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Contraddizioni catto-padane

Contraddizioni catto-padane

La Lega, nel suo rapporto con il cattolicesimo, si trova a vivere un’ambivalenza profonda. Il contrasto, una sorta di volontà di rivincita, e persino di concorrenza sui valori, da un lato. E l’eredità del voto cattolico dall’altro.

I dirigenti leghisti hanno lanciato in questi giorni un affondo molto duro nei confronti della Chiesa. Ma si tratta più di una continuità che di una novità, nella storia della Lega. Sarebbe sufficiente sfogliare gli albori di ‘Lombardia autonomista’, organo dell’allora neonata Lega Lombarda, per ritrovare le stesse polemiche di oggi, e persino la proposta di far passare il Nord, in toto, al protestantesimo.

Il partito che forse più di tutti insiste retoricamente sull’identità cristiana del Paese, specie se c’è da prendersela con i musulmani, è anche quello che meno la frequenta e la conosce. Chi scrive ‘Padania cristiana’ a caratteri cubitali sui muri del Nordest di solito, dicono i parroci, in parrocchia non si è mai visto. E chi rivendica crocefissi in ogni aula, scolastica e municipale, spesso a casa sua non ce l’ha e non lo prega. Del resto la dirigenza storica leghista è lontana anni luce dalla pratica cattolica. Bossi non ha mai fatto mistero della sua felice ignoranza in materia, ministri ed ex-ministri come Calderoli e Castelli preferiscono, a quello cattolico, il matrimonio celtico (dopo un primo divorzio), che consente tra le altre cose più rapide separazioni, celtiche anch’esse. E, per dire, un dirigente come l’europarlamentare Borghezio, che non perde occasione per ergersi a paladino della cristianità italiana contro l’invasione islamica, l’unica croce con cui ha realmente dimestichezza, fin dal suo passato politico pre-leghista, è quella celtica. L’unico momento di visibilità cattolica all’interno della Lega è stato quando un’oscura e giovanissima militante delle Acli milanesi, avendo inviato al senatur un documento sul voto cattolico, si vide chiamata a fondare la consulta cattolica della Lega, e in pochissimo tempo fu catapultata al vertice della terza carica dello Stato: ci riferiamo alla presidente della Camera, Irene Pivetti, poi finita a percorrere una triste parabola da modesta presentatrice di programmi di intrattenimento sulle tv Mediaset, contenutisticamente assai poco cattolici. Per non parlare delle politiche che si pongono in conflitto diretto con il cuore del messaggio cattolico: e non si tratta solo di quelle sull’immigrazione. L’antisolidarismo militante, l’enfasi sulla separazione e sulla divisione dalle aree più povere (l’egoismo dei ricchi), il rifiuto di logiche minime di riconoscimento universale dei diritti, la critica alla difesa della costituzione propugnata dal cattolicesimo democratico, per non parlare della polemica diretta con i ‘vescovoni’ (che ha in Milano la sua punta di diamante, ieri contro il card. Martini e oggi contro il card. Tettamanzi), le finanze della Chiesa, le contraddizioni tra il predicare bene e un presunto razzolare male (che li accolgano in Vaticano, gli immigrati…), o il card. Ruini ‘ruina d’Italia’, secondo una nota battuta bossiana, sono la regola, nella Lega, non l’eccezione.

C’è, dunque, un’estraneità diffusa tra il sentire leghista e quello cattolico. Che, tuttavia, non ha impedito che, in particolare nelle bianche province della Lombardia e del Nordest, il voto cattolico, una volta scomparsa la Democrazia Cristiana, si sia riversato volentieri nel contenitore leghista, apparentemente senza soffrire alcuna particolare contraddizione. Anche perché il prodotto piace. Piace perché propone un cattolicesimo di pura etichetta, poco esigente sul piano morale e religioso, riducibile a pochi elementi (identitari, appunto), familiari ma non invasivi, nostalgici ma innocui. E piace anche per l’elemento di critica allo strapotere vaticano (parte anch’esso di ‘Roma ladrona’), in nome magari delle care vecchie parrocchie in cui si parlava dialetto, che anche in ambienti cattolici è significativamente diffuso.

Su questo, più che la Lega, è la Chiesa a trovarsi in difficoltà e in contraddizione. La difesa dell’identità, un pilastro della politica culturale leghista, non può non piacere, laddove l’identità è supposta essere cattolica. Sulla base di questo presupposto non poco clero, ma soprattutto moltissima base cattolica, si sono fatti felicemente sedurre dalla sirena identitaria leghista, talvolta flirtando con essa laddove sembrava rafforzare una identificazione con la chiesa che, secondo tutti gli indicatori (pratica religiosa, frequentazione dei sacramenti, aumento di matrimoni civili e divorzi), è in realtà in calo. Ma il problema è che questa identità cattolica non lo è affatto: e non solo per i richiami al folklore celtico e al dio Po. E questo dalle origini. Oggi quei nodi vengono nuovamente al pettine. Ma è probabile che resteranno, come per il passato, ambiguamente sospesi, e irrisolti. Perché il problema vero non è quanto è cattolica la Lega: ma quanto sono cambiati i cattolici, e quanto sono disposti a mettere in mora le loro convinzioni, in politica. La crescita della Lega ci dice che lo sono, e molto.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 27 agosto 2009, p. 1

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