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La democrazia dello struzzo

La democrazia dello struzzo

L’immigrazione, prima di essere un problema, è un dato. Che ha le sue conseguenze positive: su una demografia pericolosamente squilibrata, sul mercato del lavoro (non solo svolgendo lavori di cui c’è richiesta, ma sostenendo con i contributi il pagamento delle nostre pensioni e badando ai nostri vecchi che le percepiscono), sul prodotto interno lordo. E ha i suoi costi: culturali e sociali. Pagati dagli immigrati, in termini di sfruttamento, di difficoltà di inserimento, qualche volta di discriminazione e razzismo. E pagati dalla società: in termini di danni oggettivi (aumento dei reati, nuovi bisogni da soddisfare, o meglio vecchi bisogni di persone nuove), di paure soggettive, di trasformazioni sociali e di mentalità, che sono anch’esse difficili e costose. Costi che si traducono in conflitti e incomprensioni. Spesso transitorie, peraltro, e già vissute all’inverso ai tempi della nostra emigrazione: ma accorgersene presuppone una capacità di distanza critica che non appartiene all’emotività del presente.

L’immigrazione ha i suoi costi, dicevamo. Ma qualcuno ci guadagna. Gli immigrati che ce la fanno. Coloro che beneficiano del loro lavoro. Quelli che li sfruttano, speculando sul loro bisogno di casa o lavoro, o comprandone il corpo. E quelli che lucrano sulle paure che inducono. Tra questi, gli imprenditori politici della paura. Che, non a caso, sotto elezioni hanno alzato la voce e moltiplicato le iniziative ‘esemplari’, tra ronde e delazioni. Il pacchetto sicurezza appena approvato ne è la manifestazione più evidente, da offrire in pasto ad un elettorato ossessionato dalla sicurezza, ad opera degli stessi che poi gli offrono risposte pronte all’uso: inefficaci – ma che importa – ma facilmente spendibili ed incassabili come rendita elettorale immediata. Non a caso la Lega e Berlusconi fanno a gara ad assumersene la paternità. Con un errore di calcolo, per una volta, da parte di Berlusconi: l’elettorato d’ordine sa benissimo, in questo caso, chi dover ringraziare.

Il travestimento ‘culturale’ di questo coacervo di barbarie legislativa è quanto meno concettualmente zoppicante: come quel “sì alla società multirazziale, no alla società multietnica” che molti esponenti del centro-destra stanno tentando di spiegarci in questi giorni. Che, tradotto, vuol dire: pazienza se l’immigrato è negro o cinese – in ogni caso, purtroppo, non possiamo farci niente. L’importante è che non pretenda di essere alcunché che non sia culturalmente omologato – a chi, tra degli autoctoni tra loro molto diversi, è già un problema ulteriore e non così facilmente risolvibile. Come negli spot del governo di qualche mese fa, del resto: in cui alcuni garruli pizzaioli immigrati lavoravano felicemente cantando ‘O mia bela madunina’ e ‘Funiculì, funiculà’. Canzoni che peraltro pochi di noi conoscono ancora, al di là dell’incipit o del ritornello, ma che importa.

Tra le tante norme discutibili prodotte nell’ultimo periodo, ultima quella sul respingimento degli immigrati che cercano di sbarcare illegalmente sulle coste italiane. Problema annoso. Che improvvisamente, sotto elezioni, diventa merce da mettere in pasto ai cittadini impauriti: opportunamente impauriti dagli stessi che poi offrono facili e illusorie soluzioni, travestite da sano pragmatismo.

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. Lasciamo in sospeso, per il momento, fastidiosi interrogativi etici. Che tuttavia un paese che si vuole civile non può dimenticarsi di affrontare: a cominciare da quel diritto d’asilo già presente nelle pagine della Bibbia, libro a cui tanti si richiamano senza porsi l’incomodo di leggerla davvero, e sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da convenzioni firmate anche dal nostro paese.

Limitiamoci alla gestione del problema. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Ammesso per realpolitik e non concesso in termini di principio. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali?

Immaginiamo si trattasse di casa nostra: saremmo noi a doverci mettere col fucile in spalla a cacciare gli intrusi dal nostro pianerottolo. O ad assoldare delle guardie per farlo in nome nostro. Ci accorgeremmo allora, forse, che cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E che ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di cambiare loro.

Proviamo a fare un passo in avanti, allora: non farli salpare, con la collaborazione dei paesi di transito? Già più ragionevole e meno drammatico. Ma può la nostra coscienza individuale e la nostra civiltà giuridica accontentarsi di lasciarli in balia delle sevizie, dei ladrocini e degli stupri delle guardie di frontiera libiche o d’altrove? Possiamo far finta di non vedere? No, non possiamo. E’ come nascondere la sporcizia sotto il tappeto, in modo da non vederla. Puzza comunque, prima o poi. E prima o poi qualche telecamera arriverà da quelle parti, a raccontarci che siamo stati noi, a darci un pezzo di specchio in mano per riflettere.

Potremmo allora fare un altro passo in avanti: andare a gestire noi, magari con uno sforzo internazionale ed europeo, come giustamente richiede anche il governo, quei campi, visto che la nostra è anche una frontiera europea, di cui non possiamo farci carico da soli. Sarebbe già meglio: garantirebbe più efficacia, migliori condizioni e maggior rispetto dei diritti minimi delle persone. Certo, costerebbe: ma lavorare sulle cause, nel lungo periodo, è sempre più efficace e meno costoso che gestirsi le conseguenze senza poter fare null’altro che parare i colpi.

Ma questo ci costringerebbe a comprendere che dovremmo fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi, in modo da non farli partire. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

In fondo, a parole, persino la Lega e la falsa coscienza di molti di noi l’ha detto spesso: aiutiamoli a casa loro. Peccato non si sia mai visto nessuno avanzare una proposta di legge per destinare anche un solo miserrimo euro a questo scopo. E ancor meno sforzi per capire i fenomeni, e azioni per rispondervi. Elettoralmente non paga.

E allora prepariamoci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

Confronti”, n. 6, giugno 2009, pp. 7-8

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