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Un’intesa per l’islam italiano?

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Allievi S. (1996), Un’intesa per l’islam italiano?in “il Mulino”, settembre-ottobre pp.985-999;

Una risposta a Un’intesa per l’islam italiano?

  • stefano scrive:

    Un’intesa per l’islam italiano?

    di

    Stefano Allievi

    La presenza islamica in Italia comincia a diventare una fatto di una certa ‘solidità’. La sua stessa esistenza, da evidenza sociologica non sufficientemente apprezzata nel suo valore, a cominciare da quello numerico (stiamo parlando di una minoranza di almeno mezzo milione di persone), sta diventando oggetto di dibattito abbastanza diffuso. Cerchie man mano più larghe di attori sociali, di osservatori e di specialisti (dalle associazioni che si occupano di immigrazione agli ecclesiastici, dagli organi di intelligence alla stampa, ecc.) si fanno più attente e producono interventi intorno a un tema che, pur in presenza di cicli di interesse abbastanza discontinui, legati agli interessi mediatici del momento, comincia a essere considerato ‘caldo’, e comunque di non episodica importanza. Del resto, fenomeno di lungo termine la presenza di cospicue minoranze musulmane, in Italia come in tutta Europa, lo è senz’altro: l’islam, ultimo arrivato tra gli inquilini dell’occidente, è qui per rimanere. E ci accompagnerà negli anni a venire.
    Poiché il dibattito è destinato anch’esso ad accompagnarci, tralasciando i necessari antefatti, che abbiamo già affrontato altrove , sarà utile fare fin d’ora chiarezza su alcuni termini della questione: in particolare per quanto concerne quello che è attualmente il più dibattuto tra i temi che riguardano l’islam, e cioè la possibilità di un’intesa tra le comunità musulmane comunque organizzate e lo stato italiano. L’esperienza di altri paesi a noi vicini, a cominciare dalla Francia, è lì a testimoniare quanto un oggetto apparentemente ostico e poco appassionante, come gli aspetti giuridici legati alla presenza di una confessione religiosa, possa diventare, se la religione in questione è l’islam, un interessante laboratorio di dibattito sociale, un sorprendente produttore di elaborazione intellettuale, nonché un inesauribile generatore di polemiche.

    La stagione delle intese con le confessioni ‘diverse dalla cattolica’ costituisce l’evoluzione più recente dei rapporti tra lo stato e le sue minoranze religiose, iniziatasi come diretta conseguenza della revisione concordataria del 1984. E, finora, si è svolta in relativa tranquillità e direi anche in relativo silenzio, almeno per quanto concerne quell’imprendibile entità che è l’opinione pubblica generica, sostanzialmente disinteressata.
    La prima osservazione da fare a proposito di questo nuovo capitolo che si annuncia è invece innazitutto questa: l’intesa con l’islam, e solo essa, ha coinvolto fasce di interesse e ha sollevato già fin d’ora polemiche che nessuna delle precedenti intese e delle varie revisioni ha provocato. Che si trattasse dei valdesi o degli ebrei, degli avventisti o delle assemblee di Dio o dei luterani, per lo più avevano dibattuto intorno all’argomento i diretti interessati e la ristretta fascia degli addetti ai lavori o di eventuali ‘simpatizzanti’. Non è difficile profezia invece prevedere che quella relativa all’islam, se mai si farà, sarà un’intesa assai più dibattuta, e certamente più mediatizzata. Per motivi intrinseci, forse. Ma anche per motivi legati alla nostra percezione dell’islam, alla nostra suscettibilità in materia, ai fantasmi più o meno consci che esso evoca .

