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Adulto virtuale? Provocazioni dall’oggi

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Il termine virtuoso

Virtuoso nel linguaggio comune, ha un richiamo a delle qualità morali possibilmente solide, non artificiose e neanche solamente potenziali. Una persona si aspetterebbe che le virtù fossero solide, fondate, con delle radici. Temo che oggi la virtù soffra degli stessi problemi della virtualità. Hanno qualcosa in comune. Spesso le virtù sono solo potenziali, anche magari quando vorremmo fondarci su di esse, o fondare qualche cosa su di esse.

Il problema è che spesso anche le virtù sono artificiose. Siamo in un periodo in cui le virtù sono spesso dichiarate (ma non è solo storia di oggi), vengono vantate le adesioni formali a un quadro di virtù. Penso per esempio a cosa succede ad alcuni reali o presunti ‘valori cattolici’ oggi nello spazio pubblico: al diffondersi da parte di molti politici di un clericalismo senza fede, vantando magari una vicinanza dichiarata ai valori promossi dalla Chiesa (o meglio ad alcuni di essi, ben scelti e mirati: di solito non quelli che prevedono un costo personale maggiore…), in maniera strumentale – vivendo poi vite personali lontane non solo da quei valori, ma da quella stessa Chiesa che ne è portatrice.

L’importante è che tu ti dichiari, ti schieri. Che poi tu vada davvero nella medesima direzione dichiarata, che il Cristo significhi qualcosa per te personalmente, non importa. Nel dibattito politico questi personaggi sono quelli che oggi si chiamano ironicamente ‘atei devoti’. C’è quindi un problema di uso pubblico delle virtù dichiarate, delle virtù di adesione, spesso valorizzate in quanto tali. Apro una piccola parentesi. In linguaggio popolare, mi viene in mente un vecchio adagio di saggezza popolare: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io…” Anche se, troppo spesso, mi pare che questi falsi amici siano visti con eccessiva benevolenza, nell’illusione forse di strumentalizzarli a propria volta. Ma in questo gioco non è sempre facile capire chi strumentalizza chi, e con vantaggio di chi. E, infine, è un gioco pericoloso e moralmente discutibile. Ormai, dopo tante tragiche lezioni della storia, dovremmo avere imparato che, evangelicamente, il fine non giustifica i mezzi, ma, al contrario, li discrimina. Chiusa parentesi.

Come descrivere la condizione oggi di chi vorrebbe vivere, fondarsi, radicarsi anche con delle virtù solide in quella che non a caso un filosofo-sociologo molto noto di oggi, Zygmunt Barman, chiama la modernità liquida, per cui di solido non rimane apparentemente più nulla? Qual è la condizione umana adulta? Quale metafora può descriverla?

Ho provato a ragionarci e mi è venuta in mente questa immagine: quella delle isole nella corrente. Il mondo si muove ( è la corrente) rapidamente, noi ci siamo in mezzo, siamo isole. Ma non siamo isole ferme: anche noi ci muoviamo. C’è un bel libro di José Saramago, La zattera di pietra, in cui si racconta della Spagna che si stacca dal continente e comincia a viaggiare nell’oceano. E’ una metafora bellissima. Io credo che siamo isole che si muovono, anche se più lentamente della corrente che a sua volta le trascina. Anche noi che ci richiamiamo a dei valori che presupporremmo stabili. In realtà anche essi vivono nella storia, quindi si trasformano, pur restando un riferimento. Il movimento per la maggior parte di noi non è più una scelta, è una condizione. In ogni caso il mondo si muove, si muove la realtà e anche alquanto rapidamente: allora noi che possiamo fare?

Se ci riusciamo dovremmo:

  1. sapere dove siamo, collocarci, se siamo l’isola nella corrente, cercandoci delle carte, e cercando degli strumenti e delle chiavi di lettura (strumenti di orientamento e carte geografiche, appunto) per analizzare la realtà, studiando, ascoltando, interrogando;

  2. cercare dei punti di riferimento e vedere di che tipo sono, quando ci sono. Ricordiamoci che si muovono anche quelli, se siamo nella corrente, e quindi anche questi sono spesso ingannevoli. Purtuttavia ci sono. Un faro, un oggetto, un albero, una casa. Ma ciò che si vede, come si diceva, muovendosi anch’esso cambia distanza, visto da terra. Quindi, per aiutarci, come gli antichi marinai, occorre interrogare il cielo, guardare anche le stelle, re-imparare a collocarci rispetto ad esse. Credo che siamo in un’epoca in cui le radici si possono anche appendere in alto, non necessariamente solo in basso, nella terra, come punto di riferimento che consente una certa stabilità in una situazione che si muove continuamente;

  3. Poi cerchiamo di capire dove andiamo, dove ci porta la corrente, per avere, oltre che dei criteri di lettura della realtà, dei metodi per affrontarla, per camminarci in mezzo. Credo tra l’altro che oggi sia virtù, la più difficile forse, ma anche per certi aspetti la più sensata, legare insieme i criteri e i metodi, le letture e i mezzi che abbiamo per camminare in questa realtà.

Da ragazzino mi è rimasta impressa una frase bellissima di Gandhi che diceva: «Il fine sta nei mezzi come l’albero nel seme». C’è anche un’altra metafora possibile, sempre gandhiana: «Il fine segue i mezzi come la ruota del carro segue il passo del bue», cioè sono inesorabilmente legati. Non è male ricordarlo di questi tempi, anche quando si parla di virtù pubbliche. Oggi, forse perché immersi nella vita metropolitana, tendiamo a dimenticare il significato di frasi come queste. Tuttavia, sarà perché vivo in campagna, a me sembrano più evocative e chiare che mai. Più che nel mio stesso passato metropolitano.

Ma c’è una cosa che quelli che amano Gandhi non amano ricordare. La maggior parte delle persone in effetti non lo sa, ma questo grande educatore globale è stato un pessimo educatore familiare: ha avuto un figlio che lo odiava, che era un tossicodipendente, un alcolizzato, l’opposto delle virtù paterne, e che lui ha sostanzialmente abbandonato al suo destino, considerandolo perduto. Quindi vediamo già incarnate in una figura che molti stimano la difficoltà di trasmettere quelle medesime virtù adulte alle generazioni successive. E la transitorietà di queste stesse virtù. Che non sempre, dopo tutto, erano tali, o lo erano compiutamente, nel modo migliore.

Cosa vuol dire essere adulti oggi?

Innanzitutto, temo, significa fare un esercizio che era quello tipico che ci insegnava a fare il Concilio: interrogare incessantemente i segni dei tempi, e lasciarsi interrogare dai segni dei tempi, non pretendere di dire ai tempi che cosa sono.

Siamo in un’epoca di fortissima pluralizzazione dei riferimenti culturali e identitari. Questa mi sembra essere la sua caratterizzazione principale e più ricca di conseguenze. Cosa significa? Vuol dire che diventa più difficile la coerenza, che ci sono tanti frammenti. Il cambiamento, il mutamento, il movimento sono la condizione umana oggi, e sono anche un valore sociale. Noi adulti sappiamo bene che se presentiamo un curriculum ad un’azienda, se abbiamo cambiato tanti posti di lavoro o meglio ancora tante città è un valore, è quello che fanno quelli che qualcuno ha definito le classi parlanti, cioè quelli che hanno il diritto di dire come funziona la società, a cui appartengono anche gli accademici. Le figure trendy a tutti i livelli, sono prima di tutto quelli che si muovono, si muovono come percorso individuale, come biografia, come carriera: ma cambiano anche luoghi, situazioni, lavori. Siamo in un’epoca in cui ciò che è nuovo è un valore, non ciò che è vecchio, sempre uguale. Provate ad esempio vendere un profumo o un vestito dicendo che è dell’anno scorso. New è un buon aggettivo, il ‘nuovismo’ diventa fattore sociale di seduzione, e valore ricercato, seppure magari illusoriamente. Come diceva un grande scrittore, Robert Musil: «Si cerca sempre il nuovo, ma si trovano solo le novità», cioè la superficie. Il cambiamento di superficie però si cerca sempre, il nuovo comunque, e spesso lo si trova. Questo è un dato con cui noi ci scontriamo continuamente: da un lato il cambiamento, il mutamento anche delle cose che ci sono e ci erano familiari, dall’altro la loro pluralizzazione, una possibilità di scelta maggiore di prodotti, dai beni di consumo alle possibilità di incontro, ma anche dai valori alle religioni.

