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Convegno con monsignor Fisichella. Era necessario avviare il dibattito

Di questa vicenda si è parlato persino troppo. Ma è un segno, evidentemente, che di discutere c’era bisogno. Vorremmo evitare, tuttavia, almeno la logica degli schieramenti, il richiamo alla censura, il facile gioco dell’anatema reciproco, l’ideologizzazione esasperata.

La lettera aperta che io e i colleghi Curi e Zatti abbiamo scritto voleva essere un segnale e un richiamo. Un richiamo di opportunità e di metodo, e un segnale che all’università non si può e non si deve applicare la logica dell’occupazione del territorio e delle bandiere identitarie.

Da questo punto di vista l’iniziativa del 6 marzo non era impostata, a nostro parere, nella maniera ideale e più consona alla sede. Le stesse motivazioni ribadite dagli organizzatori, che pure di mestiere fanno un encomiabile lavoro, sono risultate assai deboli, nel motivare una scelta blindata e a senso unico. Di più: tale modo di procedere si ritorce contro le ragioni di cui gli stessi relatori sono portatori, che meritano ascolto e rispetto, e che è giusto vengano prese in considerazione e dibattute, anche in università.

Tuttavia, siamo stati chiari fin da subito: “Non intendiamo contestare il diritto di parola di alcuno. L’Università non è un luogo dove esso si nega. Al contrario, è semmai, ed eminentemente, un luogo in cui la parola si analizza, si approfondisce, si discute, dove non si fugge il confronto, ma lo si ricerca programmaticamente”. Quindi, nessuna censura. Nemmeno la richiesta di cambiare programma.

Evocare lo scontro tra laici e cattolici, o addirittura il bavaglio ai cristiani e alla Chiesa, è quindi una impostazione ideologica fuorviante e risibile, una vittimizzazione che nulla ha a che fare con quanto è in gioco in questo momento. Lo scontro non è tra laici e cattolici, ma tra chi vuole il confronto e chi vuole soltanto dire la sua.

Credo sia arduo, nell’unico paese al mondo in cui il giornalista esperto di questioni religiose si chiama vaticanista, e la presenza della Chiesa cattolica nello spazio pubblico, anche sui temi qui evocati, evidentissima, parlare con qualche senso logico e onestà intellettuale di crociate anticattoliche. Semmai, è probabile che l’attitudine alla privatizzazione della verità, visibile da varie sponde, esacerbi gli animi. Ma questa difficoltà attraversa tutte le identità e appartenenze, non solo la Chiesa. Non è un caso che i sondaggi intorno al caso Englaro, per citare l’ultimo e più clamoroso esempio di discussione pubblica sulla bioetica, abbiano concordemente mostrato una forte divaricazione tra le prese di posizione ufficiali della Chiesa cattolica e il pensiero di coloro che avrebbero dovuto da essa sentirsi rappresentati. Così come interventi anche di scienziati di campo laico e di impostazione assolutamente non religiosa abbiano mostrato dubbi, lacerazioni, ed esplicite posizioni in sintonia con quelle rappresentate anche, non solo, dalla Chiesa.

Dunque, nessuno scontro: nemmeno tra accademici e chierici. Su questo, due parole per evitare equivoci interessati: non abbiamo rifiutato alcun confronto. Semplicemente, non avevamo mai chiesto di partecipare a quel dibattito. E’ stato mons. Fisichella, per sua dichiarazione a questo giornale e a me telefonicamente, con un gesto apprezzato, a dichiararsi stupito delle modalità organizzative dell’incontro, mostrandosi disponibile a un dialogo che altri, più realisti del re, temevano. Proprio per questo, cogliendo questa disponibilità, e non praticando logiche di schieramento, i miei colleghi, in una iniziativa in corso di organizzazione, hanno rilanciato: invitando mons. Fisichella, ma in un contesto dialogico vero. Mi pare una lezione di stile: in sintonia con lo spirito e la lettera del nostro appello.

Ancora più arduo e in mala fede evocare un inesistente scontro tra destra e sinistra. Per molti motivi, uno dei quali è che chi scrive ha troppo rispetto per la Chiesa per volerla ascrivere alla destra, che pure vorrebbe anche oggi strumentalizzarla ai propri fini.

Detto questo, siamo in Università, di cui ho una concezione alta: un luogo in cui la discussione critica, il confronto aperto e la ricerca senza pregiudiziali sono la linfa vitale e la stessa ragion d’essere. E in cui la censura è fuori questione. Per questo, a titolo personale, parteciperò, tra il pubblico, all’iniziativa del 6 marzo, ascoltando le voci che lì si esprimeranno. E poi, con maggiore entusiasmo, parteciperò alle iniziative di confronto e di approfondimento che si stanno organizzando: e che altri (studenti, cittadini, associazioni) vorranno organizzare. Credo che l’Università, e la città, avranno tutto da guadagnare da una discussione pubblica e matura. Che siamo lieti sia iniziata.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 3 marzo 2009, pp. 1-12

anche in

“Ecco perché sarò in aula ad ascoltare monsignor Fisichella”, in “Corriere Veneto”, 3 marzo 2009, p. 7

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