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“Morte a Venezia” il ritratto ante litteram di Silvio Berlusconi

“Morte a Venezia” il ritratto ante litteram di Silvio Berlusconi

“Uno, in particolare, vestito d’un abito estivo color giallino all’ultima moda, con una cravatta rossa e un panama dal risvolto baldanzoso, si segnalava tra tutti per la voce berciante e la lepidezza di cui dava prova. Appena l’ebbe osservato un po’ più attentamente, Aschenbach constatò, con una sorta di raccapriccio, che si trattava di un finto giovinotto. Era vecchio, senz’ombra di dubbio. Grosse rughe circondavano i suoi occhi e la sua bocca, lo smorto incarnato delle guance era belletto, una parrucca i capelli castani sotto il copricapo di paglia adorno di un nastro variopinto; il collo appariva flaccido e segnato dai tendini, i baffetti volti all’insù e la mosca sul mento erano tinti; la fitta rastrelliera di denti gialli, ch’egli scopriva ridendo, era una meschina mistificazione, e le due mani, adorne di grandi anelli agli indici, erano mani senili. Non sapevano, non si accorgevano i suoi amici che colui era un vecchio, che indossava indebitamente quelle garrule vesti da ganimede, che indebitamente si atteggiava a uno della loro età? Con tutta naturalezza e dimestichezza (così sembrava) essi lo ammettevano in mezzo a loro, lo trattavano da pari a pari, ricambiavano senza disgusto le sue gioviali manate nei fianchi. Com’era possibile?”

E’, questo, un famoso passo della Morte a Venezia di Thomas Mann, che Luchino Visconti rese nel suo film una scena indimenticabile: con il trucco del vecchio che si scioglieva al sole, denunciando al contempo la falsità e l’inanità del suo travestimento.

Ed è a questo che ci fanno pensare le trascrizioni man mano rese pubbliche delle chiacchiere private di Silvio Berlusconi, e le rivelazioni vecchie e nuove sulle sue giornate e nottate gaudenti, tra un blitz in discoteca a Milano e una Noemi che lo chiama ‘papi’ da festeggiare a Casoria, con gli intermezzi teatrali – giovinette tra le braccia e finti matrimoni – di Villa Certosa. Un vecchio che desidera disperatamente rimanere giovane. E ci riesce. Non solo per le prodezze del suo medico personale, le cure rigeneranti, i lifting e i ritocchi. Ma anche perché emana un potere suo proprio, datogli dal belletto più potente che esista: il potere, di cui il denaro del quale è fortunato possessore (essendo tra i primi 100 uomini più ricchi al mondo) è la forma più eminente.

Interessano meno le prodezze sessuali, reali o mancate. Colpisce molto di più il bisogno assurdo – molto da bauscia, si direbbe a Milano – di piacere, di spandere, di fronte a un pubblico evidentemente di ‘inferiori’: ragazzine imberbi e inesperte di politica, da impressionare con i filmati del prode insieme ai grandi della terra, le vanterie sul proprio ruolo internazionale e la propria indispensabilità, il riferimento al cane di Bush o al letto di Putin. Misere cose – che gettano una luce tra l’inquietante e il pietoso sul bisogno di essere adulato di un uomo che non ne avrebbe bisogno – ma luccicanti, che sono la traduzione in termini di potere dell’auto o della moto sportive, e della vanteria maschile sulla lunghezza dei propri genitali: non più eleganti e non più profonde di queste.

E’ ridotto a questo l’uomo più potente d’Italia, uno dei grandi del mondo: quello che, come riporta anche il sito della BBC, si autodefinisce “il miglior leader politico in Europa e nel mondo”? Così è, se vi pare.

Vi è, in questa che non sappiamo se sia una metaformosi o una caricatura del potere, una sorta di grandezza da personaggio shakespeariano. Ma anche un indubitabile côBagaglino. E così, tra la tragedia e l’operetta, tra la solitudine del potere e le meschinità del medesimo, si consuma il declino di chi, nel bene e nel male, ha governato l’Italia caratterizzandola al punto che questo periodo di storia politica e di costume del nostro Paese verrà ricordato come l’era berlusconiana.

Come per Thomas Mann, la domanda però è sempre la stessa: come era possibile? Come è stato possibile che l’Italia si sia affidata a questo tipo umano, al suo spessore? Probabilmente perché metà dell’Italia gli assomiglia, si identifica con lui, e si limita ad invidiarlo per non poter essere come lui.

In questo senso aveva davvero ragione il vecchio Indro Montanelli, il più autorevole giornalista italiano, vero conservatore, vero moderato e vero liberale, e per questo motivo fieramente anti-berlusconiano, che sul finire della sua vita si è ritrovato, contro tutta la sua storia, a votare per il centro-sinistra, pur di non sostenere una destra di questo tipo: “Solo lasciandolo governare, gli italiani si vaccineranno contro il berlusconismo”. L’abbiamo fatto. Lo stiamo facendo. E occorre che la parabola si compia interamente.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 5 agosto 2009, p. 33

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