Questo produce un aspetto forse un po’ più nuovo della condizione umana odierna, che qualcuno chiama quella della riflessività. Cosa vuol dire? Che siamo costretti a riflettere continuamente sulle cose, cioè che le cose scontate sono sempre di meno: questo vale per i nostri figli rispetto a noi, e per noi rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni. Nel mondo diciamo così tradizionale, ma fino all’altro ieri, proprio letteralmente l’altro ieri, cioè fino a pochissimo tempo fa, le cose scontate, ovvie, diciamo non messe in discussione erano quantitativamente di più rispetto a quelle messe in discussione. Oggi credo che sia il contrario, non perché noi abbiamo una voglia matta di metterle in discussione. Non è così. E’ che la realtà ci costringe a metterle in discussione. Il più delle volte il mondo non è dato per scontato, le cose vere e giuste non è detto che siano quelle che mi dicevano papà o mamma, o i nonni, o che mi dice la Chiesa o la scuola o la società. Peraltro, se fossero le stesse, andrebbe ancora bene, ma dicono tutti cose diverse. E così noi dobbiamo farci continuamente domande, domande tipo qual è il giusto modello familiare, qual è un buon comportamento in una data situazione, ecc.

Oggi ce lo domandiamo di continuo perché ci troviamo confrontati con verità contrapposte, con risposte contrapposte, con valori diversi. Questa condizione, quella della riflessività continua (non avere la risposta facile a un perché, alle domande dei nostri figli ad esempio) ci costringe a rifarci continuamente le domande e a ridarci le risposte, che naturalmente è una condizione faticosa. C’è una bellissima definizione del sociologo proposta da Peter Berger, che dice più o meno così: “il sociologo è come un uomo con la barba a cui chiedono se dorme con la barba sopra o sotto le coperte, e lui per capire come dorme sta sveglio”. Quindi questo esercizio è abbastanza stressante, come attività. Noi come genitori, come gente che lavora, come gente che fa politica, che fa vita ecclesiale, lo viviamo come uno stress quotidiano, una fatica quotidiana.

Siamo isole nella corrente. E allora è come essere al corrente. Uno che è al corrente deve correre. La stessa etimologia dice questo: essere al corrente è una fatica. Devo inseguire le cose, le informazioni, devo sapere, devo cercare, devo andare su internet. Correre non è camminare, non è un’attività tranquilla, non è il pellegrino che lentamente si muove, l’attività che aiuta a riflettere. Correre è affanno, ci fa venire il fiatone. E non favorisce la concentrazione…

Oggi ci sono fondamentalmente due grandi modalità di essere e di conoscere che ci vengono proposte. Una è quella delle radici, dell’albero che mette radici. Le radici c richiamano alla lentezza, l’albero cresce lentamente e le radici vanno in profondità. L’altra è quella del muschio, una conoscenza di tipo esteso; faccio tante esperienze. E’ un modo di conoscere, un modo di essere che non va condannato troppo facilmente, che ha una sua etica. Un modo di affrontare la realtà, di stare sulla superficie, di essere la pluralità di esperienze che ci attraversano e che attraversiamo, anche con la loro caducità, la non durata che spesso viene assunta come tale. Spesso noi siamo tutti e due le cose, magari in fase diversa della vita. Nella gioventù siamo più muschio e nell’età adulta siamo più radici, qualche volta il contrario. Qualche adulto dopo il divorzio, per esempio, o dopo un cambiamento significativo nella sua vita, comincia ad essere muschio. E spesso gli piace. Dobbiamo fare i conti con questo cambiamento.

Quali sono alcuni caratteri fondamentali di questo cambiamento?

Li riassumo in una parola che tutti conosciamo e di cui si parla tanto: la globalizzazione. Connessione globale, pensiamo ad esempio al collegamento con tanti mondi diversi, con tante culture diverse, con tante virtù diverse, con tanti valori diversi. Non è una banalità ridirselo perché questo avviene con internet, attraverso il turismo di massa, attraverso gli incontri quotidiani. La società si è già pluralizzata. Quindi connessione, accelerazione, i movimenti sono più veloci. Siamo confrontati continuamente da un dualismo movimento-stabilità. Muoversi è bello, ma anche faticoso, abbiamo spesso voglia di fermarci,. E’ la realtà che ci costringe a muoverci ancora, il lavoro si sposta, i figli si spostano. Continuamente abbiamo un mondo culturale di valori che dobbiamo ridefinire sul piano locale, a seconda del posto in cui siamo, dell’ambiente che frequentiamo.

Mi permetto di sottolineare la straordinaria capacità che hanno gli uomini e le donne di adattarsi a situazioni diverse. Il cambiamento come strategia per la sopravvivenza è molto di più, è una capacità culturale che ha l’uomo di de-localizzare e ri-localizzare i propri mondi di riferimento. Naturalmente tutto questo comporta, tra tante altre cose, la crisi delle identità, la crisi delle definizioni delle identità. Le identità sono complicate. Dire chi sei tu oggi, è una risposta complicatissima per la maggior parte di noi. Non per tutti. Ci sono quelli che hanno solo certezze, o si illudono di averle. Quelle certezze sono un antistress, in una situazione di complicazione, di difficoltà. Chi ti dice esattamente chi sei tu ha successo. Questo spiega il successo dei guru faciloni, delle ricette facilone, degli spacciatori di facili certezze, non meno pericolosi degli spacciatori di altri tipi di sostanze. Anche a livello di discussione pubblica, magari rispetto all’immigrazione o all’islam: dirsi “Io ho una identità italiana, padana, forte, stabile, cattolica, chiara, definita”. E’ un quadrato – è squadrata. E’ l’illusione di definirsi in maniera chiara, seppure astratta. Chiudersi in una de-finizione. E’ questo de-finire: mettere una fine, un confine. Peccato che la realtà ci interroga continuamente. Queste de-finizioni possono essere un comodo antistress. Molta gente ci si adagia. E’ la mentalità-setta. Ma le identità si trasformano continuamente: oggi è possibile persino cambiare sesso e identità sessuale…

Le identità sono spesso multiple, plurali, intermittenti e reversibili. Abbiamo una pluralità di ruoli, con tutti i problemi di coerenza o di conflitto di ruolo che ne conseguono: essere un genitore modello e contemporaneamente uno che tenta di evadere le tasse, per dire… Le identità spesso sono part-time. Constato spesso che sono reversibili, precarie nel bene e nel male, così come il lavoro oggi è più precario di ieri. Spesso sono negoziate. Le decidiamo nella relazione con gli altri. Ormai i sociologi dicono che l’identità non esiste più, anche per gli psicologi è una parola da buttare via, perché dicono siamo continuamente immersi in un processo di identizzazione. E’ difficile dire cos’è l’identità oggi. Avere un’identità vuol dire anche avere dei valori di riferimento. Le identità a causa di questo sono spesso reattive. Cosa vuol dire? Le identità reattive sono le identità che scopriamo di avere contro qualcun altro. Ad esempio tutti quelli che stanno riscoprendo di essere cristiani da quando ci sono i musulmani, quelli che vogliono mettere il crocifisso nei luoghi pubblici dappertutto, ma a casa loro non ce l’hanno e non lo pregano, quelli che dicono “io sono un’atea cristiana”. Queste sono le identità reattive.

Le identità reattive le troviamo ugualmente anche tra gli immigranti: tutte le musulmane che si mettono l’hijab (il foulard) qui e là, nel paese d’origine, non se lo mettevano; quelli che si chiudono all’interno della loro comunità perché sono terrorizzati dal confronto e dall’incontro con l’Occidente e i suoi valori.

Noi viviamo in una situazione di pluralizzazione culturale continua. L’immagine migliore per descriverla, che ho usato in qualche mio libro, è quella del caleidoscopio delle culture. Il caleidoscopio è una bellissima metafora della realtà attuale, perché è in movimento, non è fisso come un mosaico, le tessere sono in continuo movimento. Alcune sono più grosse e altre più piccole. Il mondo cattolico può essere l’azzurro, l’islam il verde, ecc., si muovono, normalmente nella realtà è così, e creano zone di sovrapposizione, di colori diversi e nuovi, poi si separano di nuovo però, alcuni mantengono l’identità, altri la mischiano, è una spendila metafora della nostra realtà attuale. La pluralità di valori, di riferimenti, di virtù possibili oggi è diventata una fisiologia, quando nella nostra formazione culturale è una patologia. Di solito c’è una identità e delle eccezioni – per esempio – oggi le eccezioni sono sempre di più, i nostri figli vivono in una situazione molto più plurale, la vivono più fisiologicamente, con maggiore normalità.

