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Immigrati, è barbarie

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. Lasciamo in sospeso, per il momento, fastidiosi interrogativi etici. Che tuttavia un paese che si vuole civile non può dimenticarsi di affrontare: a cominciare da quel diritto d’asilo già presente nelle pagine della Bibbia, libro a cui tanti si richiamano senza porsi l’incomodo di leggerla davvero, e sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da convenzioni firmate anche dal nostro paese.

Limitiamoci alla gestione del problema. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Ammesso per realpolitik e non concesso in termini di principio. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali?

Immaginiamo si trattasse di casa nostra: saremmo noi a doverci mettere col fucile in spalla a cacciare gli intrusi dal nostro pianerottolo. O ad assoldare delle guardie per farlo in nome nostro. Ci accorgeremmo allora, forse, che cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E che ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di cambiare loro.

Proviamo a fare un passo in avanti, allora: non farli salpare, con la collaborazione dei paesi di transito? Già più ragionevole e meno drammatico. Ma può la nostra coscienza individuale e la nostra civiltà giuridica accontentarsi di lasciarli in balia delle sevizie, dei ladrocini e degli stupri delle guardie di frontiera libiche o d’altrove? Possiamo far finta di non vedere? No, non possiamo. E’ come nascondere la sporcizia sotto il tappeto, in modo da non vederla. Puzza comunque, prima o poi. E prima o poi qualche telecamera arriverà da quelle parti, a raccontarci che siamo stati noi, a darci un pezzo di specchio in mano per riflettere.

Potremmo allora fare un altro passo in avanti: andare a gestire noi, magari con uno sforzo internazionale ed europeo, quei campi, visto che la nostra è anche una frontiera europea, di cui non possiamo farci carico da soli. Sarebbe già meglio: garantirebbe più efficacia, migliori condizioni e maggior rispetto dei diritti minimi delle persone. Certo, costerebbe: ma lavorare sulle cause, nel lungo periodo, è sempre più efficace e meno costoso che gestirsi le conseguenze senza poter fare null’altro che parare i colpi.

Ma questo ci costringerebbe a comprendere che dovremmo fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi, in modo da non farli partire. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

In fondo, a parole, persino la Lega e la falsa coscienza di molti di noi l’ha detto spesso: aiutiamoli a casa loro. Peccato non si sia mai visto nessuno avanzare una proposta di legge per destinare anche un solo miserrimo euro a questo scopo. E ancor meno sforzi per capire i fenomeni, e azioni per rispondervi. Elettoralmente non paga.

E allora prepariamoci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 14 maggio 2009, p. 1-5

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