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Da Capaci a Manchester, passando da casa

Ieri sera, guardando la TV, mia moglie ed io cercavamo di spiegare a nostro figlio Alessandro, 11 anni, la strage di Capaci, Falcone e Borsellino, che cos’è un eroe civile, e che cos’è, da dove viene, la violenza che li ha abbattuti, insieme ad altri servitori dello stato, che li proteggevano.

Ne parlavamo, avevamo le parole per dirlo: e lui capiva.

Stasera faremo più fatica a dare un senso alle nostre parole. A spiegare perché, come, bambini poco più grandi di lui sono morti, uccisi da una violenza senza senso, senza interessi da proteggere, nemmeno loschi, senza ragioni, nemmeno malvagie.

Mi direte che tutti i giorni, in Siria, in Iraq, in posti ancora più lontani dall’Europa, muoiono bambini, e adulti, nella stessa maniera insensata, vittime di armi simili, di comportamenti simili, di violenza simile. E avrete ragione.

Mi direte che tutti i giorni, ovunque nel mondo, bambini, e adulti, muoiono di fame, di un lavoro troppo più grande di loro, di fatica, di cattiveria, di tortura. E avrete ragione.

Mi direte che da noi, nel silenzio, senza sufficiente emozione, per molti anni, e ancora oggi, bambini, e adulti, morivano e muoiono per la violenza delle mafie, nelle strade delle camorre, nelle vendette trasversali delle ’ndrine. E avrete ragione.

Mi direte che anche noi abbiamo vissuto violenze e stragi terroristiche insensate, che colpivano innocenti. Tutti i giorni, rientrando da scuola, passavo per piazza Fontana. Altri saranno stati nei paraggi di piazza della Loggia, della stazione di Bologna, su un treno che faceva lo stesso percorso dell’Italicus, o magari su un volo che passava nei cieli di Ustica. E avrete ragione.

Mi direte che in fondo si muore senza ragione, a tutte le età, nelle strade, nei pronto soccorso, nei reparti dei malati terminali, peggio se pediatrici, e anche lì è difficile spiegare, anche lì non ci sono ragioni. Perché lui, perché non io, perché suo figlio, perché non mio figlio. E avrete ragione.

Mi direte tutto questo. E vi darò ragione. Eppure oggi, anche io, che di queste cose mi occupo, da anni, cercando di spiegare a mio figlio, farò fatica a trovare le parole.

Le parole che non troverò, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 maggio 2017, editoriale, p.1

Le norme e i valori: la sentenza sul kirpan

Una sentenza della Cassazione ha vietato l’utilizzo del Kirpan, un pugnale portato alla cintura dai sikh come simbolo di lotta contro l’ingiustizia. Il Kirpan è considerato dai sikh un simbolo e un obbligo religioso, parte delle 5 K della religione sikh: le altre sono Kesh, i capelli lunghi raccolti in un turbante portato obbligatoriamente dagli uomini, Kangha, il pettine di legno per raccogliere i capelli in modo ordinato, a differenza della crescita libera e disordinata degli asceti induisti, Kara, un braccialetto di ferro che rappresenta il controllo morale nelle azioni e il ricordo costante di Dio, e Kacha, delle sottovesti di tipo allungato simbolo di autocontrollo e di castità. Continua a leggere

Sbarchi: nessuno è innocente

Di fronte all’aumento degli sbarchi, e alla difficoltà evidente di gestire il fenomeno, è partita una dura polemica sul ruolo delle organizzazioni non governative che salvano i migranti in mare. Ma forse è il caso di fare un passo indietro e allargare lo sguardo: perché su questo tema nessuno, ma proprio nessuno, è innocente. E le conseguenze di quanto accade al largo delle coste libiche riguardano tutti, dato che ricadono, alla fine, sui territori. Continua a leggere

Il burkini come metafora – recensione

In anteprima sull’uscita in libreria, che avverrà il 18 maggio, la prima recensione…

corriere del veneto, 12 maggio 2017

IL SAGGIO

Il burkini come metafora dell’Islam
Allievi e le vie della convivenza Continua a leggere

Con gli altri, non contro: cosa vuol dire veramente competere

Competere è parola declinabile in diversi modi. Il verbo fa riferimento, in primo luogo, al gareggiare, allo sfidarsi, al misurarsi con qualcuno o qualcosa, nello sport come in economia, in guerra come in amore. Ma ha anche un altro significato, diverso, seppure riconducibile al precedente: la competenza è ciò che ci appartiene di diritto, ciò che ci siamo conquistati legittimamente (gareggiando, sfidando, misurandoci, appunto), ciò che ci spetta – non a caso la si chiamava anche la spettanza, in passato, ed era un equivalente di compenso, di retribuzione. C’è poi un terzo significato importante, e ugualmente collegato ai precedenti: ha competenza chi conosce, chi sa, chi ha esperienza, cultura o altre qualità che rendono una persona, appunto, competente in un determinato ambito. Da questo significato ne deriva infine un altro, che ha a che fare con l’esercizio del potere: non a caso, nel linguaggio politico, militare, giuridico, si fa riferimento alla sfera di competenza all’interno della quale un funzionario, un ufficiale, o un magistrato esercita legittimamente il proprio ruolo. Continua a leggere

Legittima difesa: norme condivise, o meglio niente

La questione della legittima difesa è divisiva, e mette in campo modi profondamente diversi di concepire la vita sociale. Tanto è vero che – anche solo limitandoci alle democrazie liberali – troviamo posizioni agli antipodi. Da un lato quella statunitense, per la quale il diritto a possedere un’arma e a farsi giustizia da sé è profondamente radicato nella cultura condivisa (dalla sacralizzazione dell’arma insita nel motto “la Bibbia e il fucile” all’immaginario hollywoodiano – con la conseguenza che gli Stati Uniti sono il paese occidentale che vanta il non invidiabile record del maggior numero di morti per arma da fuoco); dall’altro quella, opposta, della democrazia inglese (quella che il liberalismo l’ha inventato e praticato più conseguentemente, e l’ha insegnato a tutto l’occidente), contrarissima a questa pratica e restia persino ad armare i poliziotti, gli amati bobbies di quartiere (solo il 4,4% dei poliziotti inglesi è armato). Continua a leggere