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Magdi Allam, un’icona distante.

Magdi Allam è certamente interlocutore con cui varrebbe la pena discutere. Peccato che, da molto tempo, non lo si possa fare. L’icona che se ne è fatto, negli ultimi tempi, cui lui ha ampiamente contribuito con i suoi libri autobiografici, come noto di commovente modestia, ha creato come un filtro, una distanza: le sue parole si possono solo ascoltare, suggere, se si è sotto i suoi strali subire, ma mai contestare. Non, almeno, in sua presenza.

Personalmente, l’ultima volta che ho avuto occasione di farlo, credo risalga ad almeno cinque anni fa: quando, invitati entrambi ad un convegno sull’islam in Italia da parte di Ernesto Galli della Loggia, ad Urbino, l’ho correttamente informato in anticipo che avrei criticato in pubblico le posizioni che andava assumendo da qualche tempo. Da poco viveva scortato, cosa che inevitabilmente credo abbia influito sull’evolvere delle sue posizioni, e dopo un onesto scambio di opinioni, prima in un bar, poi in sede pubblica, la cosa è finita lì. Vengo del resto da una lunga frequentazione personale, nata quando ancora era un oscuro cronista di Repubblica, e credo di aver contribuito più che per qualcosa alle sue conoscenze in materia, attraverso scritti e discussioni, come lui alle mie. Questo per dire che non parto da uno schema preconcetto o pregiudiziale nei suoi confronti. Ma, certo, allora, la sua straordinaria traiettoria era ancora agli inizi.