    La spinta comunitaria dell’islam

    Un islam appena insediatosi e pochissimo istituzionalizzato non può certo vantare relazioni di lungo periodo né di forte incidenza con lo stato: che, dal canto suo, nelle sue varie articolazioni (e questo vale anche, seppure in minor misura, per quelle territoriali), comincia appena a rendersi conto della sua esistenza. Eppure non possiamo non notare fin d’ora una spinta pronunciata, da parte delle comunità islamiche organizzate, a un rapporto istituzionale definibile in un certo senso, fatte le debite proporzioni, come bilaterale. L’islam si organizza, o per lo meno cerca di organizzarsi: e si propone nello spazio pubblico, anche istituzionale, come attore sociale a parte intera – di più, come interlocutore.
    Questa spinta non è frutto solo della soggettiva volontà del quadro dirigente musulmano; ma è il portato di una logica, religiosa ed organizzativa insieme, di notevole forza propulsiva, che in qualche modo impone all’islam di esistere comunitariamente. Come è stato ripetuto spesso e qualche volta un po’ troppo pedissequamente, senza le opportune nuances, questo accade perché l’islam è, non solo dal punto di vista teologico, din wadunya wadawla, cioè, traducendo grossolanamente, religione, vita quotidiana (lett. il mondo) e vita organizzata, collettiva, istituzionale, cioè, nella sua forma moderna, stato, e comunque politica. Ma anche perché si pensa e soprattutto si vive in forma comunitaria. Non per caso il pensiero islamico definisce i musulmani ahl al-sunna wa’l-jama’a, le genti della tradizione e della comunità.
    Ora, esistere comunitariamente dove si è maggioranza, dove il riferimento religioso informa i modi di vita, la cultura e, seppure in forma mediata, la legge, è una cosa. In queste condizioni la comunità è in qualche modo un dato di fatto, e nel contempo un’astrazione (non diversamente da quanto accade per altre comunità ideologicamente considerate naturali ma di fatto artificiali, come la nazione). Ma esistere comunitariamente in situazione di minoranza, in un ambiente non favorevole ma, verso questa come altre minoranze, indifferente e talvolta ostile, in assenza di quella che Peter Berger chiamerebbe una ‘struttura di plausibilità’ che consenta al singolo di riconoscersi appunto anche in quanto soggetto collettivo riconosciuto e riconoscibile, è indubbiamente più complicato. La comunità è costretta a ristrutturarsi, e in primo luogo semplicemente a strutturarsi: e non può farlo altrimenti che valorizzando pubblicamente un’identità non condivisa e in ogni caso non ancora conosciuta dall’ambiente. In sintesi, una comunità come quella islamica, in cui la tensione comunitaria (a differenza di altre comunità, p.e. etniche) ha profonde origini religiose, e la spinta strutturante a livello collettivo è in qualche modo un implicito della fede, una sua caratteristica saliente, trovandosi in una situazione di minoranza religiosa e con poche speranze di rovesciarla non può che cercare di contrattare il suo spazio anche pubblico, e il suo ruolo all’interno di questo spazio.
    Non tutta la comunità può essere d’accordo, e in buona parte è anzi probabilmente da considerarsi, almeno per ora, indifferente a tali logiche; altre urgenze, in questa fase, prevalgono: da quelle individuali, di inserimento, in qualche modo di sopravvivenza, comuni a tutti gli immigrati di primo insediamento, a quelle già non più individuali di costruzione della comunità religiosa in quanto tale, a cominciare dai suoi luoghi di culto, le moschee . E tuttavia lo stesso successo che questa tematica ha all’interno del quadro militante organizzato, diciamo degli attivisti, e il suo peso nelle dinamiche di legittimazione e in definitiva di potere all’interno della comunità, dimostrano il sostrato di condivisione non solo passiva che tale argomento ha, quasi necessariamente, nella costruzione del discorso islamico d’occidente.

