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Un’anomalia tutta italiana (l’ora di religione)

Un’anomalia tutta italiana (l’ora di religione)

La sentenza del Tar del Lazio che ha accolto il ricorso delle principali minoranze religiose italiane, tutte riconosciute da Intesa con lo stato (ebrei, valdesi, luterani, oltre a diverse associazioni laiche), pone un problema che va molto al di là del merito, già significativo di suo: il fatto che la frequenza all’ora di religione cattolica non concorra ad attribuire credito formativo per gli esami di maturità, e che di conseguenza gli insegnanti di religione cattolica non partecipino a pieno titolo agli scrutini degli studenti.

Questo pasticcio è frutto di un’anomalia tutta italiana: che l’insegnamento religioso sia confessionale, che la selezione degli insegnanti e la decisione sui contenuti sia ecclesiale, ma che gli insegnanti siano pagati dallo stato e di fatto parificati agli altri, che sono tuttavia selezionati dallo stato sulla base di contenuti da questo predisposti.

Altri paesi finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma non solo della confessione maggioritaria, che sia quella cattolica, quella luterana o altra. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso diretto, unico o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece lo stato ha deciso di assumersi l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti a un ente esterno (che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per motivi morali), e compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani ora a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

I punti di partenza su cui riflettere sono infatti due, uno di efficacia (l’ignoranza religiosa degli italiani) e l’altro di principio (la progressiva maggiore presenza di minoranze religiose e l’uguaglianza dei cittadini).

Il primo punto è testimoniato anche da periodiche inchieste interne: Famiglia Cristiana ha rilevato che solo il 7% degli italiani ha letto i quattro vangeli, il che pone un problema sull’utilità persino dell’insegnamento confessionale (dal punto di vista cattolico, se non si insegnano i vangeli, cosa si insegna?). Ma è senso comune constatare che l’ignoranza dei fondamentali biblici rende di fatto incomprensibile ai più, tra le altre cose, il significato di gran parte del nostro patrimonio artistico, dalle chiese alle pinacoteche, come della cultura popolare.

Il secondo punto è figlio dei tempi. Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione intellettuale è in ritardo, anche perché polarizzata non tra laici e credenti, ma tra clericali e giacobini, sanfedisti e atei militanti. E quella politica mostra una costante propensione bipartisan del ceto politico a tenersi buona la Chiesa non per convinzione ma per interesse: ciò che fa sì che nel nostro Parlamento il tasso di clericalismo sia inversamente proporzionale alla fede – un elemento di scambio, non una coerente riflessione sui princìpi, giuridici e religiosi.

Non stupisce che, anche in questo campo, spetti alla magistratura un ruolo di supplenza, in coerenza con numerosi pronunciamenti della corte costituzionale, basati sull’uguaglianza e la pari dignità dei cittadini.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 13 agosto 2009, p. 1

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