stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Del vino e dell’islam

Il vino, le bevande inebrianti, per estensione tutto ciò che altera la coscienza, e quindi anche le droghe, è come noto vietato da un precetto coranico.

Ma, come altrettanto noto ai frequentatori del mondo musulmano, così come dei musulmani immigrati, si tratta del meno rispettato dei divieti alimentari. Vive, più o meno, la stessa sorte del divieto dei rapporti prematrimoniali nel mondo cattolico. Ma si tratta di un peccato evidentemente più frequente e ripetuto…

Il problema, in realtà, è innanzitutto nelle origini, ovvero nel precetto. Che, incessantemente ripetuto dai guardiani dell’ortodossia, e perciò considerato una sunna, ovvero una tradizione inderogabile, è in realtà assai più ambiguo anche nella sua genesi, nella sua origine e nelle sue successive modificazioni.

Il vino viene presentato in alcune pagine del Corano come frutto buono e inebriante che diventa addirittura segno per chi sa ragionare e riconoscere il divino sulla terra. La sua prima menzione, nell’ordine della rivelazione (come noto, il testo del Corano è riportato non in ordine cronologico, ma con un criterio di lunghezza, dalla sura più lunga alla più breve – come le lettere di Paolo, per capirci; seguiamo qui la classificazione cronologica classica della vulgata di re Fu’ad, come riportata nella traduzione del Bausani, e ne riportiamo l’ordine): “Pure dai frutti dei palmeti e delle vigne ricavate bevanda inebriante e cibo eccellente. Ecco un segno per coloro che capiscono” (sura 16,67; abbiamo scelto qui la traduzione dell’Ucoii: probabilmente non la più filologica, ma certamente la più diffusa tra i musulmani in Italia, e quindi anche, dal nostro punto di vista, la più inattacabile). Le successive sure meccane che parlano di vino, lo descrivono come uno dei premi di cui godranno i giusti in paradiso: “Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato” (52,22-23; più esplicito Bausani: “E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”). E ancora: “I giusti saranno nella delizia, [appoggiati] su alti divani guarderanno. Sui loro volti vedrai il riflesso della Delizia. Berranno un nettare puro, suggellato con suggello di muschio – che vi aspirino coloro che ne sono degni” (83,22-26; anche qui più esplicito Bausani, che al v. 25 traduce: “saranno abbeverati di vino squisito”). Fin qui, le sure meccane, rivelate quando Muhammad era la guida di una comunità minoritaria e anche mal vista, una religione tra tante in quella città politeista e plurale sul piano religioso che era La Mecca al tempo del Profeta.

Diverso il tono delle sure medinesi, rivelate quando ormai la hijra, l’Egira, la migrazione, che darà origine al calendario islamico, sarà compiuta. A Medina Muhammad diviene capo politico, giudice, legislatore, persino capo militare, oltre che profeta e leader di una comunità religiosa, e l’islam diviene religione della città, ovvero, in termini moderni, religione di stato, e la legge sacra, strumento per governare la città. Il tono qui cambia, diventa più moralistico che escatologico. E il vino non prefigura più il paradiso futuro, ma diviene più prosaicamente un alimento ed un elemento con i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, ma in cui i secondi prevalgono: “Ti chiedono del vino e del gioco d’azzardo. Di’: ‘In entrambi c’è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!’” (2, 219). Successivamente si introduce la fase intermedia del divieto degli alcolici, quella, che anche la Bibbia stigmatizza, del legame, da scindere, tra ebbrezza e preghiera, tra ubriachezza e liturgia, servizio divino: “O voi che credete! Non accostatevi all’orazione se siete ebbri, finché non siate in grado di capire quello che dite” (4,43). Fino al divieto totale, più radicale e dunque più efficace: “In verità col vino e il gioco d’azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi, e allontanarvi dal Ricordo di Allah” (5,90-91). Anche le sure medinesi, tuttavia quando si tratta di descrivere il paradiso, non omettono di ricordare, tra gli altri, anche il piacere delle bevande inebrianti a disposizione dei salvati: “[Ecco] la descrizione del giardino che è stata promessa ai timorati [di Allah]: ci saranno ruscelli di un’acqua che mai sarà malsana e ruscelli di latte dal gusto inalterabile e ruscelli di un vino delizioso a bersi, e ruscelli di miele purificato” (47,15).

Difficile, dunque, da queste citazioni, dedurre la condanna assoluta che la sunna tramanda, che assomiglia assai più a un’interpretazione di chierici arcigni e austeri dottori della legge, che a una semplice coerente deduzione dal testo di un principio comportamentale. Nessuna meraviglia, dunque, che i sufi abbiano letto questi passi in tutt’altro modo, e il “vino mistico” sia un importante luogo letterario dell’islam, molto presente in opere poetiche e di meditazione spirituale. Inoltre una vasta letteratura poetica ‘laica’, anche se talvolta interpretata misticamente, il cui rappresentante più noto in occidente, ma tutt’altro che il solo, è il persiano Omar Khayyam (ma c’è anche Abu Nuwas, sorta di “Verlaine arabo dell’VIII secolo”, e magari anche una misconosciuta voce italica come Ibn Hamdis, nato a Siracusa nel 1056), e infine un’ampia letteratura moderna e contemporanea, ci tramandano tutt’altro rapporto con il vino e gli alcolici.