    Le relazioni tra lo stato e l’islam

    Il livello di integrazione delle comunità islamiche in Italia, tenuto conto del fatto che si tratta di una fenomeno nuovo, giovane, in senso letterale men che minorenne, può essere considerato accettabile se non buono. Uno dei motivi di questo buon livello di accettazione è dovuto, non troppo paradossalmente, al fatto che i musulmani non sono ancora percepiti come tali, ma ancora soprattutto come immigrati; e forse nemmeno come comunità etniche, ma più genericamente ricompresi in quella categoria poco significante che continuiamo a chiamare ‘extracomunitari’. La questione islamica non è ancora entrata a pieno titolo nel dibattito sociale: sta forse cominciando ora. Ciò ha consentito che i primi passi dei rapporti tra l’islam e le istituzioni avvenissero in una situazione ancora ‘carbonara’, silenziosa, poco mediatizzata: potremmo dire, salvo alcuni osservatori più sensibili o più ‘empatici’, nel disinteresse generale, a cominciare da quello delle istituzioni medesime . Il che ha consentito ad alcuni argomenti di sedimentarsi senza troppi nervosismi, di cominciare a diventare, almeno in quanto temi di discussione per quella che possiamo considerare l’agenda islamica, patrimonio collettivo delle comunità islamiche, tema di riferimento e occasionalmente di polemica.
    Un primo testo di una possibile intesa con lo stato italiano è stato proposto, e presentato all’interlocutore statuale, dall’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia: un’organizzazione federativa, che ingloba un certo numero di moschee locali e di associazioni, ‘lanciata’ nel 1990 in larga parte con questo obiettivo). Da allora ha assunto in qualche modo vita propria. L’Ucoii l’ha rilanciato tutte le volte che ha potuto, e ha cominciato ad essere argomento di riflessione sia sulla stampa, sia in ambienti accademici sia, talvolta con un senso di inquietudine il men che si può dire prematuro, in ambienti ecclesiali. Ma soprattutto il tema dell’intesa ha cominciato ad essere discusso esplicitamente nella comunità islamica, nelle sue associazioni e nelle sue moschee, sulla sua stampa, tra i suoi leaders e la sua intellighenzia. E in questo processo ha perso il suo iniziale riferimento monopolistico: è stato infatti assunto anche da altri organismi, quasi sempre in polemica esplicita, più o meno dura, con il suo promotore iniziale, ed anzi non è esagerato dire che ha provocato addirittura la nascita, o almeno la trasformazione sostanziale, di alcuni di questi organismi e delle rispettive scale di priorità.