Tuttavia mi sento, proprio per questo, titolato a qualche critica alla sua rapida discesa su Padova, ieri l’altro. Di questa discesa, nell’impossibilità di contraddittorio sui suoi fondamenti, non posso che limitarmi a commentare alcuni frammenti, tra quelli che hanno lasciato più perplessi me, ma anche altri ascoltatori.
Non è ammissibile ridurre una fede praticata da un miliardo e mezzo di persone a uno stereotipo: quello dell’islam “fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”. Come se la fede fosse biologia, fisiologia, genetica… Il peggio del razzismo ’scientifico’ ottocentesco (lo si diceva degli ebrei, una volta). Peggio ancora, credo, farlo nel nome di Gesù.
Non è ammissibile spacciare come ‘fatto storico’ una falsità acclarata, di cui i musulmani non si vantano affatto, visto che si vantano del contrario: “che l’islam si è diffuso per mezzo della spada”, dimenticando il ruolo di mercanti, pellegrini e sufi, e rovesciando tutta l’ampia storiografia, peraltro occidentale, sul tema. Peggio ancora, probabilmente, farlo nel nome di Gesù.
E’ gravissimo – e passibile, volendo, di intervento anche dal punto di vista giuridico – accusare genericamente i responsabili di una associazione islamica con affermazioni pesantissime.  Le tre condizioni cui richiamava Magdi Allam nel suo intervento erano le seguenti: i responsabili delle moschee devono essere a) incensurati, b) condividere i nostri valori di fondo c) rispettare le regole della civile convivenza. A quanto ne sappiamo, i responsabili di via Anelli sono incensurati, hanno persino sottoscritto la carta dei valori (cosa che non sono sicuro la chiesa cattolica farebbe, per inciso, essendo i valori dello stato laico incommensurabili a quelli, per l’appunto, della fede, che hanno la prevalenza, in una logica di fede), e le regole, anche quelle aggiunte di ora in ora, le stanno rispettando tutte, e anche di più. Eppure ci si permette di dire, velenosamente: “E questo non è il caso di coloro che si sono presentati per aprire una moschea a Padova”. Se fosse vero, l’accusa dovrebbe essere personale e circostanziata, non lasciata cadere in un vago e deresponsabilizzante mordi e fuggi (lo dico, senza prove, e me ne vado: le conseguenze se le gestirà chi resta). Se non è vero, si tratta solo di una indimostrable allusione, di cui non si può non provare sorpresa. Peggio ancora, immaginiamo, se presentata nel nome di Gesù.
E’ tremendo che si possano spacciare cifre false come quelle degli 800 luoghi di culto per 50.000 praticanti musulmani in Italia. Falsissima, in particolare, la seconda, visto che i musulmani potenziali in Italia sono almeno un milione e mezzo. Ad applicare arbitrariamente la stessa percentuale (il 3%, non si sa sulla base di quali stime e ricerche) ai cattolici, dovremmo dire che, su 60 milioni di italiani solo 2 milioni sono praticanti, a fronte di 25.000 parrocchie (con questo criterio, 1 ogni 80 abitanti) per non parlare del numero delle chiese intese come edifici, enormemente superiore. Dovremmo chiuderne la gran parte, allora, e ancora sarebbero troppe, e chiunque potrebbe dirci allora: con che diritto volete aprirne ancora?…  Peggio, naturalmente, se tutto ciò è fatto nel nome di Gesù.
Faziosissimo che si possa tirare ancora fuori la questione della lingua (con applauso connesso), quando i cattolici nigeriani o filippini, i luterani tedeschi, gli anglicani comunitari (inglesi) ed extracomunitari, i testimoni di Geova dell’Africa e dell’Asia, i cinesi metodisti, i molti pentecostali delle più varie provenienze, i sikh, gli hindu, e mettiamoci anche tutti coloro che celebrano il loro culto in lingue strane, desuete e incomprensibili ai più (che so, gli ebrei nella liturgia o i tradizionalisti cattolici della messa in latino) hanno il pieno diritto di farlo. Per non citare il fatto che gli emigranti italiani nelle americhe, almeno fino alla seconda generazione, mai hanno usato altra lingua che l’italiano nelle loro funzioni religiose. Possibile che questo criterio debba valere solo per i musulmani, sempre nel nome di Gesù?
Terrificante poi che si possa dire – sempre nel nome di Gesù – che le maggioranze possono decidere sui legittimi diritti delle minoranze (vedi referendum, con applauso connesso) facendo strame in un batter d’occhio di due millenni di civiltà giuridica, per non menzionare nemmeno l’accoglienza cristiana. Come la mettiamo laddove i cattolici sono minoranza? dovranno sottoporre a referendum il diritto di edificare luoghi di culto? come mai, invece, laddove i diritti delle minoranze cattoliche sono conculcati, giustamente si protesta, anziché chiedere graziosamente di sottoporre a referendum della cittadinanza il diritto di aprire luoghi di culto? abbiamo idea di come sarebbe andata a finire con le opere pie di Madre Teresa di Calcutta in contesto hindu, per dirne una?
Infine, una parola su come è stata organizzata la serata. Conferenza, il tempo per le domande esaurito da tre domande concordate, con gran finale affidato, con sapiente coup de theatre, a un bambino che chiedeva, opportunamente istruito: “riguardo alla questione della moschea, cosa consiglia di fare per aiutare la mia città?”, passerella di qualche politico del centro-destra, e nessuna possibilità di contraddittorio reale, di porre delle domande, nemmeno da parte dei giornalisti.
E, come ciliegina sulla torta, il fatto che all’imam di via Anelli sia stato impedito, o se si preferisce caldamente sconsigliato, di entrare, anche quando, a serata quasi conclusa, molta gente già stava uscendo e si era liberato spazio all’interno.
L’indignazione, di fronte a tutto questo, diventa virtù civica necessaria. Magari, se si vuole, visto che durante la serata lo si è citato abbastanza, e pur senza voler adombrare di mettersi al suo posto e di agire nel suo nome, anche ricordando Gesù: che quando si arrabbiava, si arrabbiava sul serio, e i mercanti dal tempio li ha cacciati con una certa determinazione.
Dei mercatanti della cultura, che dell’agitazione delle paure della gente – adeguatamente titillate – fanno professione, che fare?

Allievi S. (2008), Magdi Allam, un’icona distante, in “il Mattino”, 14 ottobre, .p. 1-27

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