Peter Berger diceva: sono un cristiano che non ha ancora trovato l’eresia in cui collocarsi. Ma non di meno era un cristiano che si metteva in colloquio con i teologi ecc., diceva cos’è che è andato in crisi, quelle che lui chiama le strutture di plausibilità. Che cos’è la struttura di plausibilità? E’ ciò che mi rende plausibile la mia identità. Se io sono cattolico, e se anche mia moglie è cattolica, questo mi aiuta, se i miei colleghi sono cattolici mi aiuta a rendere plausibile un mondo. Ma la realtà di molti di noi è che il più delle volte, tranne quando siamo dentro in parrocchia, ci troviamo in situazioni di minoranza. Possiamo trovarci in una situazione in cui su 25 ragazzini in una classe o colleghi di lavoro, o compagni di sport, o quant’altro, i cattolici sono tre, c’è un valdese, c’è un testimone di Geova, c’è un musulmano, ci sono due atei militanti e altri, forse la maggioranza, che non sanno bene cosa sono; quindi le nostre strutture di plausibilità vanno in crisi, dobbiamo farci domande, la riflessività è l’altra faccia della crisi delle strutture di plausibilità.

La fatica, le ansie, ecc., producono paure. Credo che sia una tendenza lunga dell’Occidente degli ultimi due tre decenni, il crescere delle paure a livello individuale e sociale, una sensazione psicologica di avere più paura, sensazione su cui specula un sacco di gente: i giornali, la politica, quelli che chiamo gli imprenditori politici della paura ne hanno fatto un affare. Non solo spediamo di più per i chiavistelli o in inferriate, ma anche ci chiedono il voto in nome della paura. Padova ad esempio, la città in cui insegno, è straordinaria da questo punto di vista. All’ingresso di Padova ci sono dei bei cartelli dove c’è scritto: “territorio urbano telesorvegliato” (TUT). Come se fosse la cosa più caratterizzante della città, il suo simbolo. E oggi nel Veneto in cui vivo, ma anche altrove, sempre più comuni si dichiarano in maniere simili.

La paura è un qualcosa che muove molte energie nelle nostre città e nelle nostre vite, credo molto di più che non negli anni ’50-’60 e forse anche ’70, molto, molto di più, e credo che quanto avviene sia collegato precisamente al processo di pluralizzazione. Processo che è ancora più visibile in una società che è sempre più pluriculturale, interculturale, ecc., in cui siamo in un contesto di ordinaria pluralità. I prodotti acquistati sul mercato sono tanti di tutti i tipi, inclusi quelli culturali. C’è sempre la possibilità di scelta, di cambiamento, di interrogazione, quello che un mio collega chiama multiculturalismo di mercato. Il ristorante cinese, la musica etnica ecc, è un’esperienza ordinaria e banale e non c’è solo questo, questo è un aspetto visibile e che non ci fa problema, altri ci fanno maggiormente problema, al punto che questa maggiore presenza di pluralità culturale che è diventata ordinaria, costituisce il principale cambiamento che c’è stato non nella società, ma della società. Assistiamo ad un’altra società in via di definizione.

Ad esempio la nostra definizione di Stato si basa su tre elementi fondamentali: un popolo, un territorio, un ordinamento e implicitamente anche una religione. Quest’ultimo elemento non c’è scritto nel manuale di diritto pubblico, ma nel vissuto di molti di noi. Un popolo? Abbiamo città in cui gli stranieri sono il 20% in Italia, cittadine, paesini dove sono il 40, perché le trasformazioni avvengono in maniera capillare non solo nelle grandi città. Abbiamo paesi, nazioni del centro e nord d’Europa dove sono il 20 o il 30%. Il popolo, al singolare, dove è andato a finire? Un territorio? Processi di unificazione europea da un lato, dall’altro i localismi, etnicismi, frazionismi, micronazionalismi. Un ordinamento? Sì, ma… Le normative europee, le dichiarazioni delle Nazioni Unite, le leggi commerciali di altri paesi che hanno valore nel nostro se il nostro interlocutore è di quel paese, il diritto familiare che si mischia con il mischiarsi delle popolazioni… Le nostre costituzioni sono state scritte con in testa questo modello al singolare, ma non sono più rispondenti alla realtà, viviamo in una società completamente diversa, io ne sono pienamente convinto. Figuriamoci il carattere implicito cui accennavo: una religione. Oggi ce ne sono sempre di più, in circolazione. Questo produce due tendenze evidenti, che continueranno a rimanere tutte e due (guai a quelli che hanno e che danno spiegazioni monocausali, che nella realtà non esistono), sono contraddittorie tra di loro ma avvengono tutte e due nella società: una è quella del meticciato, che significa che ci si sposa con una persona che non ha religione o è di un’altra religione senza grossi problemi, ci si mischia con altri in moltissimi ambienti, e a seguito di questo si cambia; l’altro è il ritorno degli ismi, gli identitarismi, i fondamentalismi religiosi e non (ci sono anche i fondamentalismi laici, di mercato, i fondamentalismi scientisti, ecc.), gli etnicismi, i localismi, i razzismi, i tribalismi metropolitani o calcistici, i fanatismi, ecc. C’è una bella definizione del fanatismo di George Santayana che diceva: fanatismo = raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo. Fa riflettere. Allora, le identità reattive le metto in questa categoria.

Un esempio: le trasformazioni nei modelli familiari

Siamo in un’epoca in cui possono cambiare le identità persino sessuali. In sociologia distinguiamo tra sesso e genere. Con il termine sesso indichiamo i caratteri biologici, primari e secondari. Il genere sono i caratteri culturali. Pensiamo all’apparenza, a come ci presentiamo: avete visto le trasformazioni straordinarie in questi decenni, nei modelli maschili e femminili, per esempio, la femminilizzazione dei primi e la mascolinizzazione dei secondi, per esempio, la tensione verso l’ambivalenza. In passato i modelli erano più chiari: alle differenze iniziali, biologiche, se ne aggiungevano altre, formando come delle rette che si allontanano, non parallele e che si allontanano progressivamente, alla bambina regalavi la bambola, al maschietto regalavi una macchinetta o delle armi, e così via e i ruoli man mano si distanziavano. Oggi i percorsi sono spesso di tipo diverso, con momenti di sovrapposizione, con età in cui la sovrapposizione e l’incrocio è più frequente. Del resto anche i modelli familiari si sono pluralizzati, ecco perché c’è tutta questa discussione oggi. Quella su pacs o non pacs è la discussione di superficie, è l’epifenomeno, diciamo così, ma si tratta di un cambiamento molto più profondo. Braudel distingueva nei vari cambiamenti della storia, quelli che sono la schiuma dei giorni, le increspature di superficie, come sono molte nostre discussioni, come appunto quella sui pacs, e quelle che sono le correnti di profondità: ecco nella corrente di profondità abbiamo una pluralizzazione irreversibile dei modelli familiari, neanche solo in Occidente tra l’altro.

La diversità c’è sempre stata, anche di modelli familiari, ma stava altrove. Per scoprirla ci volevano gli antropologi o i missionari, o i viaggiatori. Adesso, a parte il fatto che viaggiamo di più tutti quanti, e quindi ci capita di incontrarla, non foss’altro che come turisti di passaggio, la diversità ce l’abbiamo in casa, è qui, e inoltre la produciamo noi stessi, all’interno delle nostre società, ci circonda, ci guarda, ci interroga, mette in questione il nostro (di chi, poi? Sono dei ‘nostri’ anche coloro che ne propongono di diversi…) modello come modello naturale – e infatti naturale non lo è, è profondamente culturale: non c’è niente di più culturale della nostra idea di natura e di ciò che è naturale.