    I musulmani di fronte all’intesa

    Ma quali sono oggi le posizioni dei musulmani in materia? Se dovessimo credere a Mao, dato il disordine che regna sotto il sole, la situazione potrebbe essere considerata eccellente. In realtà lo è un po’ meno: sia per quanto concerne l’interno delle comunità islamica, sia per quanto riguarda il potenziale partner statuale. Vediamo di mettere un po’ d’ordine, a cominciare dalla ricostruzione della genesi del problema e dei suoi ‘agitatori’, con i dovuti riferimenti .
    L’Ucoii, innazitutto, della quale si è detto . Il testo proposto da questo organismo è l’unico ad aver circolato abbastanza diffusamente. Inviato una prima volta al presidente del consiglio Andreotti nel 1990, senza ricevere risposta, dopo altri incontri, formali e non, con membri del governo e del parlamento è stato inviato al successivo presidente del consiglio, Amato, nel 1992. E, in poco tempo, una prima comunicazione è giunta all’Ucoii che le necessarie procedure sarebbero state attivate. I contatti non sono comunque andati molto più in là di un iniziale scambio epistolare. Questo per quanto concerne il lato istituzionale; ma il testo è circolato in ambiti più ampi, e fatto oggetto anche di convegni promossi in ambito accademico, e discussioni a vari livelli. Di fatto è a partire da esso, più come spunto che per il testo in sé, che è cominciata una discussione realistica sul tema della regolazione giuridica della presenza della comunità islamica in Italia.
    Un secondo soggetto si è posto, sul piano politico, come interlocutore dello stato italiano per trattare i problemi dell’intesa. Si tratta del Centro Islamico Culturale d’Italia, a cui appartiene la grande moschea di Roma: che, riconosciuto come ente morale, è sostenuto dal peso politico e finanziario delle ambasciate dei paesi islamici, che ne compongono il consiglio d’amministrazione. Le richieste di essere riconosciuto come unico interlocutore per trattare i problemi inerenti la presenza islamica in Italia sono frequenti e reiterate da parte del suo gruppo dirigente; la più esplicita è stata quella rilanciata in occasione dell’inaugurazione ufficiale della moschea stessa, nel giugno 1995, di fronte al capo dello stato e ad altre alte autorità civili e religiose, nonché della stampa non solo italiana. Tuttavia fino ad ora non è stato elaborato né un’abbozzo di testo né qualsivoglia altro documento in tal senso di qualche significatività, o che vada comunque al di là della semplice dichiarazione d’intenti. Questo immobilismo e anche l’assenza dal dibattito in materia lascia pensare che il Centro sia in realtà, almeno per ora, più preoccupato di evitare che altri soggetti islamici giochino la partita al suo posto che non di giocarla lui stesso. Anche se potrebbe assumere un ruolo più significativo in futuro.
    Un terzo soggetto, recentemente entrato in campo, è l’Ami (Associazione musulmani italiani), animata da un convertito romano. Sostenuta da un forte spirito polemico nei confronti di tutti gli altri soggetti islamici, che vengono stigmatizzati con una certa pesantezza , si candida esplicitamente, anch’essa, ad essere l’unico interlocutore islamico legittimo. Se l’Ucoii è nata anche molto in funzione dell’intesa, l’Ami (come altre che vedremo in seguito) appartiene di diritto alle associazioni che, in funzione di essa, hanno subito trasformazioni sostanziali. L’Ami, che sostiene di essere l’associazione con il maggior numero di iscritti (ne dichiara, tra le perplessità di alcuni, 1200), pretende per questo motivo di accreditarsi quale interlocutore unico dello stato. Del Centro islamico culturale d’Italia si fa solamente notare che obbedisce ad interessi stranieri . L’Ucoii viene invece liquidata con la pesante accusa di essere un covo di Hamas e dei Fratelli musulmani, e la sua rivista Il musulmano di fare apologia del terrorismo. Il resto delle critiche, mai proposte con mano leggera, sono per il Centro islamico di Milano e per l’Associazione per l’informazione sull’islam cui accenniamo di seguito .
