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Né Pedro né Pedrocchi. Dieci suggerimenti a Zanonato

Né Pedro né Pedrocchi. Dieci suggerimenti a Zanonato (versione integrale)

Consigli non abbiamo titolo per darne. Proponiamo, semplicemente, dieci punti. Quel che ci piacerebbe accadesse. O che faremmo forse noi, al posto suo.

Primo. Se gli elettori hanno dato un consenso più basso di quello atteso, un motivo c’è sempre. Può essere in errori compiuti, in problemi di comunicazione, o semplicemente nella voglia di cambiare. In ogni caso, sarebbe bene ascoltarli. I politici non sono amati perché sono arroganti e troppo sicuri di sé, o fanno finta di esserlo. Sarebbe un bel colpo di scena chiedere scusa, umilmente: per quello che non si è riusciti a fare, per quando non si è stati ad ascoltare.

Secondo. Zanonato ha l’handicap di non incarnare il cambiamento. Far credere ed entusiasmare alla continuità è più difficile, anche se non impossibile. Imbellettarsi non sarebbe nel suo stile, ed è bene. Ma può fare l’atto di coraggio di circondarsi di giovani, di tecnici, di donne, di volti nuovi che non appartengano alla passata stagione. Qualcuno da salvare c’è. I migliori. Pochi. Gli altri li lasci perdere, senza rimpianti. Scarichi la zavorra. Faccia vedere i nuovi. E dica perché. Facendo vedere che ci crede.

Terzo. Passi all’attacco. Diretto, franco, duro. Faccia vedere tutte le debolezze dell’avversario. Faccia vedere che ha un’idea di città, che il suo avversario non ha e non farà in tempo a costruirsi. Dica con durezza che la città dell’avversario, in mancanza di idee, sarà quella dei poteri forti, dei costruttori, degli interessi di sempre: il bis della giunta Destro, così impresentabile nella sua pochezza che i padovani di destra, che l’avevano votata, l’hanno mandata a casa nell’ignominia, senza un bis, sapendo di aver buttato via molti soldi e molto tempo prezioso.

Quarto. C’è in città una destra più avanzata di chi la rappresenta. Più dinamica e più intelligente. Faccia appello a questi valori: al dinamismo, all’intelligenza, alla creatività. E a questa destra. Non insegua la destra più becera, invece, sul suo terreno. Su sicurezza e controllo Zanonato ha fatto abbastanza, e difficilmente altri avrebbero fatto di più e meglio. Non insista su questo. Chi doveva capire, ha già capito. E infatti la Lega va meno bene che altrove: perché il da fare si è fatto. Lasci i discorsi torvi e gli accenti bui sulla tolleranza zero a Marin. L’elettorato d’ordine, che ne vuole di più senza sapere cosa significa, resterà comunque con lui.

Quinto. Parli alla gente, non alle nomenklature. I padovani, pragmaticamente, hanno puntato sui due contendenti maggiori, lasciando che gli altri contassero meno del due di picche. Lasci perdere il mercato delle vacche, che tanto andranno dal miglior offerente, e chi può offrire di più è la destra, disposta a tutto pur di vincere. Li lasci a Marin, che li prenderà, perché tanto, senza un progetto, va bene tutto: contano solo i voti. Anche pochi e maledetti, ma subito. Non pensi ai partiti e ai dirigenti, che è un riflesso condizionato da prima repubblica. Parli ai loro elettorati. E alla gente: conta molto di più il 20% di chi non ha votato che le briciole di chi ha votato i partitini.

Sesto. Faccia sognare. Per esempio con un grande slancio culturale. La cultura è movimento, invenzione, un’idea del mondo, la voglia di sperimentarlo e di rappresentarlo. Vanti ciò che ha fatto. Ma sia capace di lanciare il cuore più lontano, di far immaginare una Padova che si muove, che non sta ferma come una morta gora. Proponga, inventi, lanci idee, o lanci un concorso per riceverle. Apra ai giovani, ai gruppi, all’attivismo: offra spazi, risorse, obiettivi. Va bene le grandi istituzioni culturali, che ci sono, ed è un merito. Come il San Gaetano, il castello carrarese, ed altro ancora. Ma ci vuole anima, in quei muri. L’errore è già stato fatto: pensare l’involucro senza sapere cosa ci si voleva mettere dentro. Lo si ammetta, e ci si butti molto ma molto più in là: il Beaubourg padovano è ancora lontano… E poi, ci vogliono gli eventi, le serate in piazza, la cultura diffusa, i festival. Bisogna spendere: sapendo dire ai padovani che è un guadagno. Economico, persino, visto che altrimenti il turismo cala. Innanzitutto per quei commercianti e operatori che votano a destra. La destra non ha né le idee né le competenze, in questo campo. O almeno non si sono ancora viste.

