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Senza passato: la presentificazione degli orizzonti

Senza passato?

31 Maggio 2019

di Stefano Allievi. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

Complice anche lo sviluppo tecnologico e l’imperativo del rimanere sempre connessi, siamo sempre più proiettati in una dimensione in cui l’attesa è abolita. Con un presente che si brucia nell’istante, muta anche il rapporto che si ha con il passato (e il futuro). Ma come sarebbe il mondo se… Continua a leggere

Politica a nordest: lezioni dal voto

La Lega consolida e travolge: il Veneto è la regione più leghista d’Italia. Ormai è, semplicemente, il potere. In tutte le sue dimensioni. Beneficiando quindi anche dell’effetto di adeguamento, di conformismo anche un po’ forzato, che determinano tutte le situazioni di potere non contendibili: ovunque e sempre, che si trattasse della DC nelle regioni bianche o del PCI in quelle rosse. Provate a essere un sindaco di centro-sinistra in un paesino del Veneto, o leghista in Toscana: tutto, inevitabilmente, diventa più difficile, anche solo ricevere un piccolo finanziamento o la collaborazione a un progetto. La gente – e soprattutto gli operatori economici, e le burocrazie – lo sa, e spesso si adegua. Continua a leggere

Perché votare (nonostante tutto)

“E’ stata la peggiore campagna elettorale di sempre”. Da che ho memoria, almeno. Questa frase mi sembra perfettamente descrittiva di quanto è successo in queste settimane. Salvo che, riflettendoci, mi è venuto in mente di averla già pensata, e forse anche già scritta, la scorsa campagna elettorale. E rischio di pensarla, e scriverla, la prossima.

Trovo, qui, un segno dei tempi: esplicativo di una tendenza lunga. Che potremmo definire così: decadenza tendenziale della qualità della democrazia. E quindi sua perdita di significato. Più forte anche, come segnale, più decisivo ed incisivo, del calo nel numero di votanti, che pure è già, e già da tempo anch’esso, un campanello d’allarme invano suonato da percentuali sempre più ampie di elettori potenziali, non motivati ad essere elettori fattuali.

Non solo – come sempre in Italia – pur essendo elezioni europee, di tutto si è parlato fuorché di Europa. Non solo la qualità dei candidati pare in continuo tracollo: e all’insipienza si assomma in maniera più visibile che mai l’ignoranza – vera, patentata, misurabile, persino ostentata senza vergogna. Non solo, come inevitabile conseguenza, il livello del dibattito si è svilito, e le stesse parole usate si riducono a un repertorio linguistico limitato e primitivo: le poche parole a disposizione di chi esce da una scuola dell’obbligo malfatta, e da allora non ha più ripreso in mano un libro, arrendendosi all’analfabetismo funzionale. Non solo, quindi, non c’è alcuna capacità di visione, di immaginare orizzonti: perché i limiti del pensiero sono i limiti del linguaggio che si ha a disposizione. Ma tutto si riduce a mossette, a battutine, a polemicuzze, a frasette presunte ad effetto. Zero confronti tra i candidati: che li costringerebbero almeno ad articolare il proprio pensiero (il segnale forse più inquietante, dal punto di vista della sostanza della democrazia: eppure, in questo paese, pronamente accettato come un dato, sia dal giornalismo che dalla pubblica opinione). E, per finire, appunto un giornalismo – e quindi un pubblico dibattito – ridotto a gossip, sdraiato sulle parole dei rappresentanti politici, incapace di contraddittorio e controllo: funzione fondamentale, nelle democrazie, tanto quanto l’esercizio del voto. Ed ecco che tutto, quindi, si riduce a schieramento: aprioristico, da tifo calcistico, e quindi per definizione stupido, e inutile. Con una percentuale sempre maggiore di persone, non interessate a quel modo di essere (perché il tifo è un modo di essere, non solo di fare: e un metodo, prima ancora che una scelta), che finisce per astenersi.

Questo l’orizzonte: sconsolato, certo. Di fronte al quale la domanda inevitabile diventa: che fare? La prima risposta è difficile, ma va data: non lasciarsi prevaricare dal pessimismo. Votare, perché ce n’è bisogno, e perché si può fare, nonostante tutto, in maniera intelligente: scegliendo le persone con le preferenze, votando chi ci dice qualcosa di concreto, chi ci ispira personalmente fiducia, chi ha qualche competenza (e, almeno, come minimo sindacale, chi ci dice che eserciterà il mestiere per cui si candida). E, dal giorno dopo le elezioni, cominciare a ritrovare lo spazio e il gusto per l’esercizio della democrazia (che è una modalità di ascolto, prima che un modo di agire) in altri ambienti: dalla famiglia al lavoro, dal condominio al quartiere, dal consiglio parrocchiale all’associazione polisportiva, dal volontariato alla cultura. Ricominciando a porsi gli interrogativi di fondo della democrazia: perché? come? Praticandone il dibattito e la presa collettiva di decisione come stile. Solo allora saremo di nuovo capaci di proporlo come stile anche della politica, come suo prassi, e come suo fine.

