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Una sana competizione dentro il Pd ma senza perdere le radici territoriali

Una sana competizione dentro il Pd ma senza perdere le radici territoriali

La concorrenza fa bene: anche ai partiti. E’ quello che sta avvenendo nel PD: finalmente si discute, ci si divide, si litiga. Ma a partire da presupposti trasparenti, e non attraverso complotti di corridoio. L’esatto contrario di quanto avvenuto fino ad ora, che tanto è costato alla credibilità del partito.

A livello nazionale, i tre candidati giocano una partita aperta. Pierluigi Bersani è il leader del ‘partito degli amministratori’, la parte più moderna di un mondo antico, di cui la benedizione dalemiana è l’aspetto più ingombrante e caratterizzante. Dario Franceschini rivendica invece il ‘progetto nuovo’, allargato alla società civile e più caratterizzato contro le vecchie componenti. Ignazio Marino, l’outsider, gioca più una partita di principi e d’opinione. I bookmakers interni danno vincente Bersani nell’apparato e quindi al congresso, Franceschini tra i simpatizzanti e quindi alle primarie, mentre Marino rappresenterebbe una candidatura d’élite, sostenuta soprattutto da giovani, intellettuali e nuovi iscritti.

E in Veneto? Il rischio è che, appiattendosi sulle mozioni nazionali, pur decisive nell’articolare la futura geografia interna del PD, i candidati perdano in specificità territoriale, e non riescano a rendere visibile quel partito radicalmente ‘nordista’ e federalista, sanamente critico rispetto al PD romanocentrico, che la stragrande maggioranza di iscritti e simpatizzanti vorrebbe: senza più candidati paracadutati dall’alto e strategie decise a Roma, con gli splendidi risultati visti per esempio alle europee (nemmeno un veneto eletto a Strasburgo).

Il senso del congresso, e più ancora delle primarie, tanto più per un partito al suo primo vero appuntamento di democrazia interna, è di parlare di contenuti e selezionare i migliori. I contenuti stanno emergendo con l’avanzare del dibattito. Quanto alla selezione dei migliori, essa potrà avvenire solo se i candidati non saranno ingabbiati nelle mozioni nazionali, di cui si ergano a rappresentanti. Se, cioè, non ci si limiterà a una replica in sedicesimo degli equilibri nazionali, con candidati che rappresentano le mozioni, e votati solo perché indicati dalle rispettive componenti, a prescindere dalle loro qualità e capacità.

Se i congressi sono la prima tappa, la seconda, per produrre uno svecchiamento e un rinnovamento reale, è che si avviino primarie a tappeto: per selezionare i gruppi dirigenti e ancor più, dall’anno prossimo, per stabilire le liste dei candidabili, dal livello regionale in su. Se gli apparati si mostrano incapaci di superare gli steccati del passato, sarà decisiva la partecipazione e la spinta dei simpatizzanti.

Per un partito che porta l’aggettivo democratico nella sua stessa ragione sociale, questo processo è indispensabile. I partiti schiacciati sul leader, i cui congressi sono delle mere passerelle di gruppi dirigenti, si possono consolare con il potere e le prebende, premiati come sono, attualmente, da un consenso diffuso. Il PD no: il consenso lo deve riconquistare. E, in Veneto, partendo da una situazione particolarmente svantaggiata e sfavorevole, anche per sua responsabilità. Partire dal territorio e da un meccanismo coinvolgente di selezione della sua classe dirigente è la sua sola possibilità di farcela.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 settembre 2009, p. 17

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