Settimo. Dica chiaro e forte che Padova vuole essere una città aperta, che se continua a chiudersi, a immeschinirsi, è una città che va a morire. Pensiamo ai giovani, agli studenti. Non si può non dire che questa città vive sugli studenti, li sfrutta, li spolpa, e poi, dopo le otto di sera, vorrebbe ramazzarli verso casa, per avere piazze pulite e felicemente vuote. Si dica che questa parte di città, provinciale e senza idee, è anche progettualmente ed economicamente inetta. La stessa che ha votato contro il tram per poi capire che era necessario, e farlo spendendo di più e realizzandolo peggio. Si faccia appello agli altri. Non è vero che non ci siano: è che non hanno voce, poteri forti, ceti parlanti, qualcuno che li ascolti. Si faccia appello agli astenuti, agli stufi, quelli per cui Zanonato o Marin pari sono, se nessuno dei due dice che vorrebbe una città dove si possa trovare almeno una pizzeria aperta dopo mezzanotte, per l’indigeno come per il turista, che altrimenti se ne va altrove. Ma una città aperta a tutti davvero, non privatizzata, nemmeno dai giovani. Con luoghi differenziati, con offerte culturali miste, capaci di mischiare anche pubblici e fruitori. Una città che non escluda nessuno. Giovani e anziani, amanti del rock, della classica e del jazz. Per animare le piazze, aprirle a tutti, anziché chiuderle, come vuole la mentalità di destra.

Ottavo. Dica ai padovani la necessità dell’integrazione, le opportunità della pluralità culturale. Cosa farne, degli immigrati che ormai ci sono. Cosa proporre. Che città auspicare. In cui le culture convivano. In cui ci si parli anziché chiudersi. In cui si costruiscano ponti anziché muri. Dica che gli stranieri comprano, pagano, affittano, puliscono e fanno compagnia ai vecchi delle famiglie del centro e delle periferie che poi firmano e votano per liberarsene. E dica anche, come ha dimostrato, che chi invece delinque ed è parassitario è giusto sia colpito: ma col bastone della legge, non con quello delle ronde. Dica onestamente che l’immigrazione porta anche problemi, oltre a risorse volentieri dimenticate, ma che i problemi vanno gestiti, non agitati come fa la destra: con delle soluzioni, non con volgarità ed esagerazioni che producono problemi ulteriori. Che l’integrazione è un investimento e un vantaggio: più intelligente e redditizio della criminalizzazione e del rifiuto. Si lascino le pulsioni xenofobe e le ottusità islamofobe a chi ne ha fatto una ragione di vita. E anche l’insistenza sullo sceriffo, la si lasci in un canto: Zanonato non ne ha il phisyque du rôle, dopo tutto. Ed è bene così. C’è una parte significativa di città che tutto questo l’ha capito.

Nono. Proponga un patto vero con l’Università., docenti e studenti Che è piena di risorse, di idee, di capacità, che ha al suo interno sacche di eccellenza importanti. Che potrebbero essere usate e non lo sono, a tutti i livelli, per progettare la nuova Padova: dalle tecnologie innovative al sociale, dalla cultura all’ambiente. La colpa di questo insufficiente incontro è per metà dell’Università. Ma le risorse, i docenti e gli studenti che non vedono l’ora di essere chiamati, e non per denaro, a lavorare per progettare il futuro della città, sono lì a disposizione, colpevolmente ignorati. La destra invece ha un complesso di rivalsa, con l’Università. Vuole umiliarla, anziché utilizzarla. E’ tempo di cambiare rotta. Anche a sinistra.

Decimo. Basta con il casino fine a se stesso. Ma basta anche con il perbenismo, bigotto e senza fede, dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Per usare una metafora, che va al di là dei simboli evocati: né Pedro né Pedrocchi. Né le agitazioni senza prospettive, i furori anarcoidi, l’ego sproporzionatamente smisurato della protesta senza proposta (di cui sono esempio anche certi furori viscerali leghisti, comitateschi o bottegai), né una città bene educata e falsa, misera e vuota nei suoi finti splendori, più fumo che arrosto, più buone maniere che attenzione all’altro. Marin sembra incarnare il Pedrocchi, del cui simbolo probabilmente si farebbe vanto. Zanonato è lontano anni luce dal Pedro. In posizione migliore, dunque, per farsi interprete di quella gran parte di città che sta nel mezzo.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 13 giugno 2009, pp. 1-17

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