Perché votare, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 maggio 2019, editoriale, p.1

Non è questione di “quote rosa”…

Non è questione di “quote rosa”. Anzi, per favore, aboliamo l’espressione, ormai francamente insopportabile oltre che inconsapevolmente sessista – e datata (a parte il fiocco alla nascita, che non è scelta loro, davvero il rosa caratterizza ancora l’immaginario femminile?). Continua a leggere

Il mestiere difficile. Ripensare la scuola, tra perdita del monopolio educativo e complessità sociale

Maestri e maestre che maltrattano bambini. E maestri e maestre maltrattati dai genitori dei loro alunni. Professori che insultano. E professori insultati. Docenti che sospendono i ragazzi. E docenti che sono sospesi dall’insegnamento.

Niente è veramente nuovo. Ma tutto oggi ci colpisce di più. Perché tutto viene subito mediatizzato. E che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.

Nessuno più ricorda che maestro, da magister, che a sua volta deriva da magis, evoca una qualità, un “più” (curiosamente, a contrario del ministro, che evoca un “minus”). O che l’insegnante è colui che lascia, o dovrebbe lasciare, un signus, si auspica positivo, nei suoi studenti. Il ruolo – è un lamento antico – è scaduto di prestigio, di considerazione sociale e, comparativamente, di livello salariale (cose che, in una civiltà che misura tutto sulla quantità di denaro ricavata da una attività, vanno necessariamente insieme). Ma soprattutto, sembra di aver perso di attrattiva agli occhi degli stessi insegnanti. Sempre più demotivati: loro, come i loro studenti. Sempre più annoiati: loro, come i loro studenti. E sempre più impreparati (loro, come i loro studenti) a vivere in una società complessa, plurale, che vive in una condizione di mutamento continua e accelerata. Ragione per cui le cose non posso rimanere le stesse: e le istituzioni – incluse le istituzioni formative – nemmeno.

La scuola è sottoposta a una duplice pressione. Da un lato le famiglie – a loro volta sempre più in difficoltà, per le stesse ragioni, nello svolgere il loro compito di agenzia educativa primaria – scaricano su di essa una parte sempre più ampia di compiti educativi, incluse le competenze di base, l’abc del saper stare in società, in relazione. Dall’altro si avvia essa stessa a diventare una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio e l’autorevolezza ad esso correlato (e la cosa è più visibile man mano che si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario). E sempre più è sottoposta alla concorrenza di altri saperi e di diverse modalità di acquisirli: si pensi alla pervasività, alla capacità di penetrazione e all’efficacia dei nuovi media, a cominciare da quel “professor Google” grazie al quale tutti si sentono in diritto di considerarsi onniscienti, preparati, e soprattutto alla pari rispetto a chi esercita il ruolo docente (che, nel frattempo, non essendosi accorto che in sempre più campi è davvero così, e in fondo non ci sarebbe niente di male – perché la scuola dovrebbe insegnare altro, non nozioni che saranno rapidissimamente superate – si ritrova spiazzato).

Bisognerebbe ripensarla in profondità, la scuola. E in varie parti del mondo lo si sta effettivamente facendo. E’ infatti inevitabile che essa perda la centralità assoluta e la pretesa di unicità e universalità che ha avuto in passato (l’Italia l’ha fatta la scuola pubblica, e molto dopo la televisione, non altro). Ma non perderà tuttavia la sua funzione: anzi. Il compito di educare, di e-ducere, di portare verso qualcosa, di guidare verso altri traguardi, sarà sempre più necessario, man mano che aumenta la complessità sociale e dunque la necessità di fornire linee interpretative, di ricondurre a intelligibilità una realtà magmatica. Ma si potrà fare solo ritornando all’idea originaria di scholè: una attività preziosa e fondamentale di otium, di pensiero libero, di studio, di educazione al ragionamento, da sottrarre alla dittatura del neg-otium, del lavoro di tutti i giorni. Un libero e piacevole – ma indispensabile e dunque garantito e privilegiato dalla società – uso delle proprie capacità e dei propri talenti in modo da metterli davvero a servizio di una casa comune che ne avrà sempre più bisogno. Non per vivere, o sopravvivere: ma per vivere bene. Dando un senso all’esistenza, indipendentemente da ogni bisogno e scopo pratico.

La libertà che salva la scuola, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 maggio 2019, editoriale, p.1

Si possono selezionare gli immigrati? La linea di Trump

Può uno stato scegliersi i suoi immigrati? E’ il quesito che sottende la scelta di Trump di cambiare le leggi sull’immigrazione. Continua a leggere