Io non so se è un male o un bene. Vedo dei problemi nella reazione identitaria ovunque si manifesti, il dire “è il nostro modello” e nemmeno sapere perché, e perché lo si difende, o lo si considera superiore, senza una ragione apparente, perché è un’identità reattiva anche questa. E’ segnata culturalmente, molto occidentale tra l’altro.

La definizione classica di famiglia è: persone unite da un vincolo di parentela che vivono sotto lo stesso tetto. Sono sicuro che tutti noi diremmo che non è una trasformazione grave il fatto di adottare un bambino straniero o di adottare un bambino, anche se non c’è vincolo di parentela. Non solo: qualche volta nemmeno si vive sotto lo stesso tetto…

Noi presupponiamo un modello, ma ce né più di uno. Molte persone hanno modelli familiari differenti, senza bisogno di essere stranieri o di appartenere ad un’altra religione. Ce li abbiamo già in casa e anche in questo caso l’eccezione rispetto al modello, da patologia che era sta diventando fisiologia. Se è vero, come è vero, che già agli Stati Uniti si stanno accodando alcuni Paesi europei, statisticamente è più facile oggi che un matrimonio finisca per sentenza o per scelta che non per morte di un coniuge. Vuol dire che è già una minoranza quella che appartiene al modello che noi definiamo normale o naturale.

Le tendenze segnano delle indicazioni, dei percorsi che si stanno facendo. Il matrimonio è, nella definizione classica: l’unione sessuale socialmente riconosciuta tra due persone di solito di sesso differente.

Oggi c’è il problema dello stesso sesso, ma anche del riconoscimento sociale. Chi lo dà? La Chiesa o lo Stato? Tutte e due insieme. Ma anche altri. Però assistiamo ad una serie di altre trasformazioni: dalla famiglia estesa, allargata, patriarcale, alla famiglia nucleare. Prima dell’industrializzazione la famiglia era anche un’unità di produzione, sia nel mondo agricolo, che nel mondo artigiano. Oggi le due funzioni sono separate. Sempre di più vedete quando anche quello che presupponiamo essere un modello ha una storia e dei cambiamenti radicali dietro di sé. Qual è il modello di famiglia oggi più diffuso in Italia? Ho fatto un piccolo esperimento con i miei studenti, durante una lezione. Ho chiesto qual era secondo loro la famiglia tipo italiana. Me l’hanno descritta più o meno così. Un marito e una moglie, 40enni o 45enni, che vivono non in un appartamento, ma in una casa singola con giardino, con la moglie che non lavora, sta a casa, e due bambini, un maschio e una femmina. Ho detto loro: vi siete resi conto di qual è questa descrizione? E’ quella della famiglia del Mulino Bianco, non è la realtà, anzi è lontanissima da questa.

Le trasformazioni in atto sono tante: diminuzione della nuzialità, ci si sposa meno, ci si sposa più tardi, c’è una propensione maggiore a restare a casa dei genitori, c’è il lavoro delle donne, per cui si eleva l’età del primo figlio, per cui si fanno meno figli, i cambiamenti legislativi, maggiori diritti alle donne, il nuovo diritto di famiglia e i diritti dei bambini, e ancora l’aumento delle convivenze, delle unioni libere, delle nascite fuori dal matrimonio, la tendenza a dare gli stessi diritti ai nati dentro e fuori il matrimonio, l’aumento dei divorzi, dei divorzi sta diminuendo l’età, anche questo è indicativo, la durata minore dei matrimoni, il diffondersi quindi di famiglie complesse, ricostruite, con legami di parentela sparsi in giro per il mondo, la diminuzione della natalità, voi forse probabilmente ancora no, i vostri figli vi daranno meno nipoti, molti ne avranno uno solo.

Vi faccio notare culturalmente cosa significa. Io sono l’ultimo di cinque figli, e ne ho tre. Sono in diminuzione anch’io, ma andiamo verso una società di figli unici. Che cos’è una società di figli unici? Un mio collega ha due figli, suo figlio in classe è l’unico ad avere una sorellina. Sono 27. Cos’è una società di figli unici? E’ una società dove la parola fratellanza non ha nessun significato. Noi continuamente parliamo di fratellanza, ma non vuol dire nulla esperienzialmente se non abbiamo fratelli. Pensiamo ad esempio a tutte le metafore agrarie dei Vangeli, bellissime, ma tanto la maggior parte di noi non sa veramente cosa significano. Poi quando vai in campagna le capisci meglio, dal buon pastore al seminatore a tante altre. Sono molto più profonde quando hai un’esperienza diretta di questo. Se non abbiamo esperienza reale significano molto meno. La fratellanza rischia di avere lo stesso destino.

Proviamo a pensare alla convivenza. L’aumento dei singoli. A Milano, la città in cui ho vissuto per quarant’anni, oggi molto più di un terzo delle persone vive da sola. La diffusione delle monoporzioni al supermercato, le confezioni di uova da due, dei surgelati in confezione mini, sono l’indicazione di una grande trasformazione sociale. Poi le coppie omosessuali, le coppie miste, ecc.

E ancora: la progressiva separazione del concetto di procreazione dal concetto di famiglia. L’esempio viene sempre dall’alto, dalle classi trendy: non voglio sposarmi, ma voglio un figlio, e sono le cantanti o le attrici famose che fanno così, sono modelli culturali, quindi separazione di procreazione e famiglia. Mi aspetto dai progressi scientifici che la possibilità di procreare sia molto presto completamente staccata dalla fisicità, dall’utero, dal grembo materno: ci dicono che è quasi già tecnicamente possibile, ci manca poco. Dio non voglia ma temo succederà: e presto o tardi avremo il feto in salotto, qualcuno che non vuole vivere la gravidanza per questioni di estetica, di carriera… E noi parliamo ancora di unico modello di famiglia?

La pluralizzazione nel lavoro

Nell’ambito del lavoro si è passati da una condizione culturale di regolarità relativa, di certezza relativa, a una condizione di flessibilità, precarietà con i suoi lati positivissimi e i suoi lati negativissimi, ma ci sono tutte e due.

Da un lato – tra l’altro anche in questo caso con una progressiva diversificazione che anche è culturale di modalità di spesa – il reddito si è sganciato dal lavoro, sempre di più, per tanti di noi, anche per il piccolo, perché abbiamo l’appartamento della nonna che viene affittato, o qualche soldino in Bot, per cui l’idea del 27 del mese, l’idea che l’ultima settimana del mese non si mangia carne, bisogna tirare la cinghia, fare un buco, è uscita dall’orizzonte culturale della maggior parte di noi, e presumo che possiamo considerarlo un progresso. Tuttavia ci ha distaccato dall’idea che era anche un modello di virtù, rispetto al rapporto con il lavoro, e con il denaro.

Il denaro si produce anche da solo, chi lavora nella finanza guadagna più di chi lavora nella produzione, anche questi sono cambiamenti significativi, per cui la virtù legata al guadagnare per poi consumare è slegata persino nell’esperienza fisica di molti di noi. Il denaro elettronico ha fatto il resto: non lo incasso più e non lo metto sotto il materasso, ma me lo versano direttamente in banca e pago con carta di credito. Quindi l’idea stessa, il concetto stesso, di spesa dei nostri figli è molto diversa da quella nostra e dei nostri nonni.

C’è molto di questo, anche tra i cambiamenti avvenuti nel mondo delle migrazioni: prima si dicevano migrazioni da lavoro, oggi qualcuno comincia a chiamarle migrazioni da consumo, dove l’obiettivo è diverso. Certo, per consumare devi lavorare o magari fare altro, però l’obiettivo è un altro.

Quindi c’è pluralizzazione anche qui, di modalità, di valori.

Naturalmente non è così per tutti, ci sono gli sconfitti, e gli sconfitti sono meno visibili. I poveri, parola che nella Chiesa si usa tanto a giusto titolo; i poveri che avrete sempre con voi… Ma si vedono meno, in passato avevano dalla loro almeno un vantaggio straordinario: il numero. La storia straordinaria del movimento socialista e del movimento cattolico legato al lavoro, e i diritti legati al lavoro, e in definitiva anche l’estensione della democrazia, nasce da questo: hai la forza del numero, riesci ad affermare i tuoi diritti. Oggi non ce l’hanno più, sono minoranza, sono spesso marginalizzati quindi invisibili, fuori dai margini: io posso vivere in una città e quasi non incontrarli, forse quei quattro che ci sono in centro, ma non molto di più.