Al di là dei testi, quella che incontriamo nella storia è una storia assai meno lineare. Il vino appartiene anche ai paesi islamici, non foss’altro perché l’uva in alcuni di essi veniva coltivata (e opportunamente fermentata) prima che l’islam nascesse, ed è sopravvissuto ad esso. Inoltre diversi paesi a maggioranza musulmana avevano comunque al loro interno minoranze cristiane ed ebraiche per le quali il vino era non solo lecito, ma liturgicamente necessario e indispensabile. Paesi come il Libano e la Tunisia, ed altri, lo producono tuttora. Così, tradizionalmente, mercanti e tavernieri cristiani ed ebrei vendevano vino senza star troppo a guardare la religione del cliente, che di questo gli era grato. E anche alcune alte pagine poetiche ricordano con gratitudine i monasteri della Siria e dell’Iraq, in cui il visitatore musulmano poteva degustare ciò che l’islam proibiva. E se non lo si trovava in loco, lo si poteva pur sempre importare dall’Europa. Un gustoso aneddoto storico ricorda che lo Château-Carbonnieux, passato nel 1731 nelle mani dei benedettini dell’Abbazia di Santa Croce, veniva venduto ai turchi con la denominazione di ‘acqua minerale di Carbonnieux’. Non diversamente, talvolta, si fa oggi con l’import di alcolici dei più vari tipi: tutti più o meno reperibili, apertamente o in qualche caso al mercato nero, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani. E non solo ad uso dei turisti di passaggio.

Del resto, anche in mancanza di uva si potevano creare altri ‘vini’, dal più antico nebid, “sorta di vino di datteri, di miele e d’uva secca”, descritto da uno studioso tunisino, ad altri più simili al nostro vino, e più corposi, ma che l’interdizione religiosa vela di ipocrisia terminologica anche se non ne cancella le conseguenze sostanziali. Un esempio è testimoniato da un osservatore dei mœurs indigènes di inizio ‘900 citato in una recente ricerca sui viticultori italiani emigrati tra ‘800 e ‘900 in Tunisia: “A Djerba e alle Kerkenna, con la qualità d’uva detta asli (melliflua), gli insulari fabbricano un liquido che si guardano bene dal chiamare chrab (alcolico) o khamr (fermentato). Non è per loro che del succo d’uva, della spremuta (hasir). […] L’hasir è un vino ricco in alcol, che va da 16 a 17 gradi […]. A Biserta, gli indigeni preparano una sorta di vino chiamato mghelli, cioè ‘bollito’. Lo ottengono, infatti, facendo macerare un po’ di tempo e poi bollire l’uva. Si ha così un prodotto molto alcolico che si schiarisce per mezzo di un pizzico o due di un’argilla biancastra detta semplicemente touba”.

Oggi la realtà è cambiata, il consumo di alcolici progressivamente emergente. Più di un giovane maghrebino può raccontare, laddove non è costume farsi vedere in pubblico, l’uso del vino – spesso cattivo vino – in rituali sedute in compagnia, in cerchio, più o meno con le stesse modalità con cui in Europa gira uno spinello. E ancora di più ciò è visibile nell’immigrazione musulmana in Europa. Già esistono fatwa, cioè pareri giuridici, che ne consentono il maneggio, il trasporto e la vendita, causa forza maggiore, dato che molti immigrati lavorano nel terziario, in bar e ristoranti, nei negozi. Ma anche il consumo si diffonde, tanto da divenire prassi comune, elemento forte di socialità interna, e non solo nei rapporti con i non musulmani. Gioca in questo il contesto di inserimento, con la forza delle sue tradizioni (e così può capitare a un maghrebino gallicano di festeggiare alla maniera francese una ricorrenza, magari anche familiare o religiosa, come una circoncisione o un aid, con una bella bottiglia di champagne…), ma anche la indubbia volontà individuale di non più ottemperare a questo precetto: testimoniandone l’ordinarietà di consumo e di presenza (più di birra che di vino, in verità, come osservabile anche in una media spesa maghrebina al supermarket). Con molte differenze: tra osservanti e non, ovviamente, ma anche, significativamente, tra single e famiglie, dove nelle seconde la volontà di trasgressione è minore.

Allievi S. (2008), Del vino e dell’islam, in “Servitium”, n.177, pp.85-89 A S R e R/I

Leave a Comment