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Sanaa ed Evelina uguali e diverse

Sanaa aveva solo 18 anni. Il padre, marocchino, non sopportava che avesse una relazione con un italiano, che se ne fosse andata di casa, a vivere con il suo uomo. E l’ha uccisa. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per uccidere. Lei stava con un uomo tanto più grande di lei (31 anni), e non gli aveva detto dove viveva, nemmeno che abitava con lui. Che per giunta era di un’altra cultura, lingua, religione (anche se questo era l’ultimo dei problemi reali: nessuno, in questa storia, era particolarmente osservante).

Evelina ha solo 21 anni, e già un figlio di 6. Il padre, italiano, non sopportava che avesse una relazione con un albanese, e l’ha quasi uccisa: si è salvata perché il padre, armato di cacciavite, ha mancato la vena giugulare. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per cercare di uccidere. Lei già era stata con un albanese quando aveva 17 anni, era rimasta incinta, ma poi lui se ne era andato. E adesso era di nuovo innamorata di un altro albanese. Una persona di un’altra cultura e religione (anche se questo problema stavolta non se l’è posto nessuno).

Tante, troppe le somiglianze per non rifletterci. Anche se nella interpretazione dei fatti la differenza è totale.

Nel primo caso si è enfatizzato l’aspetto religioso della questione, un’irrimediabile differenza tra fedi inconciliabili. Ed è partita la grancassa del consueto circo mediatico intorno all’islam, con grande spazio sui giornali, un immediato dibattito politico, trasmissioni di approfondimento in prima serata, commentatori improvvisati, e un ministro, Mara Carfagna (la stessa che ha appena proposto una legge per l’abolizione di ciò che non esiste, ovvero del burqa in un ambito dove non se ne è mai visto uno, la scuola), che ha parlato seccamente di “guerra di religione”. Di contorno, la santificazione della povera ragazza e la beatificazione del fidanzato. E nessuna pietas per gli altri protagonisti della vicenda.

Nel secondo caso non un solo commentatore o articolo di giornale, e tanto meno un ministro, ha parlato di guerra di religione. La ragazza rimane quello che è: una vittima innocente. E il fidanzato non se l’è filato nessuno. Marginale anche nel dolore, e senza riflettori intorno. Semmai, sotto sotto, il padre qualche comprensione (per le ragioni della reazione, anche se non per i modi) da alcuni la rimedierà comunque: dopo tutto, un albanese… Proprio come il padre di Sanaa, da alcuni dei suoi.

Delle due l’una. O la religione c’entra, e allora c’entra in entrambi i casi. Oppure non c’entra o c’entra poco: come elemento di sfondo, alla lontana – come codice d’onore più che come fede. Mentre i fattori in gioco sono altri: disperazione, rabbia, deprivazione sociale, livello di istruzione, e qualche incommensurabile variabile psicologica – ché non tutti i padri, religiosi o meno, nelle stesse condizioni, si comportano così.

Alla luce di queste diverse reazioni, se non un esame di coscienza, almeno qualche spunto autocritico sarebbe opportuno. In nome della nostra responsabilità di persone pensanti, chiamate ad analizzare dei fatti ponderatamente e senza pregiudizi. E contro la tragica irresponsabilità delle nostre reazioni immediate, spesso cieche e fuorvianti. Forse sarebbe il caso di raffreddare un po’ il dibattito. Di de-islamizzarlo, per così dire. Ne capiremmo di più, e aiuteremmo meglio i protagonisti di queste vicende. Anche se, certo, chi lucra visibilità mediatica e consenso politico da questi tristi fatti, ci guadagnerebbe di meno.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 14 ottobre 2009, p. 1-5

anche come

Figlie accoltellate dal padre. La religione fa la differenza, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2009, p. 1-18

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