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Troppi mandati: in regione non è democrazia (Galaneide)

Troppi mandati: in regione non è democrazia (Galaneide)

In un significativo articolo pubblicato domenica, il direttore di questo giornale ha analizzato ragioni e sragioni politiche della campagna per “salvare il soldato Galan”.

Già il riferimento cinematografico dà l’idea di una campagna assurda e inutile: nel caso del film di Spielberg si trattava di salvare il soldato Ryan, a cui erano già morti tre fratelli, e che lo stato maggiore aveva dato ordine di rispedire a casa. Nella campagna per salvare quel soldato coraggioso, testardo e un po’ ottuso, moriranno molti altri uomini, anche migliori di lui: al punto che alla fine del film Ryan si domanda se abbia davvero meritato di essere sopravvissuto.

La metafora è troppo intrigante per non applicarla anche al caso politico riferito al soldato Galan. Davvero merita di sopravvivere a tutto e a tutti, a dispetto e contro tutti? Basta continuare a ripetere come un mantra che ha governato bene per convincersene?

Ma, al di là di questo, la domanda che qui ci facciamo precede il giudizio politico e di merito. E’ legata alle forme e ai metodi della democrazia. Nella convinzione che spesso la forma è il contenuto. E se il metodo è difettoso anche il risultato lo sarà.

La domanda vera che dobbiamo porci è infatti: ma ha senso, è giusto, è coerente con il principio democratico, che qualcuno resti incistato al potere, avvitato sulla medesima poltrona per quattro mandati? Vale per Galan come per Dürnwalder, ricordava giustamente Monestier. Ci aggiungeremmo Formigoni, di cui si dice con assoluta impudenza che debba essere “presidente a vita”, come se la Lombardia fosse roba sua.

Ricordiamo che la stessa critica, a giusto titolo, il Pdl la faceva, nella recente campagna elettorale, a Zanonato: ed era in effetti il punto più debole del sindaco. Che, peraltro, almeno i mandati non li ha fatti consecutivamente.

Ricordiamo al Pdl che unanimemente ricandida Galan che la stessa critica, a giusto titolo, il Pdl la faceva, nella recente campagna elettorale, a Zanonato: ed era in effetti il punto più debole del sindaco. Che, peraltro, almeno i mandati non li ha fatti consecutivamente.

Il problema, lo ricordiamo, è di principio e di metodo. E proprio per questo è sembrato inquietante l’unanimismo con cui i dirigenti del Popolo della Libertà riuniti a Cortina si sono stretti intorno a Galan per reincoronarlo patriarca, più che governatore, del Veneto. Dà l’idea di un distacco siderale tra un’élite politica che si autoriproduce e i principi a cui dovrebbe ispirarsi.

La democrazia è un dettaglio? E il principio di alternanza, che ne è alla base, un ammennicolo? La questione della lunghezza della permanenza al potere e del numero dei mandati è all’origine stessa della democrazia: perché ci si accorse ben presto che un potere conquistato democraticamente poteva trasformarsi nel suo opposto, in una forma di paternalismo totalitario o peggio, se lasciato troppo tempo nelle stesse mani. Ecco perché tutte le democrazie mature hanno adottato vincoli inderogabili, che per le cariche più importanti sono normalmente di due mandati.

La decisione di chi mandare al potere la prende il popolo sovrano attraverso le elezioni. Ma, anche se vuole legittimamente rimandarci le stesse forze politiche (e quindi l’alternanza non si produce fra schieramenti diversi), il vincolo dei due mandati costringe a un rinnovamento almeno della classe dirigente. Uno strumento indispensabile affinché non si creino centri di potere autoreferenti e autocentrati, composti da amici degli amici disposti in cerchi concentrici intorno al potente di turno, inevitabilmente proni e disincentivati al dissenso. E’ ciò che consente di mantenere un principio di freschezza e di possibilità di ringiovanimento alla democrazia, destinata altrimenti all’immobilismo e alla senescenza.

Vero, non c’è un vincolo a farlo. Per qualche incomprensibile motivo il vincolo in Italia esiste ad altri livelli (dai sindaci ai presidenti della repubblica) ma non per i governatori, che non hanno ovviamente interesse ad introdurlo in proprio. Ma nondimeno si tratta di un principio fondamentale di coerenza con il principio democratico stesso. E, dopo tutto, è curioso che la difesa inerziale della posizione opposta venga da uno schieramento ideologicamente contrario al posto fisso e, ultimamente, assai critico, almeno a parole, con le élite…

Poi, naturalmente, i princìpi sono una cosa e la pratica un’altra. E anche su questo, come sempre, si deciderà una sera a cena, ad Arcore, alla faccia di quell’altro principio che è il federalismo. Ma questo fa parte delle storture della democrazia e della partitocrazia, non dei suoi princìpi. I mezzi, anche in questo caso, produrranno il fine: che non è il governo del popolo, ma la spartizione del potere.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 24 settembre 2009, p. 1-9

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