    Il quarto soggetto, anch’esso di recentissima discesa in campo, è per l’appunto l’Aiiii (Associazione italiana internazionale per l’informazione sull’islam). Emanazione di un piccolo gruppo di convertiti italiani che si richiama al sufismo , con sede a Milano, ha da poco affiancato i propri interessi spirituali, che hanno il proprio centro in un’interpretazione dell’esoterismo islamico ispirata al pensiero di René Guènon, con un’intensa attività tipicamente essoterica che è giunta, anche per loro, alla richiesta di essere riconosciuti come interlocutori della possibile intesa; una proposta di testo è stata in proposito commissionata a due giuristi italiani, e presentata recentemente al pubblico (maggio 1996) nella singolare cornice del Casinò di Sanremo. Anche in questo caso ci si tiene soprattutto a distinguersi da altri gruppi sottolineando, contro l’Ucoii ed altri centri islamici, di essere “un punto di riferimento nazionale per gli intellettuali musulmani estranei alle contaminazioni di tipo integralista” . Entrambe queste ultime associazioni (Ami e Aiiii) sottolineano e sostengono una radicale distinzione tra i musulmani italiani (convertiti o eventualmente naturalizzati) e i musulmani stranieri, proponendo di fatto, al di là dello spirito e della lettera della stessa legislazione sulle intese, una diversità di trattamento e una legittimazione-discriminazione basata sulla cittadinanza. L’Aiiii, in particolare, chiede sostanzialmente allo stato di fare lui da garante e in qualche modo da arbitro tra le diverse esigenze e i differenti gruppi di cui si compone la comunità islamica, e in sostanza di decidere lui persino la ripartizione dei fondi della futura quota islamica dell’otto per mille .
    Ultimo e in un certo senso imprevisto soggetto che si candida a partner, anzi, anche in questo caso, a unico interlocutore della possibile intesa, è il Centro islamico di Milano e della Lombardia. Diciamo imprevisto perché il Centro, che è tra le realtà locali islamiche più attive e importanti del paese, è stato e risulta essere tuttora tra i promotori dell’Ucoii. Tuttavia in questo caso, sostenendo che l’Ucoii “al di là del nome molto impegnativo e suggestivo, è soltanto una realtà progettuale, che si fonda sulla dedizione e l’iniziativa personale dei suoi Fondatori” , se ne è chiamato fuori in maniera rumorosa e in certo modo ardita. Il Centro infatti ha elaborato recentemente una singolare interpretazione del tradizionale diritto islamico, secondo la quale sarebbe esso il solo e legittimo rappresentante dell’islam in Italia . In quanto, per un curioso sillogismo, essendo la comunità musulmana unica, ed essendo il Centro islamico la sua prima espressione territoriale in Italia, tutte le altre devono necessariamente dipendere da esso e essere considerate sostanzialmente alla stregua di filiazioni del medesimo, in quanto la proliferazione di organizzazioni “costituisce violazione del principio di unitarietà dell’Islam”. Ciò che, oltre a essere difficilmente motivabile dal punto di vista sciaraitico, irricevibile dal punto di vista dell’ordinamento italiano, e comunque contestato di fatto dall’evoluzione della realtà sociale, non risponde nemmeno alla verità cronologica, non essendo affatto, come facilmente dimostrabile, il Centro islamico di Milano la prima realtà islamica in Italia .

