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Mai dire imam

La parola imam è diventata stranamente ricorrente nel lessico politico e giornalistico. Ma la sua diffusione è inversamente proporzionale alla chiarezza della sua definizione.

L’imam è diventato, grosso modo, il ‘prete’ dei musulmani: ma in realtà gli assomiglia assai poco.

Imam, tecnicamente, è semplicemente chi guida la preghiera. Nei paesi musulmani può essere anche un funzionario addetto allo scopo, e per questo salariato, magari dallo stato. Spesso coincide con la figura di colui che ha il diritto di pronunciare la qutba, il sermone del venerdì, che è l’atto comunicativo principale della ritualità settimanale dei musulmani.

In terra di emigrazione, tuttavia, assume un altro significato. Imam è spesso solo chi assume questa carica, o perché si è semplicemente proposto, magari perché più istruito, con più anni di studio – non necessariamente a carattere religioso – alle spalle, o perché è il più saggio e anziano della comunità, ma talvolta anche uno dei più giovani, magari uno studente universitario con più tempo a disposizione per aprire la moschea negli orari della preghiera. Imam può essere poi più di uno: è una funzione, non un ruolo assunto da una persona, e come tale può essere svolta da persone diverse, secondo le necessità. Può pronunciare il sermone del venerdì, ma – raramente – la funzione viene affidata a un khatib, un predicatore ufficiale, magari una persona più istruita. Può pronunciare delle fatwa, cioè dei pareri giuridici individuali su questioni che gli vengono poste, o semplicemente fare dell’ordinario counseling religioso, ma talvolta tale funzione è riservata a un alim, un sapiente, che può essere un’altra persona. Può essere il ‘presidente’ di un centro islamico, ma talvolta questa carica è tenuta da un amir, che è una funzione più di comando, politica in senso lato, e di gestione amministrativa.

Di fatto spesso, nella povertà economica e di divisione delle funzioni della maggior parte delle moschee, che si reggono sul volontariato di pochi, tutti questi ruoli vengono assunti dalla medesima persona. Che non è, tuttavia, un chierico. E’ una persona che lavora, che ha una famiglia, e che dedica il suo tempo all’organizzazione, gestione e formazione anche spirituale della comunità.

Può ricevere uno stipendio dai suoi fedeli – imparagonabile ai nostri minimi salariali – ma più spesso questo accade per gli imam ‘importati’ da singoli gruppi etnici, che voglio riprodurre il ‘loro’ islam d’origine, sul piano linguistico e delle tradizioni culturali, con il risultato che si tratta di figure che non si integrano, che sanno di avere un rapporto a termine con la comunità, e hanno un rapporto difficile con le seconde generazioni, che tendono a staccarsi da questo tipo di moschee. Alcuni sono mandati dai governi dei rispettivi paesi, o da organizzazioni religiose del più vario genere. Più spesso si mantiene con commerci ‘collegati’ alle attività religiose: macellerie halal, organizzazione dei pellegrinaggi alla Mecca, ma anche attività religiose di vario genere. Altrettanto spesso, tuttavia, si mantiene con il proprio lavoro secolare, con il quale non di rado aiuta, invece, la comunità.

Sono chiamati dalle singole moschee, e questo rende difficili i tentativi, che pure ci sono in varie parti d’Europa, di formarli adeguatamente al nuovo contesto. Anche una volta formati, chi li assumerebbe? Chi garantirebbe loro di poter svolgere, pagati, la loro funzione?

Il dibattito italiano sul tema è abbastanza surreale, prescindendo tanto dai dati di fatto empirici quanto dal riferimento ai principi ordinatori (concordato, intese, legge – che ancora non c’è – sulla libertà religiosa, principi di base di uguaglianza di trattamento, di universalità delle leggi, e dello stesso abc della costituzione).

Da un lato si pretende di obbligarli ad iscriversi ad un opinabile ‘albo degli imam’, in modo da consentire uno screening e un gradimento governativo, dimenticando che è contro i nostri principi di base di non intervento negli affari interni della comunità religiose: e che non esiste un analogo albo dei rabbini, dei pastori pentecostali, e nemmeno dei preti cattolici – le comunità religiose sono sovrane, nell’attribuzione di questi ruoli. Dall’altro si pretende che usino la lingua italiana, dimenticando che non la usano né gli ortodossi né i sikh, né i metodisti asiatici né i pentecostali africani, né i luterani tedeschi né gli anglicani, e nemmeno i cattolici filippini o nigeriani, e persino gli autoctoni che preferiscono la liturgia in una lingua sconosciuta ai più, il latino.

Così, accade di sentire autorevoli esponenti politici e anche religiosi dibattere seriamente di progetti senza alcuna base giuridica fondabile. Ma, soprattutto, lontani dalla realtà. E’ evidente che è auspicabile l’uso della lingua italiana, come fattore progressivo di integrazione. In molte moschee già la qutba è bilingue. In ogni caso accadrà, per la forza di processi sociali già molto visibili in altri paesi europei (aumento delle seconde generazioni) e delle stesse divisioni etniche delle comunità, per molte delle quali già oggi l’unica lingua comune è quella del paese in cui vivono. Diverso pretenderlo anche per la liturgia: l’uso della propria lingua sacra, l’arabo, è tanto caro ai musulmani anche non arabofoni quanto lo è per gli ebrei, che tuttora, pur vivendo da due millenni in diaspora, usano ancora l’ebraico.

Forse un rispetto maggiore – e anche una maggior fiducia – nei confronti dei processi sociali in atto, e una loro osservazione un po’ più attenta, potrebbe consentire di apprendere qualche utile lezione dai fatti, prima di fare danni pericolosi con nuove leggi.

Stefano Allievi

“Popoli”, n.4 aprile 2009, p. 45

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