stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Attacco alla giunta usando la moschea

La moschea in via Longhin non si fa. Ma il referendum contro sì. Curioso e un po’ ridicolo paradosso: molto rumore per nulla.

E’ vero che in campagna elettorale ogni scusa è buona per colpire l’avversario. Ma qui il gioco è di sponda: prendersela con la suocera perché la moglie intenda. Ovvero: prendersela con i musulmani per colpire la giunta in carica. E il consenso anti-islamico è facile da organizzare: un patrimonio a disposizione, che aspetta solo qualche apprendista stregone per essere messo in circolazione.

Non è, questa, una prerogativa solo italiana. Conflitti sulle moschee ce ne sono stati in molti Paesi, con dinamiche analoghe. La differenza è che altrove, di solito, le amministrazioni e le forze politiche importanti, anche di segno differente, cercano di risolverli, i conflitti, invece di alimentarli: lasciando il lavoro sporco a partiti di opposizione e fuori dal quadro della presentabilità democratica, come il Front National, il British National Party, il Vlaams Belang, o gruppuscoli francamente neo-nazi. Le eccezioni – transitorie – sono state i partiti di Pym Fortuyn e Jörg Haider, entrambi ammirati anche in Italia. Non per caso, visto che da noi c’è l’unico imprenditore politico dell’islamofobia che sta al governo di un Paese, e non solo di una regione o di una città.

Torniamo, per un’ultima volta, sul tema evocato dal referendum: l’intervento del Comune. Che a Padova non ci sarà, perché i musulmani hanno finito per fare da sé. In termini di principio, è un problema reale. La non ingerenza dello stato sarebbe probabilmente la soluzione più auspicabile. Ma non è nei desideri nemmeno della confessione maggioritaria, e infatti non si pratica. Quanto all’islam, nella maggior parte degli altri Paesi ce ne si occupa eccome, per iniziativa di governi locali di destra come di sinistra, e spesso contraddicendo gli evocati principi di neutralità e di laicità. Incluso nel collaborare con le comunità musulmane per trovare loro una collocazione adeguata anche su suolo comunale. E, questo, non nella difesa di un interesse particolare, ma nella ricerca di quel bene comune che è il migliorare le relazioni e l’evitare conflitti tra le diverse componenti della popolazione: più o meno il contrario dell’effetto che hanno ottenuto gli oppositori del progetto moschea. Dunque non è per difendere un principio, che i referendari di Padova sono andati in piazza, ma per indicare un bersaglio. Facile, peraltro. E dispiace che la destra che non è d’accordo, che c’è e in passato si è anche espressa, non si sia più fatta sentire. Avrebbe mostrato che non c’è affatto, ed è un bene, un’omogeneità culturale e politica, su questi delicati argomenti. Le divisioni sono anche interne agli schieramenti, non solo tra di loro.

Qualcuno però un giorno dovrà ricordare che questo clima non solo non favorisce l’integrazione da tutti auspicata, ma anzi contribuisce a creare muri di risentimento da ambo le parti. E da essi può nascere anche altro. Si comincia con la raccolta di firme di cittadini. Si continua con gli insulti e le scritte offensive. Si va avanti con l’ostruzionismo burocratico e l’applicazione selettiva delle leggi: impedimenti alla costruzione di luoghi di culto, o loro chiusura, ma solo se islamici. Si prosegue con le mangiate ostentatorie di porchetta e di salsicce, e le passeggiate con maialino al seguito. Si finisce qualche volta con le molotov e gli incendi dolosi. E, dall’altra parte, il rischio è quello della reazione, anche violenta: che comincia con quella verbale, e non si sa dove va a finire. Anche molto male, come avvenuto in Olanda con l’assassinio di Theo van Gogh.

A Padova ci si è fermati al maialino, assurto a discutibile simbolo identitario (a questo assomigliamo?) e icona della protesta anti-islamica. E dall’altra parte ci si è armati solo di pazienza. Non c’è motivo di pensare che si debba andare oltre. Si può sperare invece che passate le elezioni, e gabbato lo santo, si torni alla pacatezza e alla ragionevolezza. E si parli di cose da fare, anziché da ostacolare, e di come migliorare questa nostra città: anche per quanto riguarda il rapporto tra popolazioni, culture e religioni diverse. Che i candidati sindaci ci dicano, per favore, qualcosa anche su questo: e non battute, ma ragionamenti.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 27 maggio 2009, p. 1-16

Leave a Comment