La città plurale

Questa pluralizzazione degli orizzonti la vediamo continuamente nelle nostre città. C’è una splendida definizione di un antropologo, Ulf Hannerz che ha detto: La città è il luogo in cui cercando una cosa ne trovi un’altra. Luogo della pluralità assoluta, tutte le culture hanno diritto di visibilità anche, non solo di esistenza e di riunione: le culture, le religioni, i riferimenti identitari, i più strani. La città è il teatro in cui si mette in scena l’identità differente, in cui fai le manifestazioni, i cortei, le feste religiose. Ma oggi è diverso, con calendari diversi, il calendario cinese non è il nostro, la fine del Ramadan non è la Pasqua. Assistiamo a questo, quindi, a una pluralizzazione persino dei ritmi, dei calendari, delle feste, dell’idea di festa – per alcuni è il fine settimana per alcuni è domenica. Faccio sommessamente notare che oggi è domenica e stiamo lavorando; due settimane fa ero a una riunione di lavoro dei responsabili europei di una grossa ricerca e uno era ebreo e il sabato non ha lavorato mentre la domenica sì; mentre un paio di mesi fa ero a tenere una conferenza a una riunione di responsabili di una grossa organizzazione caritativa cattolica, a livello europeo, e si lavorava di domenica, era fuori Berlino, e non è stata neanche prevista la Messa…

Comunque una società che apparentemente ha una idea di cosmos, cioè di unitarietà, è stata soppiantata da un’idea di caos apparente, apparente perché poi questo caos ha un ordine al suo interno, i sociologi lo vanno a cercare, però bisogna trovarlo. Questa immagine però dà l’idea della difficoltà di governare la polis, per chi lavora in politica, cioè la pluralità, di obiettivi, di riferimenti, di valori, di virtù, il problema di trovare un linguaggio condiviso nonostante la diversità dei punti di partenza.

La religiosità

Nella religione il processo di pluralizzazione degli orizzonti è anche più visibile1. Oggi ci troviamo in una fase storica di progressiva soggettivizzazione del rapporto con la religione, in conseguenza dei processi di secolarizzazione, di privatizzazione del religioso, e di pluralizzazione: processi tra loro collegati, che fanno sentire le loro conseguenze anche su altri fenomeni. Vediamo di cosa si tratta.

La secolarizzazione. Un sociologo inglese, Bryan Wilson, la definisce come «il processo per mezzo del quale il pensiero, la pratica e le istituzioni religiose perdono significanza sociale», e lo considera anche un fenomeno, oltre che irreversibile, onnipervasivo, che informa tutta la società e non solo i suoi aspetti religiosi: «la secolarizzazione non indica solo un cambiamento che avviene nella società, ma anche un cambiamento della società».

In particolare nella società moderna non c’è più bisogno di un’istituzione particolare, a carattere religioso, che rappresenti l’unità e la legittimità dell’intero sistema. E questo produce ulteriore differenziazione.

E’ un fenomeno importante, che riguarda tutte le società occidentali, e forse non solo esse, anche se si presenta in forme diverse nelle varie realtà. Vuol dire, in pratica, che la religione non ha più una importanza centrale per tutta la società: la secolarizzazione non spinge, per così dire, la religione fuori dalla società; tuttavia la religione, ormai del resto frammentata in molte facce diverse, non è più considerata l’elemento principale, che tiene insieme la società. La religione rimane importante per il funzionamento della società, ma in un certo senso non è più lei a simbolizzarne l’unità, e a definirla: non da sola, almeno. Le società occidentali contemporanee hanno scoperto che, anche senza la religione, la società ‘gira’ lo stesso: magari peggio, ma comunque funziona. E questa è una scoperta decisiva per la coscienza dei credenti, e come vedremo è determinante nel consentire il formarsi e il progredire del pluralismo religioso.

L’altra condizione cruciale ai nostri fini è il processo di privatizzazione che accompagna e allo stesso tempo è potenziato dalla secolarizzazione.

Non si tratta in un certo senso di una novità storica. Già Durkheim sottolineava che, almeno nei paesi a dominante cristiana, il processo è in corso da tempo perché si troverebbe all’origine stessa del cristianesimo. E Peter Berger più compiutamente di altri ne ha tirato le conseguenze: la secolarizzazione stessa nascerebbe con e grazie al cristianesimo e alla sua scelta di separare la sfera di Cesare da quella di Dio. Ma certo oggi essa è più visibile. Essa da un lato incoraggia forme di religiosità diffusa, non pubblica, socialmente invisibile, privatizzata appunto. E dall’altro cambia la società, che non richiede più che l’appartenenza religiosa di una persona sia visibile, chiara, evidente. Questo consente di sottrarsi a molte forme di controllo sociale di tipo religioso, e di aprirsi a possibilità di scelta differenziate, come il cambiare religione o non praticarne alcuna.

Tuttavia è indubitabile che il processo si è notevolmente ampliato e ha trovato nuova forza nel processo stesso di secolarizzazione, che renderebbe oggi possibile ciò che gli anglosassoni chiamano un believing without belonging, un credere senza appartenere – e talvolta, cosa su cui si riflette meno, e certamente meno numericamente incisiva, ma pure evidenziata da tutte le ricerche, persino un appartenere senza credere, ripiegato su se stesso, sul privato, insomma. E questo a dispetto di una pur persistente presenza religiosa.

E’ stato Luhmann a notare che «mentre prima l’incredulità era un affare privato, adesso lo diventa la fede», ormai relegata per molti nell’ambito del tempo libero, da esso limitata e in esso soffocata da altre priorità. Tale processo di privatizzazione, che l’autore non considera tuttavia individuale («la privatizzazione non è un affare privato») ma al contrario esso stesso una struttura sociale (e non un fenomeno che concerne la religione, ma un fenomeno che concerne la struttura del sistema sociale, che a sua volta influisce sulla religione), consente di sottrarsi a molte forme di controllo sociale di tipo religioso, e ad aprirsi a possibilità di scelta differenziate.

Terza importante pre-condizione è quella del pluralismo, potremmo dire del politeismo potenziale che secolarizzazione e privatizzazione offrono all’individuo. La pluralizzazione delle offerte, dei gruppi, dei “mondi vitali” almeno potenzialmente a disposizione (qualcuno ha parlato di “pluri-verso etico”) costituisce la declinazione concreta di una secolarizzazione che, altrimenti, potrebbe consentire solo la scelta tra fede e appartenenza ascritta e suo rifiuto.

In forma diversa il pensiero filosofico ha sintetizzato questo situazione nella celebre formula di Lyotard sulla fine delle «grandi narrazioni della modernità» che sarebbe caratteristica della postmodernità.

La teoria sociologica ha trovato in Berger il suo più insistito sostenitore, che ha sempre considerato la pluralizzazione una sorta di fenomeno gemello della secolarizzazione, ma anche più di quest’ultima una caratteristica peculiare della modernità, che incide in entrambe le sfere, la pubblica e la privata, entrambe pluralizzatesi, ed è entrata a far parte in quanto tale del processo stesso di socializzazione primaria e dunque della formazione del sé. La pluralizzazione (questo il nome che dà al fenomeno più generale, di cui il pluralismo religioso non è che una delle molte varianti) ha come effetto quello di moltiplicare ma nello stesso tempo di rendere più precarie le “strutture di plausibilità”, ivi comprese quelle religiose, che diventano un prodotto dell’attività umana: le strutture di plausibilità rendono infatti, per l’appunto, plausibile, il nostro mondo di credenze e di valori. Ed esso è tanto più plausibile quanto più è confermato dalle altre persone che incontriamo, e dalle istituzioni, che lo confermano. Ovvero, meno spesso incontriamo qualcuno con le nostre credenze, o quanto più incontriamo qualcuno che le ha diverse, tanto più la nostra struttura di plausibilità va in crisi.

La pluralizzazione è dunque, probabilmente, il più importante dei processi qui evidenziati, o comunque il più visibile. Essa ci fa vedere, nel numero di religioni presenti innanzitutto, che il paesaggio religioso è cambiato: è più ampio, più articolato – plurale, appunto.

