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Gli assalti dell’unto del Signore (il caso Boffo)

Gli assalti dell’unto del Signore (il caso Boffo)

“Affrontare la stampa è più difficile che lavare un lebbroso”, diceva Madre Teresa di Calcutta. E forse la citazione potrà servire di consolazione a Dino Boffo, direttore dimissionario di Avvenire, che, dopo aver a lungo fatto il capofila di quella cattolica, si è ritrovato contro quella notoriamente elegante e anglosassone incarnata da Vittorio Feltri. Uno che ha preso molto sul serio l’indicazione di Rivarol che “la stampa è l’artiglieria del pensiero”, e che la usa volentieri nella forma dell’attacco personale, insidioso e calunniatore.

Il reato di lesa maestà di Boffo è in sé modestissimo. Avere, dopo molto tempo, quando proprio non si poteva più stare zitti, dato voce a un dissenso peraltro morbido ed educato rispetto a posizioni e comportamenti del capo del governo esibizioniste e pacchiane e, dal punto di vista cattolico, moralmente discutibili. Ma tanto è bastato per innescare la reazione di un giornale che non è solo alleato e sostenitore del capo del governo, ma proprietà di famiglia. Impossibile immaginare che abbia agito senza il suo assenso.

La reazione, a suo modo grandiosa, come è nello stile del personaggio, è a tutto campo: l’attacco ad Avvenire, le querele contro Repubblica e L’Unità, i contratti Rai dei giornalisti scomodi che non si rinnovano, persino le intimidazioni ai portavoce dell’Unione Europea. Ma non è precisamente una novità: è in linea con l’editto bulgaro che a suo tempo spedì Enzo Biagi, praticamente la storia del giornalismo italiano, in accelerato pensionamento. La reazione di chi, abituato al consenso plaudente e adulatore dei dipendenti, non riesce proprio ad accettare, e forse persino a comprendere, come intorno alla sua persona vi possa essere dissenso. Di tutte le critiche, tuttavia, quella che veniva dal giornale cattolico era la più fastidiosa, per chi non ha perso occasione, con frequenti battute che tradiscono la convinzione, per paragonarsi a Cristo, avvicinare la sua onnipotenza a quella di Dio, e ritenersi “l’unto del Signore”. Che proprio Avvenire lo bacchettasse, che denunciasse la plateale distanza tra vizi privati e pubbliche virtù, che chiedesse un po’ di morigeratezza di stile, denunciando implicitamente uno stile che non la conosce, e a chi si vantava di avere eccellenti rapporti con la Chiesa cattolica – cosa verissima – dicesse in sostanza che, da troppi punti di vista, la contraddizione diventava insostenibile, questo non si poteva tollerare. Ed è partito il killeraggio degli amici.

Che ha funzionato. “La calunnnia è un venticello”, come canta l’aria di Basilio nel ‘Barbiere di Siviglia’ di Rossini. Che all’inizio è “insensibile, sottile”, ma “alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia, e produce un’esplosione come un colpo di cannone. E il meschino calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello per gran sorte ha da crepar”.

C’è da sperare, almeno, che la vicenda faccia scattare, agli occhi della pubblica opinione cattolica, qualche interrogativo etico: non solo sulle devastazioni di certo giornalismo, ma sul più generale problema del rapporto, finora troppo conciliante e interessato, con questo centro-destra e il suo ingombrante leader.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 4 settembre 2009, p. 1-5

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