    Una realtà plurale

    La sommaria descrizione delle posizioni in campo qui tentata non è sufficiente a comprendere la situazione. Incidentalmente, offre un’immagine di litigiosità e di conflitto che non fa giustizia al mondo che i vari interlocutori intendono rappresentare. Ma può darsi che corrisponda a una ‘crisi di crescita’ che, dopo una prima fase di isolata gemmazione, potremmo definire di tumultuosa fioritura, in attesa di assistere a una fase di più pacata stabilizzazione. Che, tra l’altro, appare inevitabile: molte delle posizioni espresse si rivolgono direttamente allo stato italiano; ma se decidessimo per così dire di ‘voltarle’ verso la comunità islamica che intendono rappresentare, ci accorgeremmo che probabilmente nessuno degli organismi gode del consenso almeno maggioritario della stessa, e certamente nessuno in via esclusiva, quale unico rappresentante dell’islam italiano.
    Del resto si tratta di una fatto inevitabile: anche altrove, per esempio in Spagna, il proliferare di gruppi spesso legato a personalismi e ad ambizioni individuali ha creato qualche difficoltà nella costituzione, rivelatasi comunque possibile in una logica federativa, di un interlocutore islamico unitario in grado di siglare l’intesa (firmata già nel 1992, anche se non ancora del tutto operativa ). La mancanza di una struttura ecclesiale centralizzata, di un clero, cui si è già fatto cenno, ne è una causa: risolvibile peraltro, come detto, in una logica federativa, o per un processo di spontanea unificazione, o al limite d’autorità da parte dello stato; ma che, soprattutto nei primi due casi, richiede anche i tempi sociali necessari, che una comunità giovane come quella islamica non ha certo ancora avuto. L’altra, capace di mobilitare ambizioni più o meno ben riposte, deriva dal meccanismo stesso dell’intesa, che di per se stesso crea di fatto dei poteri, consente la distribuzione di risorse non indifferenti, e dunque alimenta le attese di alcuni .
    Per tornare ai fondamenti, va comunque ribadita, in primo luogo, la piena legittimità della richiesta di intesa . Legittimità di principio, innanzitutto (e non guasta ricordarlo, anche se nessuno la mette seriamente, almeno esplicitamente, in questione). Numerica, in secondo luogo: l’islam è dopo tutto, in termini meramente quantitativi, la seconda religione presente nel paese. Politica anche, visto che la realpolitik conta e non è possibile né sensato prescindere da essa; anche, per così dire, nel senso di ‘politica estera’. Ma in un certo senso non pienamente giuridica: perché una peculiarità dell’islam italiano (come di altri paesi europei, ma con significative eccezioni: dalla Francia alla Gran Bretagna) è il suo essere una religione per lo più di residenti, e di residenti spesso temporanei, nella loro stessa autopercezione – nel loro progetto migratorio – più ancora che non nella realtà. Ciò non significa che il problema sia irrisolvibile, tutt’altro: significa però che va posto lucidamente e onestamente in questi termini. E spiega anche non poche delle dinamiche interassociative analizzate in precedenza. In questo senso, e solo in questo senso, l’intesa con l’islam non è sullo stesso piano, per esempio, di quella con gli ebrei – che, a rigore, risiedono in Italia da prima ancora dei cristiani… – o con altre confessioni religiose che hanno una storia assai più lunga e un radicamento più profondo nella società e nella storia italiana. Il confronto si porrebbe semmai con altre denominazioni, alcune riconosciute da un’intesa ed altre no, come i testimoni di Geova, che, come i musulmani, ne hanno fatto richiesta: ma esse sono però composte da cittadini italiani, e quindi in posizione di indubbio vantaggio giuridico, e in ogni caso in una collocazione assai più chiara. Condividono semmai, con i musulmani, il fatto di suscitare una certa inquietudine in alcuni ambienti ecclesiali e statuali.
    Bisogna tuttavia tener conto del fatto che questo della prevalenza di non cittadini è destinato ad essere un problema transitorio: un domani non troppo lontano è probabile che non sarà più così. Dal punto di vista giuridico, perché andrà avanti il processo di progressiva naturalizzazione dei musulmani, attraverso richieste di cittadinanza, matrimoni misti, opzione decisa in tal senso da parte delle seconde e terze generazioni, e, auspicabilmente, anche una migliorata legge sulle naturalizzazioni, che renda le procedure, se non più larghe nei propri criteri, per lo meno più spedite (oggi ottenere la cittadinanza è un’impresa di lungo termine anche per chi ne ha pieno diritto, come gli stranieri residenti in Italia il cui coniuge è di nazionalità italiana). E dal punto di vista sociale: la seconda generazione non può già più essere considerata immigrata, non essendosi mai mossa ed essendo socializzata nel paese, al pari dei figli di cittadini. Detto questo, l’islam è destinato a rimanere, non solo in Italia, contemporaneamente religione ‘residente’ (e cittadina) e religione ‘immigrata’: per il semplice fatto che le immigrazioni continueranno Questa specificità va anzi considerata come peculiare all’islam trapiantato: e dunque un ineliminabile punto di riferimento per lo studio di soluzioni al problema della rappresentanza e del ‘posto’ dell’islam nello spazio pubblico.