Questo apre anche a una possibilità di scelte etiche sempre più diverse, che non si riduce all’accettazione della morale maggioritaria o al suo rifiuto. Ve ne sono altre, disponibili, oggi. Sono finiti i monopoli, anche religiosi, e si apre la possibilità di un ‘libero mercato’ anche delle religioni, e dunque di una possibilità di scelta maggiore.

Questo è quello che potremmo definire l’aspetto soggettivo della pluralizzazione, che sembra far sì che anche a livello sociale, ‘di massa’ per così dire, sia data sempre più per acquisita una accettazione di fatto della situazione di pluralità (ciò che probabilmente non sarebbe stato vissuto allo stesso modo, con la stessa ‘naturalezza’, anche solo una o due generazioni fa): essa non fa più scandalo, non risulta incomprensibile – e al limite può suscitare interesse, curiosità, comunque comprensione.

Pluralità di offerta, dunque, pluralità di modalità di accesso, ma anche pluralità e reversibilità dei percorsi soggettivi: che, tutti insieme, delineano una fase storica di progressiva soggettivizzazione del rapporto con la religione.

La pluralizzazione avviene e aumenta già per dinamiche interne alle nostre società. Ma, in più, la presenza di immigrati non è culturalmente né religiosamente neutra. Gli immigrati non arrivano “nudi”: portano con sé, nel loro bagaglio, anche visioni del mondo, tradizioni, credenze, pratiche, tavole di valori, sistemi morali, immagini e simboli. E prima o poi sentono il bisogno, se mai l’hanno perduto, di richiamarsi ad esse come ad indispensabili nuclei di identità; spesso per identificazione, talvolta anche solo per opposizione. Essi spesso giustificano e confermano una specificità e anche una sensibilità religiosa, che una modernità superficiale nelle apparenze e nello stesso tempo profonda e radicale nella sua capacità di scalfire gli stili di vita tradizionali e i convincimenti su cui si basano, apparentemente fa di tutto per cancellare. In una parola, la religione, e ancora di più la religione vissuta collettivamente e comunitariamente, ha un suo spazio e un suo ruolo nella costruzione dell’identità individuale e collettiva di nuclei significativi di immigrati.

Questo processo provoca un cambiamento radicale – di paradigma – nel nostro criterio interpretativo e, ancora prima, nella nostra percezione.

La pluralizzazione avviene dunque su tutti i piani. E non è solo un fatto (ad esempio, la maggiore offerta culturale, sociale, ecc. disponibile). E’ un processo. Che cambia la società, e dunque ci cambia. Cambia noi, e cambia gli altri attori in gioco, in primo luogo gli immigrati stessi: trasformando le nostre e le loro identità individuali e collettive.

Il «momento religioso» attualmente vissuto dall’occidente (l’espressione è del sociologo tedesco Georg Simmel) è caratterizzato tra l’altro da due fenomeni concomitanti, e talvolta vissuti, dagli attori sociali che li interpretano, come tra loro concorrenti.

Il primo. Insieme alle religioni tradizionali della vecchia Europa (le varie famiglie cristiane, la presenza ebraica, qualche sopravvivenza che una volta si sarebbe definita pagana), troviamo oggi, sempre più articolati e visibili, altri attori: i nuovi movimenti religiosi che in Europa nascono o che vengono importati da altri fiorenti produttori (gli Stati Uniti, ma anche non pochi paesi asiatici: dall’India al Giappone alla Corea, e altri); un’ampia produzione di spiritualità new age; sette religiose più o meno legate, magari anche solo per opposizione, al vecchio ceppo cristiano; nobili tradizioni altrui da noi importate per iniziativa soprattutto di occidentali e a modo loro (è il caso del buddhismo).

Il secondo. Con l’arrivo di nuove popolazioni immigrate quello che in sociologia è invalso chiamare (da Poulat e poi Bourdieu in avanti), con una metafora di derivazione economica forse discutibile ma efficacemente descrittiva, il mercato dei beni religiosi, si è ulteriormente ‘complessificato’. L’offerta di beni religiosi, già ampia per sue proprie logiche, come abbiamo visto, ha trovato un’ulteriore, feconda nicchia di mercato in cui espandersi, ma anche nuovi imprenditori sociali del sacro, diverse modalità di consumo, e si sono aperti nuovi canali di import-export religioso. Nel concreto, significa che vi è una sempre più marcata presenza di tradizioni religiose vecchie e nuove che sono arrivate insieme agli immigrati: dall’induismo all’islam, passando per le religioni ‘etniche’ (lo shinto, i sikh, ecc.), l’animismo, forme sincretiche come le cosiddette ‘nuove chiese’ africane, ecc., oltre che nuovi membri, allogeni, di tradizioni religiose già presenti, percepite come indigene (cattolici, denominazioni protestanti, ortodossi, ebrei, ma anche membri stranieri di comunità religiose recenti, come i testimoni di Geova, ecc.). Si pensi, in particolare, alla centralità che ha assunto la ‘questione islamica’ nel dibattito pubblico in tutta Europa2.

Questo cambiamento nel campo religioso avviene in una stagione che, a differenza di altri periodi della storia recente europea, vede la religione sempre più presente nel discorso pubblico, per ragioni legate tanto ai processi di globalizzazione e alle loro conseguenze culturali, quanto per effetto di una visibilità mediatica che solo in parte ha le medesime origini.

Questi due fenomeni non sono separati e per così dire impermeabili: si intrecciano, si compenetrano, si influenzano reciprocamente, e retroagiscono sulla società in cui si inseriscono, così come questa retroagisce su di loro. Queste nuove presenze religiose non sono infatti neutre. E non hanno conseguenze solo per se stesse: la presenza di questi nuovi ‘inquilini’ è suscettibile di influenzare, e di fatto sta già influenzando, anche i vecchi ‘padroni di casa’: le istituzioni, i sistemi sociali, e, cosa su cui si riflette molto meno, le religioni stesse.

Da patologia che era, o che era considerata, la pluralità è dunque diventata fisiologia: condizione normale della vita degli uomini come delle culture. Anche a livello quotidiano. Con conseguenze inattese.

Cambiamenti nel modo di vivere la religione

I cambiamenti che abbiamo evidenziato si collocano a livello oggettivo, macro, di sistema. Ma le loro conseguenze si misurano, molto visibilmente, a livello soggettivo, micro, di individuo. Si creano infatti le modalità soggettive, sempre più diffuse, di vivere nella (o di partecipare alla) sfera religiosa, che sono conseguenza della pluralizzazione. Oltre alla modalità di appartenenza classica, quella tradizionale (sono di una certa religione, sostanzialmente, perché ci sono nato, perché lo erano i miei genitori), sono infatti sempre più diffusi comportamenti che riassumiamo in altre tre modalità principali.

La prima potremmo chiamarla individualizzazione (o religione fai-da-te). Non essendoci più «nessun modello obbligatorio di religione», come ha scritto Luckmann (anche se persistono forme di obbligo sociale, seppure vieppiù meno cogenti), si creano le condizioni per il costituirsi di quella che possiamo definire la religione fai-da-te, o anche, con immagine ancora più incisiva, il “supermercato dei beni religiosi”: un grande magazzino di significati, simboli, valori e pratiche rituali che offre, con la modalità tipica del self-service, quello che viene definito come un sempre più vasto «assortimento di significati ‘ultimi’», gestito da una molteplicità di «agenzie di marketing dell’identità». E’ uno dei modi di accesso al mercato in questione (quello che da altri è stato efficacemente definito pick and choose), particolarmente visibile ad esempio nel mondo new age – ma non è il solo.

Una seconda e diversa modalità di presenza è quella definibile come inclusione (altri usano l’espressione di “contaminazioni cognitive”). Il processo di inclusione (distinto rispetto al concetto di sincretismo), avviene a partire dalle credenze tradizionali, integrandole con nuove “sensibilità” o con altre credenze, anche contraddittorie con il sistema di appartenenza e/o di riferimento (esempio particolarmente significativo: la sempre più frequente credenza nella reincarnazione misurata da diverse ricerche tra praticanti cristiani).

