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Alle Europee ha vinto l’antipolitica. Cresce il voto dell’area xenofoba

Alle Europee ha vinto l’antipolitica. Cresce il voto dell’area xenofoba

Aumenta l’astensione. Aumentano gli euroscettici. Aumentano gli xenofobi. Aumentano gli anti-islamici. Partiti, tutti – anche l’astensionismo – antieuropeisti negli effetti se non nelle parole d’ordine. Scopriamo così che gli euroscettici – che si sono fatti votare in Europa per dire no all’Europa – sono di più degli euroentusiasti (pochi e defilati: anche questo un pesante giudizio politico, dopo tutto). Il pericolo xenofobo è maggiore del pericolo rappresentato dagli immigrati (che, dove votano, votano sostanzialmente per i partiti tradizionali). E il peso elettorale degli anti-islamici largamente superiore a quello dei musulmani, se votassero.

Se ci aggiungiamo il crollo socialista, che quasi ovunque, all’opposizione come al governo, hanno sempre rappresentato l’idea di un progetto alternativo, è proprio l’idea stessa di progetto, e dunque di politica, che esce sconfitta da queste elezioni. Il voto favorevole ai conservatori in carica, il buon padre di famiglia un po’ burbero e di cui non condividiamo le opinioni in molte cose, ma capace di proteggerci con la solidità dei suoi valori nel momento della crisi economica, è un po’ l’altra faccia di questa tendenza.

In Italia le cose non sono andate troppo diversamente. L’astensionismo è stato un voto contro una campagna elettorale squallida e priva di contenuti. Giocata sulla politica interna da un lato, e sugli scandali dall’altro. Dove di Europa non si è mai parlato, come al solito, e non solo per la concomitanza con le amministrative.

Premiate le parole d’ordine generiche e i leader, non i parlamentari e i gruppi politici davvero attivi a Strasburgo.

Il Pdl è aumentato rispetto alle precedenti europee, ma meno di quanto sperava. Il referendum pro-Silvio non c’è stato (il calo sulle politiche dell’anno scorso è evidente), anche se la sua popolarità, come quella degli altri leader che Strasburgo non andranno mai, è testimoniata dal diluvio di preferenze indicato sulle schede: Berlusconi, Bossi, Di Pietro… Segno che aveva ragione Franceschini a temere la presenza dei leader in campagna elettorale, e avevano ragionissima i leader a volerci essere: senza il loro effetto di trascinamento, probabilmente, i risultati sarebbero stati diversi e l’astensionismo maggiore.

Voto illusoriamente antipolitico è, per alcuni, il voto a Berlusconi (che non a caso non perde occasione per smarcarsi dal ‘teatrino della politica’) e quello a Bossi, nella parte che capitalizza la protesta antiromana. Anche se entrambi rappresentano un progetto politico ‘forte’, oggi indubbiamente vincente. Così come un progetto che non si è consolidato rappresenta il Pd, costretto ad accontentarsi della linea di galleggiamento mantenuta che è, comunque, una sconfitta. Voto antipolitico è quello a Di Pietro, con un raddoppio che era nelle previsioni, a capitalizzare la ‘vera’ opposizione, secondo i delusi del Pd: un’opposizione che non riesce tuttavia a farsi progetto, e a saldarsi con un alleato che appare tutt’altro che ‘naturale’. E voto antipolitico – contro la politica tradizionale – sarebbe quello ai Verdi, se non fosse che in Italia la loro insipienza e l’inesistenza di una leadership sono incapaci di renderlo anche solo un voto di opposizione, figuriamoci di governo, anche a livello locale, come invece accade altrove.

Due parole finali sulla sindrome gruppettara, antica malattia infantile non solo del comunismo, ma della sinistra in genere, che ha punito il voto, in parte anch’esso di protesta, alla sinistra non Pd. Insieme, rappresenterebbero quasi un decimo dell’elettorato: più dell’Udc, più dell’Italia dei Valori, quasi quanto la Lega. Divisi, non contano nulla. Un miracolo di incapacità politica.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 12 giugno 2009, p. 17

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