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Oltre la religione (Sanaa, Hina e le altre)

Un’altra ragazza uccisa. Un’altra storia di paternalismo e tradizionalismo opprimente finita in tragedia. Un abisso culturale che sfocia nel crimine, nell’efferatezza. E, puntuali, i parassiti della strumentalizzazione.

Cominciamo dai fatti. Sanaa, 18 anni, è stata uccisa dal padre, un marocchino di 45 anni, che non approvava la sua relazione con un italiano di tredici anni più vecchio. Inconcepibile. Inaccettabile. Disumano. Ma, invece di fare i finti ingenui, chiediamocelo: così raro? Così strano? Così assente dalle cronache giornalistiche, anche a prescindere dall’immigrazione? Purtroppo no. Ma allora questo dovrebbe indurci a una seconda, onesta domanda: cosa c’entra la religione? Cosa c’entra l’islam? Siamo davvero sicuri che sia questa la variabile esplicativa principale?

Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, potrà confermarlo. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E, per finire, la psicologia individuale?

La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. E’ figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. E’ una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del ‘divorzio all’italiana’; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est. Del resto in Gran Bretagna, dove problemi analoghi li hanno anche tra gli hindu e i sikh, parlano volentieri di culture ‘asiatiche’: forse altrettanto a torto.

La religione tuttavia può servire come alibi, e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli, come spesso già succede) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. In Gran Bretagna esistono commissioni governative sui temi dei matrimoni forzati e correlati, che coinvolgono i responsabili di comunità in programmi di prevenzione. In Olanda come in Francia esistono strutture di mediazione anche nei casi di crisi (ad esempio ragazzi che scappano di casa) in cui mediatori culturali provenienti dall’immigrazione svolgono un ruolo decisivo. In Italia, per lo più, prevale in questi casi la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.

Per tutti, l’interesse è invece quello di contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. Essi hanno tutto l’interesse a purificare la religione dalle scorie che i costumi e le tradizioni talvolta le appiccicano addosso, finendo per nasconderla. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani. Parlare di “guerra di religione” è inutile e controproducente, e probabilmente irresponsabile. Produce un po’ di spazio sui giornali e nulla più.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 17 settembre 2009, p. 1-5

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