L’esperienza della conversione mostra una terza e ulteriore modalità di presenza sul mercato: attraverso la scelta non solo di singoli temi tra loro incoerenti, ma di interi sistemi di significato, al loro interno più o meno coerenti (in ogni caso percepiti come tali), che vengono assunti con tutte (o con parte del-) le loro conseguenze pratiche, quotidiane. Questa modalità del credere ha dato a sua volta origine a una parte della pluralità religiosa. Se escludiamo infatti le religioni che arrivano con gli immigrati, tutte le altre presuppongono una conversione: da una religione all’altra, o da una situazione di non credenza a una di credenza. Anche se le religioni le chiamano in maniera diversa (‘ritorni’ alla vera fede, ‘comprensione’ più profonda dell’unità di tutte le religioni, o altro), di fatto oggi in Italia non ci sarebbero né i pentecostali né i testimoni di Geova, né i buddhisti né molte altre religioni, se non fosse diventato possibile convertirsi, cioè cambiare. Anche se vi sono pure conversioni temporanee, intermittenti, part-time, e pluriconversioni, al punto che qualche autore ha potuto parlare di conversion careers. Qualcuno ha addirittura definito quella attuale una age of conversion: tema peraltro ripreso anche da Marcel Gauchet, che sottolinea come «ci sono eccellenti ragioni perché gli uomini del dopo-religione abbiano la tentazione di convertirsi in tutte le direzioni (tous azimuts). E ce ne sono di ancora migliori perché le loro conversioni non siano né molto solide né molto durevoli, poiché essi non sono capaci di rinunciare alle ragioni che li spingono a convertirsi…».

Pluralità di offerta, dunque, pluralità di modalità di accesso, ma anche pluralità e reversibilità dei percorsi soggettivi. Anche perché qui abbiamo descritto dei tipi più o meno ‘puri’, che tuttavia nella realtà si intersecano, si sommano, o magari si elidono, ma comunque contribuiscono a ridefinire appartenenze e identità.

Il Cardinal Martini da tempo, quando ancora era arcivescovo di Milano, andava dicendo e dice ancora che la Chiesa è una minoranza, che i cristiani sono una minoranza nella società italiana: ciò che ha i suoi lati positivi (ricordiamo il sale, il lievito…?) Semmai qualche volta ha la tentazione di essere una minoranza dominante, usando gli strumenti dello Stato, della legge, della politica, ecc. Ma l’idea stessa di maggioranza e minoranza è cambiata, spesso oggi l’essere maggioranza o minoranza è una condizione a geometria variabile, come le ali di certi aerei supersonici. Ad esempio sulla bioetica possiamo spesso essere d’accordo con gli ebrei, con i musulmani, con altre religioni e non con una parte di mondo laico; se c’è da attaccare i privilegi della Chiesa cattolica è probabile che i musulmani, ebrei e laici invece siamo d’accordo contro la Chiesa cattolica; se c’è da aver paura dei musulmani i laici e i cattolici sono spesso d’accordo. L’idea di maggioranza e minoranza si muove, quindi, è dinamica, come tutto.

L’essere minoranza, per i cristiani, ha degli effetti, secondo me anche positivi. Personalmente, nel mio piccolo, considero una grazia dello Spirito Santo la diminuzione temporanea delle vocazioni nel nostro paese, perché questo consente anche una progressiva declericalizzazione della nostra Chiesa, e una assunzione maggiore di ruolo dei laici; quindi la necessità da un lato di formare e di avere un laicato più maturo e religiosamente consapevole, dall’altro un clero che si occupi maggiormente delle questioni spirituali centrali e meno di quelle che possono e debbono essere cedute al laicato. Leggevo proprio ieri sera delle belle cose sull’auspicata declericalizzazione da parte di un Vescovo, di una persona che ha preso sul serio il suo ruolo di Vescovo, Tonino Bello, che credeva davvero nel fatto che in teoria dovremmo essere tutti sacerdoti, popolo sacerdotale, che dovremmo essere missionari tutti. In assenza di questo processo il rischio, e la tentazione tremenda, che mi pare oggi ampiamente visibile, è quella appunto della visibilizzazione degli apparati e delle gerarchie, della conquista mediatica, dell’essere presenti. Per fare un esempio banale, nella fiction televisiva non ci sono mai state tante figure religiose come oggi, ma non credo sia perché oggi siamo più cattolici. Ben venga, ci mancherebbe, una fiction intelligente una volta tanto fa piacere, ma è solo per segnalare una tendenza; oppure quella del potere, dell’istituzionalizzazione, quella che dicevo prima, quella che incoraggia un’adesione ipocrita però, che premia i clericali a prescindere dal contenuto della loro fede, oppure la fede come luogo identitario anziché come fatto religioso. Su questo invito a leggere l’ultimo libro di Enzo Bianchi La differenza cristiana, dove ci sono pagine bellissime su questo tema.

Invece la dimensione dialogica con le diversità – mi avvio alla conclusione – dovrebbe, credo, diventare una prassi ordinaria nella nostra vita anche di credenti. Essa passa anche per il conflitto, non necessariamente tra culture, conflitto dentro le culture; non è uno scontro fra civiltà, è uno scontro all’interno delle civiltà. Noi oggi, noi mondo cattolico, noi Chiesa (ma anche il mondo laico), siamo divisi rispetto al rapporto con le altre religioni, è esagerato dire tra dialoganti e non dialoganti, ma insomma tra costruttori di mura e costruttori di ponti; ora io sono convinto che servono tutti e due, servono i muri, perché i muri sono diciamo la definizione di identità, quello che facciamo quando insegniamo ai nostri figli i fondamenti della nostra fede, quando facciamo catechesi, serve, eccome se serve; ma servono anche i ponti. Spesso al nostro interno siamo divisi tra quelli che frequentano più i ponti, e li costruiscono, e quelli che stanno dentro i muri, fanno la manutenzione ordinaria delle identità. Io sono convinto che servono tutti e due, che la pluralità è una risorsa anche nella Chiesa. Constato però che c’è un conflitto interno, e che va assunto come tale: dobbiamo dircelo onestamente, non fare finta che non ci sia, perché c’è, ed è un conflitto tra modi diversi di essere religiosi. Non uno buono e uno cattivo, ma certamente diversi. E spiegarci le nostre rispettive buone ragioni non può che farci bene, che accrescere la nostra capacità di comprendere e di comprenderci reciprocamente. E forse, chissà, anche di accrescere, di migliorare, di affinare la nostra fede.

Come per concludere

Qui concludo, allora, perché chi è l’adulto virtuoso in una situazione così problematica? Credo che l’adulto virtuoso e responsabile innanzitutto è adulto, assume i suoi ruoli da adulto, e se è cattolico è un cattolico adulto (l’allusione non è del tutto casuale), e un cattolico adulto assume il suo ruolo e anche le sue conoscenze, in una società frammentata, plurale. Molti di noi sono, tra virgolette, specialisti di qualcosa, noi sappiamo delle cose che altri non sanno all’interno del nostro mondo. Io rispetto all’islam per esempio, ma molti di noi rispetto a cose riguardanti il nostro lavoro, le nostre attività sociali, le relazioni familiari, ecc. Dobbiamo dirle con onestà, senza ipocrisie, senza false modestie, queste nostre capacità, e usarle: sono i nostri talenti che mettiamo a disposizione della Chiesa, e dei suoi pastori, anche quando il nostro parere non ce lo chiedono, anche se altri nei nostri mondi di riferimento (oltre che fuori, ovviamente) preferiscono non ascoltare o dicono l’opposto. In questo senso il conflitto è positivo, e lo dico con convinzione: il conflitto sociologicamente ha una funzione fondamentalmente positiva. Non esiste una famiglia senza conflitti, esiste una famiglia con conflitti non dichiarati, e allora cosa succede?: o scoppia prima o poi, oppure qualcuno lì dentro vive infelice, e non è una bella soluzione in ogni caso; se invece la famiglia è sana ha dei canali per far emergere i conflitti, il conflitto viene risolto, ma deve essere vissuto, bisogna passarci attraverso. Guardate che la democrazia è questo: io ti detesto ma invece di ammazzarti voto, contro di te o per qualcun altro; è stata una straordinaria invenzione che ha una lunga storia, che è servita non per negare il conflitto, ma per dargli degli esiti non sanguinosi. Lo dico con assoluta convinzione: il conflitto è l’unico modo per evitare la guerra. Però il conflitto va assunto come tale, va anche guidato: nel mondo cattolico, spesso il conflitto è una parolaccia, siamo per la pace. Ma la pace non è assenza di conflitto, è assenza di violenza, è capacità di gestire e guidare il conflitto in modo da renderlo arricchente anziché distruttivo. Ma per fare ciò va assunto come tale: anche il conflitto interno, il conflitto di opinioni. A mio parere, la correzione fraterna è precisamente questo, deve essere fatta con benevolenza, ma deve esser fatta, mettendo sul piatto cose che l’altro magari non sa, e anche se l’altro è gerarchicamente superiore di grado, succede che l’altro gerarchicamente superiore di grado sappia meno cose su qualcosa di specifico. Quindi in questo senso occorre assumersi la responsabilità di mettere in gioco i nostri talenti positivi. Anche quando ci costa qualcosa, magari in termini di emarginazione rispetto alle tendenza culturali in atto: i talenti, quali che siano, non hanno bisogno del consenso, sanno viversi in qualche caso anche la solitudine o l’emarginazione.

