E’ che di fronte a un problema relativamente banale e antico quanto il mondo (nella fattispecie: qualcuno che non paga il dovuto, perché non può o non vuole, a fronte di altri che lo fanno) la sola soluzione che viene in mente a un primo cittadino, che è la testa e la bocca della città che rappresenta, e pro tempore anche la guida morale di una comunità (più o meno) civile, sia quella di attivare un comportamento appunto discriminatorio e, dato che si parla di bambini, terribilmente infantile (mancava giusto aggiungerci un bel “cicca cicca” per completare il quadro). E che molti concittadini, e sicuramente molti altri, lo difendano e lo giustifichino.

E’ questo che dà da pensare: e, davvero, che la discriminazione sia fattuale – peraltro lo è – o solo simbolica, e di entità grave oppure modesta, è proprio l’ultimo dei problemi, e non dovrebbe nemmeno essere argomento di discussione. Resta una discriminazione.

Dà da pensare in molti ambiti: dallo scadimento del livello del dibattito pubblico (dai leoni da tastiera dei social alle schiere di commentatori e giornalisti lesti a difendere l’indifendibile), al terribile crollo della qualità del ceto politico anche locale, sempre più fortemente composto da personale di imbarazzante impreparazione e sorprendente (mancanza di) tensione morale – che ci piacerebbe chiamare col suo sobrio e antico nome di senso civico.

E’ questo l’insegnamento vero della vicenda di Minerbe, e di tante, troppe altre che si stanno ripetendo con inquietante frequenza in altre località della penisola, e spesso purtroppo nei nostri paraggi. Ciò che avrebbe trovato il modo e la saggezza di risolvere, per altre vie, un assistente sociale al primo anno di tirocinio, o una qualunque persona con un minimo di senso civico e desiderio di buongoverno della cosa pubblica, finisce per essere oggetto di una sciocca ripicca, che va a incattivire ulteriormente le schiere contrapposte del pubblico dibattito. Senza peraltro risolvere alcun problema; anzi, accentuando i conflitti già presenti nella società.

La lezione immorale del sindaco, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 10 aprile 2019, editoriale, p. 1

La retorica della cittadinanza

Quando la politica si riduce a retorica non può che produrre risultati maldestri. Se poi la retorica (che dopo tutto presuppone il ben scrivere e parlare) è di qualità mediocre, si riduce a chiacchiera deteriore: frasi fatte, appelli ai buoni sentimenti, desiderio conformista di intercettare consensi. Continua a leggere

Tentata strage sul bus: le parole per dirlo, le domande da farsi

Ieri sono intervenuto a caldo: con quanto segue, pubblicato nel mio blog sul Corriere del Veneto.

E’ terrorismo, perché voleva seminare il terrore.

E’ razzismo, perché uno con la pelle di un colore voleva fare fuori dei ragazzini con la pelle di un altro colore. Continua a leggere

Dopo Christchurch: Le parti invertite del terrore

Christchurch: che tristezza, un nome così, per una strage di musulmani in moschea… Ma è un’ironia che non dispiacerebbe al suo autore, e forse perfino inconsapevolmente cercata. Lui, che nel suo improbabile pantheon ha messo di tutto: perfino il doge veneziano Sebastiano Venier, o il condottiero Marcantonio Bragadin, di cui probabilmente tutto ignora, salvo forse il fatto che è stato martirizzato dai Turchi. Questi rimandi alla storia lontana, come alla contemporaneità, a terroristi anti-islamici come Anders Breivik e delinquenti xenofobi come Luca Traini, o a vittime innocenti del terrorismo islamico in Europa, poco ci spiegano, tuttavia, di quanto accaduto, e ancora meno sono in grado di spiegare le ragioni – per quanto di ragioni si possa parlare – di una voglia di rivincita identitaria contro innocenti e pacifiche famiglie musulmane che stavano pregando, portata fino alla strage. Continua a leggere

E adesso ce l’hanno coi gretisti…

Adesso la polemica sarebbe sui gretisti o, peggio, sui gretini. Continua a leggere

Noi e gli stranieri: come abbiamo potuto diventare così?

La notizia è in sé – purtroppo – banale. Un fatto di cronaca come tanti: un automobilista che investe e ferisce gravemente dei pedoni. Aggiungiamoci qualche aggravante: l’automobilista investitore era palesemente ubriaco, e stava scappando da un posto di blocco; e gli investiti erano una famiglia che si stava mangiando un gelato – il ferito più grave è un bimbo di pochi mesi, sbalzato dal suo passeggino e finito violentemente a terra (mentre scriviamo, sappiamo solo che gli è già stata amputata una gamba, e del resto non si sa). Infine, i dettagli di contorno, che rendono la notizia più morbosamente accattivante: nazionalità e caratteristiche di investitore ed investiti – che è quello che veramente ci interessa. Perché, ammettiamolo, ormai le cose funzionano così: che mezza Italia, o forse un po’ di più, di fronte a una notizia come questa, spera che l’investitore sia straniero, per poter legittimare la propria rabbia o il proprio schietto odio nei confronti degli immigrati; e l’altra metà, o forse un po’ di meno, spera che non lo sia, per evitare che il fatto diventi l’ennesimo episodio di una campagna anti-immigrati già anche troppo aperta ed esplicita. Nel caso di specie c’è un ulteriore piccante dettaglio: l’investitore non solo è italiano, ma è un militante venetista, un po’ xenofobo e sostenitore di politici xenofobi quanto è opportuno in quegli ambienti; e gli investiti sono una famiglia di pacifici immigrati albanesi ben integrati. Ciò che ha consentito a una parte della seconda metà scarsa di italiani di stigmatizzare e in qualche modo di godere dell’inaspettato rovesciamento di prospettiva rispetto alla narrazione anti-immigrati dominante. Continua a leggere