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La logica del “chi me lo fa fare” (sanatoria badanti fallita)

La logica del “chi me lo fa fare” (sanatoria badanti fallita)

La sanatoria di colf e badanti è fallita: o almeno ha regolarizzato un numero di persone molto al di sotto delle aspettative. Ci sono ragioni oggettive, anche se perverse, di questo risultato negativo: il dover dichiarare almeno 20.000 euro di reddito, che molte famiglie non sono in grado di dimostrare, non perché non ce l’abbiano, ma perché dichiarano al fisco molto meno di quanto guadagnano realmente – e si tratta proprio del ceto sociale che ricorre più spesso alle colf. E il dover indicare un minimo di 20 ore di lavoro: teoricamente facile per le badanti (se i datori di lavoro lo ammettessero), meno per le colf che spesso lavorano presso più famiglie.

Ma in epoca di scudo fiscale, in cui l’evasione e la fuga di capitali all’estero viene punita con una sanzione risibile, anche i costi della cosiddetta sanatoria delle badanti devono essere sembrati proibitivi. E in effetti, comparazione alla mano, lo sono. Non tanto per i 500 euro di contributo forfettario, ma per il fatto, poi, di essere costretti a retribuire in regola la persona che prima lavorava in nero, pagandole per giunta i contributi. Un’ovvietà, in qualsiasi paese e per qualsiasi lavoro. Un po’ meno per un mercato del lavoro arretrato come quello domestico di colf e badanti, che ha le sue peculiarità.

In effetti si tratta del lavoro più atipico del mondo. Sei di famiglia, ma te ne toccano soprattutto i lati peggiori (mettere a posto, non certo essere serviti a tavola). Ti è richiesto un forte coinvolgimento emotivo, ma è malvisto che sia bidirezionale (la badante deve affezionarsi all’anziano, ma il contrario è pericoloso, per questioni ereditarie). L’orario di lavoro, già lungo di suo, è indicativo, essendo governato da eventi eccezionali che accadono tutti i giorni (imprevisti, malattie, ritardi, ospiti, insonnie). In più è l’unico lavoro al mondo dove il lavoratore è uno e i datori di lavoro molti, anziché il contrario: con tante teste anche in contraddizione tra loro a cui obbedire. E, se sei irregolare, sei facilmente ricattabile e il tuo potere contrattuale è nullo: anche perché la casa in cui sei ospite è il tuo unico rifugio, la tua unica protezione. Nulla da stupirsi che sia anche un lavoro che soffre di un altro sommerso: una quantità di violenze nascoste (dalle piccole sevizie psicologiche alle esplicite violenze sessuali), di esaurimenti e malattie mentali, di tassi di alcolismo e di solitudine, di lunghe separazioni familiari dalle conseguenze talvolta devastanti, mal misurati dalle statistiche. E che si uniscono al sommerso della condizione irregolare e dell’abitare in una casa che non è la tua, in cui niente di quel che ti circonda ti appartiene. Dovrebbe essere un’epopea degna di una sua letteratura, anziché una condizione accettata come normale e diffusa.

Anche perché le badanti d’Italia sono figlie di un welfare pessimo e retrogrado, di cui non sono la soluzione, ma una parte del problema: non a caso si tratta di un fenomeno essenzialmente italiano e dell’Europa del sud (Spagna, Grecia, Portogallo); non propriamente i paesi di punta nel campo dei servizi sociali e dei servizi alla persona: che, dove esistono, non hanno bisogno di badanti, se non in casi assolutamente eccezionali. L’effetto perverso è che il welfare non migliorerà mai, precisamente perché le famiglie supportano i problemi dei loro anziani, bambini e disabili grazie a colf e badanti. E sono le statistiche dell’immigrazione, a dircelo. Dall’Ucraina emigrano soprattutto uomini: ma in Italia arrivano soprattutto donne. Segno che gli uomini vanno altrove, seguendo le opportunità di un mercato del lavoro che porta invece le loro donne da noi.

Avrà pure ragione il ministro Maroni, allora, a sostenere che non si può dire che la sanatoria è fallita, perché le stime erano appunto tali (ma le stime sui clandestini, allora?). Ma di difetti nel manico questa regolarizzazione ne aveva altri. A cominciare dall’aver privilegiato il settore più primitivo del mercato del lavoro: con l’effetto di aver ‘retrocesso’ al ruolo di collaboratori domestici anche pizzaioli e segretarie, autisti e cameriere, per regolarizzare i quali i datori di lavoro hanno fatto, letteralmente, carte false. Mentre sarebbe stato opportuno pensare ai settori maggiormente maturi: cosa che non si è potuta fare per ragioni politiche che il ministro conosce bene, dato che ne è portatore.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 1 ottobre 2009, p. 1

anche in “Messaggero Veneto”

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