    Le reazioni della chiesa

    Un paese che si è sempre considerato monoliticamente cattolico sta scoprendo poco a poco che il virus del pluralismo religioso lo sta contagiando irrimediabilmente. Non si tratta di una novità eclatante, ma l’impatto è più forte che altrove: l’Italia non ha vissuto in maniera profonda nemmeno la rottura profonda, seguita dall’invenzione di specifiche modalità di convivenza, seppure più o meno concorrenziale, che ha provocato la Riforma protestante in altri paesi. Ed è costretta dunque, in qualche misura, a scoprirle oggi, in un contesto fortunatamente più favorevole e pacifico, ma direttamente confrontandosi con la ‘diversità’ islamica, comunque più radicale di quella protestante, in fin dei conti pur sempre interna al campo cristiano.
    In altre occasioni avevo sottolineato come l’integrazione dell’islam dopo tutto si annunciasse in Italia in maniera più favorevole: non tanto per la sua cultura cattolica, ma a causa della chiesa cattolica . E non solo per il ruolo che le strutture ecclesiali giocano nell’accoglienza agli immigrati, anche musulmani. Ma ancora di più per l’essere la chiesa una struttura universale, che risponde a logiche sovranazionali, cattoliche in senso letterale: Roma, dopo tutto, oltre a svolgere un ruolo rappresentativo nazionale è la capitale della più complessa istituzione religiosa del mondo. Ora, un ‘ente’ universale ha bisogni universali, che non si lasciano sottomettere alle logiche dell’immediato e del nazionale. Le posizioni del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e la sua attività fanno, in questo senso, testo.
    Diverso è il caso della chiesa nazionale, che non casualmente manifesta invece una maggiore inquietudine, e pur tra molte aperture nel concreto, testimoniate tanto da alcune prese di posizioni ecclesiali quanto, e soprattutto, dall’attività di organizzazioni laicali, invia in qualche caso espliciti segnali di chiusura. A queste posizioni ha dato voce la recente pubblicazione sulla Civiltà cattolica di un articolo sul tema , rapidamente diffuso tra coloro che nel mondo cattolico si occupano di islam. Il testo suscita più di una perplessità, di metodo come di merito.
    La prima perplessità è di metodo: l’intesa è un atto bilaterale tra lo stato italiano e la confessione religiosa implicata. Forse non compete alla chiesa cattolica, che pure ha ogni diritto e forse il dovere di esprimere il proprio parere di principio, il dire allo stato se deve stipulare o meno un’intesa con l’islam, se lo strumento è più o meno adatto. Prima ancora di entrare nel merito, che come tale appartiene alla libera espressione di opinioni dell’estensore dell’articolo, se ne potrebbe fare una questione di stile, di opportunità, direi persino di ‘eleganza’. Che in tempi di un pur difficile dialogo interreligioso non è secondaria, anche perché è senza precedenti: in questa forma non è stato fatto, giustamente, per nessuna delle altre confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo stato italiano.
    Ma i problemi sono poi soprattutto di contenuto. L’autore evoca giustamente i problemi della rappresentanza all’interno della comunità islamica. Ma solo per accontentarsi di dare troppo facilmente per scontato che, essendoci una pluralità di soggetti, esso è irrisolvibile. Ciò che non è esatto, come dimostra per esempio la storia delle comunità ebraiche (anch’esse plurali, seppure in forma differente): che per evoluzione interna, e ancor più per la forza della legge e della configurazione istituzionale, si sono adattate a un sistema di intese che in termini di principio rifiutavano, preferendogli il principio separatista . E del resto non è questo il problema principale, se l’autore stesso intitola il paragrafo successivo del suo articolo: “il vero problema: la concezione islamica del matrimonio e della famiglia” (poligamia, consenso della donna, ripudio, discriminazione uomo-donna); introducendo qualche confusione tra quanto viene regolato dall’intesa e quanto invece dalla legge, contro la quale nessun accordo bilaterale, ma anche nessuna eventuale legge straniera, e ancor meno nessun principio religioso così come ideologico o culturale, potrebbe in ogni caso andare.
    Paradossale poi la critica alla richiesta per le musulmane che lo vogliano di utilizzare per i documenti ufficiali foto con l’hijab, quello che traduciamo con velo ma è un semplice foulard. L’autore, ignorando che tale possibilità è già oggi consentita nell’ordinamento italiano , la contesta in base all’affermazione, ripresa da un giurista, che “potrebbe contribuire a diminuire le chances lavorative o di attività della donna denunciandone subito visivamente l’appartenenza religiosa a qualsiasi potenziale datore di lavoro, favorendone l’emarginazione e riducendone le possibilità concrete di parità rispetto all’uomo” . Viene da chiedersi se davvero si ritiene che competa alla chiesa (ma anche allo stato!) di decidere se le musulmane che lo desiderano abbiano o no il diritto di portare l’hijab, per giunta con la risibile scusa che rischierebbero di essere discriminate sul lavoro! Ammesso e non concesso che sia così, cosa che del resto potrebbe valere per qualsiasi foggia d’abito o di aspetto un po’ ‘esuberante’ (e in realtà comunque molti casi di donne velate che lavorano testimoniano che non necessariamente accade), il problema è in ogni caso solo loro: e non è nemmeno, a rigore, tema da intesa.
    Intesa che, in conclusione, viene consigliato di non attuare, proponendo invece “una nuova legge sulla libertà religiosa e sulle confessioni di minoranza”, che vada “incontro alle esigenze della comunità islamica”.

    Che fare?