Cos’altro vuol dire essere cattolico adulto? Nella molteplicità che ho cercato di descrivere, difficile certo, invece di subirla, di fuggirla o di condannarla perché non la si capisce, significa che la si affronta, la si vive; non necessariamente ci deve piacere, però ci si tuffa dentro lo stesso, nella corrente. Ieri, preparando gli appunti per questo incontro, è saltata fuori da una mia vecchia pagina una bella frase di Etty Hillesum: “L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia”. Mi sembra molto pertinente, visto che stiamo parlando di conflitti…

Chi è adulto? Chi agendo nel mondo così com’è, assumendolo e non condannandolo, nella corrente non si perde d’animo e nuota, agisce, e magari nella lunga diatriba tra la fede e le opere che è all’origine anche di divisioni interne (e in fondo quella relativa ai ponti e ai muri potrebbe essere considerata una sua declinazione ulteriore), dice, come Teilhard de Chardin, che è una diatriba assurda, semplicemente perché “la fede opera”. Chi si assume le sue responsabilità, se decide di seguire una via, lo fa’; l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità; ed è una cosa possibile, probabilmente a disposizione di tutti.

Vi propongo un’altra citazione: «Iddio non obbliga nessuno a fare cose maggiori delle possibilità che gli ha dato». Quale libro della Bibbia è? È un trabocchetto: in realtà è il Corano. Ma anche questo ci dice qualcosa sulle nostre responsabilità, sull’uso dei nostri talenti, sul dovere di non tacere, anche, di fronte a posizioni anche interne al nostro mondo che sentiamo dissonanti, o discutibili, o almeno da discutere.

Naturalmente quello della pluralità, del vivere la pluralità, è un orizzonte che può far tremare i polsi, ma il credente sa affidarsi, senza paura. E, in proposito, altra citazione, da Gilbert Cesbron, scrittore cattolico: «Paura, madre di tutti i razzismi». Non bisogna limitarsi a una qualche tolleranza delle posizioni altrui, perché come diceva Paul Claudel, altro grande scrittore cattolico, “per la tolleranza c’erano le case…”. Non basta, è una cosa di superficie. Occorre dialogo vero, incontro. Questo vale per esempio per il dialogo interreligioso, ma anche per la nostra vita quotidiana a raffronto con la diversità.

Mi piace ricordare che nei documenti ecclesiali sul dialogo interreligioso – ci sono dei documenti pontifici molto belli, anche conciliari, in proposito – la parola che in italiano è tradotta con dialogo, nell’originale latino è colloquium, una cosa quotidiana, alla portata di tutti, e che in fondo già facciamo, in qualche modo. Significa che vai intanto a mangiare una pizza insieme all’altro: un atto che è alla portata di tutti, non certo un mestiere da lasciare ai professionisti del sacro, agli specialisti – no, è di tutti, e per tutti. Il dialogo vero è dunque ordinario, quotidiano, possibile. Persino, lo dico per esperienza personale, più facile di quel che crediamo. E non implica perdita di identità3: ma accettazione delle sfide del cambiamento, questo sì.

Chiudo, davvero, con un’ultima citazione, molto bella a parer mio, di Martin Buber, che diceva «Una vita dialogica non è una vita che ha a che fare con tanti uomini, ma una vita che ha davvero a che fare con gli uomini con cui ha a che fare». Vale, credo, anche per le diversità, vale anche per i valori e le credenze diverse e plurali in cui ci imbattiamo. Non c’è nemmeno bisogno di andarsele a cercare, come abbiamo visto. La vita ce le fa incontrare. Una vita dialogica è quella che ci implica in esse. Senza paura, sempre cattiva consigliera.

Il presente testo appartiene a una categoria spuria, figlia della modernità: quella delle sbobinature. Non risponde quindi né alle leggi dell’oralità, che hanno il pregio dell’immediatezza e della freschezza, né a quelle della scrittura, con il loro carico di meditazione e profondità (così, almeno, dovrebbe essere…). E nemmeno, ovviamente (sia detto con auto-ironia: si parva licet), alle leggi antiche e autorevoli della devota traduzione per iscritto di un testo ascoltato in passato da un Maestro, rimasto vivo nel ricordo ispirato dell’ascoltatore. Un testo come questo andrebbe quindi, modestamente, solo ascoltato, raccontato, come avvenuto quando è stato esposto, con maggiore o minore soddisfazione degli ascoltatori: questa del resto la sua genesi, ignara allora che ne sarebbe stata ricavata una pubblicazione. Tradotto in scrittura perde inevitabilmente parte della sua forza, tanto più agli occhi di chi l’ha prodotto, e non può più nascondere le sue debolezze nella facilità della loquela e dell’ascolto diretto. Va quindi preso per quello che è: una serie di spunti e di stimoli, che avrebbero potuto prendere una via diversa a seconda dell’umore del pubblico e delle sue caratteristiche, o di quello dell’autore. E perdonato quindi per i suoi limiti intrinseci. L’autore si è limitato a rileggerlo e a correggerne solo gli errori di interpretazione più evidenti, senza rivederlo nella sua struttura e nella sua forma (salvo in un caso, segnalato nel testo). Confidiamo quindi nell’indulgenza del lettore.

1 Su questo tema, più proprio ai miei lavori di studioso, rinvio almeno al sintetico S. Allievi, Pluralismo, Bologna, EMI, 2006, ma anche S. Allievi, G. Guizzardi, C. Prandi, Un Dio al plurale. Presenze religiose in Italia,Bologna, EDB, 2001, e, da un diverso punto di vista, S. Allievi (a cura di), Salute e salvezza. Le religioni di fronte alla nascita, alla malattia e alla morte, Bologna, EDB, 2003. Per assoluta non chiarezza della trascrizione, o forse della relazione, ho preferito in questo caso, come si noterà dal cambiamento di stile, sostituire quanto detto con un paio di paragrafi relativi al tema in oggetto tratti da Pluralismo, cit., e qui riportati in forma ridotta, qua e là sminuzzata, e parzialmente modificata.

2 Sull’islam in Europa e in Italia, rinvio ai miei: Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese, Torino, Einaudi, 2003, Musulmani d’occidente. Tendenze dell’islam europeo, Roma, Carocci, 2005, oltre che l’ampia ricerca europea contenuta in Muslims in the Enlarged Europe (a cura di B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto, J.Nielsen), Leiden, Brill, 2003. Sui rapporti tra islam e occidente, e i dibattiti in proposito: a commento e in risposta alle tesi della trilogia fallaciana, Niente di personale, signora Fallaci, Reggio Emilia, Aliberti, 2006, e soprattutto Le trappole dell’immaginario: islam e occidente, Udine, Forum, 2007.

3 Se posso citare un’esperienza personale, la mia lunga frequentazione dell’islam e dei musulmani (solo nel secondo caso possiamo davvero parlare di dialogicità…) non mi ha portato a perdere la mia identità cristiana. Al contrario, direi. Devo in fondo a loro il desiderio di ri-approfondire il testo biblico alla luce proprio del kairos dell’immigrazione e della pluralità religiosa, ciò che ha prodotto tra l’altro, già molti anni fa, il mio Il libro dell’altro. Il Vangelo secondo lo straniero, Bologna, EDB, 1994. E, direi, un continuo fruttuoso re-interrogarsi.

Allievi S. (2008), Adulto virtuale? Provocazioni dall’oggi, in Sancin C. (a cura di), Vivere con virtù, Roma, Ave, pp. 13-41; isbn 978-88-8284-455-4

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