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Anziché spremere gli studenti, Padova li consideri una risorsa

Anziché spremere gli studenti, Padova li consideri una risorsa

Quello degli affitti in nero agli studenti è uno scandalo fittizio: tutti hanno sempre saputo tutto, da sempre. Semmai bisogna ringraziare la Guardia di Finanza per aver finalmente sollevato il caso. Una prova che non sempre il federalismo fa bene. Qualche volta solo un organismo centrale ha l’interesse e la forza per scoperchiare certi verminai.

La tempistica è più che opportuna: tra pochi giorni inaugureremo con orgoglio il 788° anno accademico dell’università di Padova. Ragione di più per porre qualche interrogativo di fondo sul rapporto tra l’università e la città.

Padova ha 210.000 abitanti (dati 2006) e 95.000 studenti iscritti (dati 2008): una proporzione che da sola dice tutto. Di questi solo 28.000 sono padovani (quindi con casa e famiglia d’appoggio). 78.000 sono complessivamente i veneti, di cui una parte significativa è pendolare, mentre altri si padovanizzano temporaneamente. E 17.000 vengono da altre regioni o paesi, per una parte importante trasferendosi in città. A questi occorre aggiungere 2.400 docenti, in buona parte anch’essi neo-cittadini.

L’indotto economico dell’università è gigantesco, e meriterebbe un approfondimento di suo. Ma anche limitandoci all’essenziale, studenti (e professori) abitano, mangiano, e vivono i loro minuti bisogni quotidiani in città, arricchendo i suoi abitanti e le sue attività. La arricchiscono culturalmente: senza l’università e gli studenti è difficile dire quale sarebbe la produzione culturale della città, e l’utenza della sua ancora troppo scarsa offerta. E la arricchiscono economicamente: argomento cui gran parte della città sembra decisamente più sensibile.

Questa città, tuttavia, da’ la sensazione di sopportarli a malapena i suoi studenti: buoni finché consumano, ma importuni se vogliono anche divertirsi e cercare spazi di aggregazione, peraltro assolutamente indispensabili per chi non ha una casa e una famiglia, e vecchi amici da incontrare. Si vorrebbero negozi pieni e piazze vuote, ché la gente e il rumore danno fastidio. Ma si sono offerte alternative? E’ sintomatico che gli studenti vengano visti sempre e solo come un problema: il problema piazze, il problema spritz… E, magari, che un banale alterco tra studenti, o qualche grida di troppo, diano luogo a titoli allarmati e vertici in Prefettura.

E’ chiaro, gli studenti sono un’utenza particolare: con bisogni specifici, e non sempre facilmente normalizzabile. Ma la città deve decidere. O considera l’università e gli studenti una risorsa, e offre anche qualcosa in cambio, in termini di spazi, di attività, di servizi, di animazione, di orari (non si può pretendere che gli studenti smettano di esistere alle otto di sera), o gli studenti avranno tutto il diritto di considerarla un mero fondale: non una città viva e vitale, ma dei muri, che non danno senso di appartenenza, e a cui dunque non si appartiene volentieri. A essere considerati corpo estraneo di solito si viene ripagati allo stesso modo: e se non si dà rispetto e considerazione, nemmeno li si riceve. Non crediamo che questo faccia bene alla città. Nemmeno ai suoi attori economici.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 11 settembre 2009, p. 1-12

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