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Il declino del capo e quello del paese

Il declino del capo e quello del paese

L’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.

Ai tempi dello scandalo Lewinski, dopo tutto, a molti era sembrato più squallido lo spettacolo dei persecutori politici di Clinton, i Newt Gingrich e gli altri inquisitori della destra fondamentalista cristiana, che passavano il tempo a rovistare con evidente piacere tra pantaloni sbottonati e tracce di sperma, presentandosi tutti i giorni al Congresso con la Bibbia in mano, che non il comportamento, pur scorretto, dello stesso Bill Clinton, che è rimasto comunque un presidente assai migliore, sul piano della morale pubblica e politica, di quelli, repubblicani, che l’hanno preceduto e seguito, anche se questi forse avevano una morale privata più spendibile.

Oggi, semmai, può essere ironico constatare che il gioco avviene a parti invertite: ad essere sotto attacco è un difensore della famiglia come istituzione, non un liberal miscredente e libertino, fino a ieri difeso a sua volta dagli alti rappresentanti ecclesiastici di cui è stato buon amico e campione politico, godendo del loro ampio ed esplicito sostegno. E gli inquisitori, che non brandiscono principi cristiani, in mano tengono al massimo L’Espresso, con l’orecchio sul sito su cui sono finite le intercettazioni.

Più che sui fatti personali può dunque essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che ha ed avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.

Non è tanto la questione della menzogna, su cui ipocritamente stanno insistendo molti, a colpire. La menzogna fa parte della politica, e lo sappiamo benissimo tutti. Come occultamento o sviamento interpretativo, nei casi migliori. O come falsità vera e propria, nei casi peggiori, peraltro frequenti. I partiti del resto sono, per definizione, parte: la verità sta solo nel tutto. Figuriamoci se la menzogna non può servire a tenere separati i vizi privati e le pubbliche virtù: non solo in politica, del resto.

Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Tra le altre, l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia molto meglio interpretata dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta al capo e all’asservimento ai suoi voleri, che non dai ministri Carfagna e Brambilla. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo, vera o presunta, di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere ricandidato: “tu c’hai le poppe?”)– è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. Nonostante gli indubbi successi diplomatici, e tra questi la gestione dell’ultimo G8, la considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e siamo lontani dal livello più basso, che toccheranno in seguito. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose nel loro sostegno al leader.

Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le denunce della casta non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio.

Ma il declino sarà tanto inesorabile quanto lento. I sondaggi, è vero, sono in calo: ma il genio politico di Berlusconi, e le sue indubbie capacità, mostrate ultimamente tanto in occasione del terremoto in Abruzzo quanto in occasione del G8, sapranno trovare qualche coup de théâtre per ribaltare tendenze peraltro ondivaghe ed emozionali, legate a fattori occasionali e instabili per definizione. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.

Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa di Berlusconi un leader di partito e di governo solidissimo. La sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura lunga e umiliante, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.

Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.

L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine. Come l’era Bush, del resto. Sperando che capiti anche a noi, alla fine, un Obama di cui non si vedono per ora le tracce. Ma senza avere le risorse che all’America sono venute dall’essere la prima potenza mondiale.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 24 luglio 2009, pp. 1-13

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