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Ma il dialetto non deve essere un ghetto

Ma il dialetto non deve essere un ghetto

Un dialetto è una lingua che ha perso sul piano storico. E una lingua è un dialetto che ha vinto. Basta questa osservazione generale a dirci che il dialetto di una regione ha tutta la dignità di una lingua. Anche di più, in un certo senso. La sua forza la mostra precisamente nel fatto che, nonostante non sia insegnato a scuola, e spesso non abbia una tradizione scritta diffusa, continua ad essere parlato. Laddove è parlato…

E qui sta il punto. Un dialetto è vivo se è vivo tra la gente che lo parla. Il Veneto è un esempio abbastanza significativo, in questo senso. Il dialetto è parlato un po’ ovunque, e comprensibile ai più, nelle campagne come nelle città. E non è solo lingua dei ceti popolari, residuale, destinata a scomparire perché le élite non la usano: è parlato anche dalle classi dirigenti, nel mondo dell’economia, della politica, persino dell’università. Quasi un vezzo, talvolta: segno comunque di vitalità.

La Lombardia – e molte altre regioni – è invece un significativo contro esempio. Perché una lingua comune, il lombardo appunto, nemmeno esiste. A Milano la stragrande maggioranza delle persone non capisce il milanese, per l’ottima ragione che non è nemmeno di Milano, ed è sempre più internazionalizzata e multilingue, come una metropoli non può non essere. Dal basso, via migrazioni. E dall’alto, grazie alla mobilità, percentualmente molto maggiore, delle élite, tanto più nei settori trainanti e trendy, economicamente floridi, del terziario. A Bergamo invece il dialetto esiste ed è forte, ma è un altro, del tutto incomprensibile a un milanese tanto quanto una lingua straniera. Che dialetto si dovrebbe insegnare, allora? E, di fondo, perché? Se è già forte e diffuso di suo, non ne ha bisogno: basterebbe qualche corso di supporto per chi lo richiede (e non obbligatorio). Se è quasi morto, perché resuscitarlo in via forzosa, operazione che del resto non funzionerebbe?

Il problema è che le proposte di questi giorni – occasionalmente reiterate come un mantra ideologico, più che veramente perseguite come obiettivo strategico – tradiscono un paradosso culturale più ampio, descrivendo una società che non esiste più. Omogenea culturalmente, mentre non lo è: viviamo in una società plurale, culturalmente, religiosamente, socialmente, per preferenze sessuali e modelli familiari – e questo a prescindere dalla presenza degli stranieri, che questa pluralità la rende semplicemente più visibile, ma ne è una conseguenza, più che una causa. Omogenea per obiettivi anche politico-culturali, mentre non lo è: c’è chi vuole conoscere meglio il proprio dialetto e le proprie tradizioni, e chi invece – probabilmente molti di più – per ottimi e comunque legittimi motivi vuole dimenticare il primo e fuggire le seconde, o semplicemente non sono mai state le sue, perché viene d’altrove, e sono queste invece che vorrebbe mantenere. E in questi casi non servono a nulla gli assessorati all’identità, un frutto anch’esso di speculazione politica, la cui attività principale sembra essere quella di sprecare un po’ di denaro pubblico per rinverdire sagre paesane, libri di ricette locali, antiche tradizioni storiche e rievocazioni folcloristiche che, il più delle volte, non sono più vecchie di un quindicennio…

Ecco, il problema del dibattito attuale sul dialetto, come quello correlato sulle bandiere e gli inni – risibile nei contenuti, ma che mostra precisamente che si tratta di tradizioni inventate, tutto fuorché ataviche – è che, lungi dal voler salvaguardare ciò che esiste e ha bisogno di tutela, intende invece inventare ciò che non c’è, e imporlo anche a coloro a cui non appartiene. Uno scopo di chiusura, non di apertura. Imperialista, non liberatorio. Totalitario, non democratico. Che chiude alle culture, anziché aprire alle medesime. Stessa logica – e tema assai più inquietante – delle preferenze regionali o locali per l’assegnazione di alloggi o la possibilità di lavorare o utilizzare i servizi sul territorio. Tutto ciò mostra che si tratta di una operazione tutta e solo politica. Ben riuscita, perché si legittima di argomenti alti. Ma, chiediamocelo, quanto utile?

I dialetti, come le lingue, dovrebbero servire ad aprirci la mente, a scoprire nuove culture e territori ideali: inclusa quella da cui proveniamo. Ed è per questo che è utile conoscerle e studiarle. Non per chiudersi in un ghetto. Per lo stesso motivo, per gli immigrati, è spesso utile la salvaguardia della lingua d’origine, la Lingua 1, come la chiamano i glottologi, anche come strumento per apprendere meglio la lingua del paese di residenza, la Lingua 2. Ma che lo scopo del dibattito odierno non sia questo lo dimostra il fatto che chi vorrebbe il dialetto obbligatorio è contro la lingua d’origine facoltativa. Un peccato, perché in generale i ragazzi non fanno difficoltà nel costruirsi mondi linguistici diversi e paralleli: il dialetto, per chi lo parla in famiglia senza studiarlo a scuola; una lingua straniera, per chi magari frequenta la scuola inglese, o per i figli chi di emigra; o ancora la lingua di entrambi i genitori per i figli di coppie miste. Ed ecco perché sarebbe utile e importante investire anche, e molto, nello studio delle lingue straniere, l’inglese su tutte, ma anche le altre, dallo spagnolo al cinese: sulla cui conoscenza il Veneto è di un’arretratezza spaventosa, e paga un prezzo misurabile ovunque, dall’economia ai banchi dell’università. Una carenza drammatica, di cui sarebbe utile dibattere e su cui sarebbe indispensabile investire. Ma di questo non si parla. Forse perché troppi ne portano la responsabilità. E perché elettoralmente non paga.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 13 agosto 2009, p. 1-30

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