    Ora, il problema posto è reale. Non è detto che il sistema delle intese sia il migliore dei sistemi possibili, e si può decidere di cambiarlo (progetti in tal senso giacciono già nei cassetti dei ministeri competenti). Tra l’altro, ciò sarebbe allora teoricamente possibile anche per il regime concordatario, di cui il sistema delle intese non è che la conseguenza. Quello che non è altrettanto chiaro è perché ciò dovrebbe valere a cominciare dai musulmani, per così dire da ora in avanti, e non dovrebbe rimettere in questione, in nome di una elementare parità di trattamento, le intese già siglate e il sistema nel suo complesso. Si tratta tuttavia di una strada di per sé percorribile, cui ha accennato di recente in un’intervista anche il presidente del consiglio Prodi . Ma che, se non dovesse rimettere in questione il sistema nel suo complesso, dovrebbe essere capace di motivare seriamente perché si dovrebbe negare dignità di intesa a quella che è probabilmente (in un futuro non lontano anche contando i soli cittadini, e non anche i residenti temporanei, ovvero gli immigrati, come già oggi) la seconda comunità religiosa del paese. E non ci sembra impresa troppo facile.
    Al di là dei contenuti, tali impostazioni del problema riflettono più un retaggio culturale del passato che una analisi del presente; e presuppongono una immagine dell’islam come qualcosa di immodificabile, una ipostatizzazione dell’identità islamica che consentirebbe di dedurre dal testo coranico o dai trattati classici di teologia l’islam odierno, ricavandone un’immagine incompatibile con la modernità occidentale. Oltre a consigliare a chi procede in questi termini, e sono molti, di provare a fare il medesimo esercizio a proposito della tradizione ebraico-cristiana, e di vedere cosa succede, è necessario sottolineare che in tutta Europa l’islam, come qualsiasi altro fenomeno sociale e religioso, ivi compreso quello cristiano, si manifesta in forme evolutive: la religione dei padri non è necessariamente quella dei figli (con in più, nel caso dell’islam, quella rottura drammatica dei legami cultura e sociali che è in sé la migrazione, e che segna in maniera radicale il passaggio dalla prima alla seconda generazione. La concezione islamica della prima generazione (socializzata, salvo i convertiti, nel paese d’origine, che conosce poco la lingua e i costumi del paese di accoglienza, ecc.) non è quella della seconda generazione (socializzata e istruita nel paese di accoglienza, con un maggiore livello di scolarità, anche femminile, con una perdita progressiva della lingua d’origine, con una aumentata interazione con gli autoctoni, con un più elevato tasso di matrimoni esogamici o misti, ecc.): e questo senza necessariamente perdere in intensità di fede, essa stessa del resto in evoluzione, come tutte le fedi, perché in interazione inevitabile con una realtà circostante che non cessa di modificarsi (persino le interpretazioni dogmatiche, seppure più lentamente, conoscono un’evoluzione; che, per quanto concerne l’islam, non è meno possibile di quanto lo sia per altri religioni).
    I musulmani non sono diversi dagli altri: sono solo, eventualmente, un problema quantitativamente più grosso rispetto ad altre minoranze religiose, e con alcune peculiarità, peraltro ‘governabili’; ma questo è tutto. E’ forse ora necessario cominciare a non farne più sempre e comunque un caso speciale: non, almeno, al di là delle specificità che pure ci sono. Anche perché questo meccanismo, quando dal dibattito accademico ‘scende’ nella vita quotidiana e nei media che la interpretano e la rappresentano, finisce alla lunga per produrre spiacevoli effetti collaterali di ‘inquinamento semiotico’: quasi una generalizzata logica del sospetto nei confronti di una comunità religiosa, che oltre a non essere giustificata, non fa altro che offrire argomenti ai radicali di entrambi gli schieramenti. E non ci pare sia nell’interesse di nessuno: non dei principi e del diritto, meno ancora dello stato, e men che meno delle altre comunità religiose che condividono con i musulmani almeno una visione religiosa della vita e la credenza in un’unico Dio.

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