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L’errore dell’eurocrazia (Sul crocifisso)

L’errore dell’eurocrazia (Sul crocifisso)

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che considera la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche una violazione della libertà religiosa, fa riflettere per più motivi.

Primo. A prescindere dal merito, in molti cominciano a pensare che l’eccesso di legislazione e di giurisprudenza prodotti a Bruxelles o a Strasburgo – sempre più invasive della libertà individuale e degli Stati – si risolvano in un boomerang contro le istituzioni europee e ciò che rappresentano. Di fatto, le minuziose e sempre più ossessive forme di regolamentazione eurocratica producono sì una progressiva omogeneizzazione delle normative, ma a prezzo della differenziazione interna che costituisce la ricchezza stessa dell’Europa. E ciò è vero tanto sul piano economico (si pensi alla progressiva distruzione dell’agricoltura tradizionale prodotta dall’interventismo europeo) quanto su quello culturale.

Secondo. Entrando nel merito, viene da chiedersi se sia davvero compito della Corte europea occuparsi di tali questioni, che sono più di modelli culturali che di violazione della libertà individuale vera e propria. Ogni paese su questo fa storia a sé, e la laicité francese, con le sue modalità specifiche, tra cui il divieto della presenza dei simboli religiosi a scuola, non si è imposta come tale in nessun altro Paese europeo, e non ha titolo culturale per fare da bussola (a titolo di curiosità, in molte scuole inglesi si fa ancora la preghiera…).

Terzo. Sarà utile riflettere sul fatto che la Corte è intervenuta su ricorso di una cittadina italiana di origini finlandesi, atea, sposata ad un italiano e residente ad Abano Terme. Il che forse consentirà a qualcuno di accorgersi che il nemico non è l’islam. Nell’analisi del vecchio Pietro Scoppola, la Chiesa italiana degli anni ’50 si era affannata a combattere il comunismo, senza accorgersi che il vero pericolo e il vero nemico era interno: la secolarizzazione, la società dei consumi, la televisione. Oggi il meccanismo si ripete: una politica e un mondo giornalistico ossessionati dall’islam (al punto che la ministra Carfagna tira nuovamente fuori la questione del burqa, che non c’entra nulla, e il ministro Calderoli i presepi, peraltro solitamente messi in questione da insegnanti italiani) non si accorgono che a voler colpire il crocifisso sono soprattutto nemici interni (la italo-finlandese Soile Lautsi o, in passato, il giudice Luigi Tosti, di origine ebraica, che si era rifiutato di tenere udienza nelle aule giudiziarie in cui era presente il crocifisso, oltre che il cittadino italiano di fede musulmana Adel Smith).

E qui veniamo al quarto punto. Il problema vero è la pluralità religiosa, il fatto che la società italiana è cambiata e assai più plurale culturalmente e religiosamente che in passato, anche a prescindere dalla presenza degli immigrati – ma non si vuole trarne alcuna conseguenza. E le minoranze oggi hanno maggior capacità di farsi sentire e di rivendicare i propri diritti. Parliamoci chiaro: certe rivendicazioni dell’identità italiana come esclusivamente cristiana suonano pelose e strumentali, soprattutto quando vengono da atei dichiarati e da neo-celti, cui interessa prevalentemente il ruolo elettorale della Chiesa (peraltro fortemente indebolito) e null’altro (vale per costoro il vecchio adagio: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”). Così come è stupida la speculare opinione di certo mondo progressista, che si limita a godere del colpo inferto all’egemonia cattolica, senza alcuna riflessione sui fondamentali. Ma siamo onesti: nelle scuole pubbliche italiane, fino agli anni ’60, il crocifisso era presente nelle aule; nella maggior parte delle scuole costruite successivamente nessuno si è mai posto il problema di inserirvelo – e non per l’opposizione di anticlericali professionali o di corti laiciste, ma per disinteresse e per dimenticanza. Detto questo, un autentico rispetto delle tradizioni religiose e delle culture altrui si può costruire in molti modi: eventualmente per addizione (aggiungendo i simboli di altre religioni), probabilmente per elaborazione culturale su altri piani, ma certamente non per sottrazione (togliendo i simboli della religione maggioritaria). Vale una considerazione di buonsenso: togliete il crocifisso da un muro dove esso è presente da anni. Il segno che rimane sarà ancora più visibile e significativo, e la sua assenza farà più effetto della sua stessa presenza. Ma, per favore, che non lo si brandisca come un’arma contundente per le proprie battaglie pro o contro la Chiesa: per rispetto a ciò che significa, se non altro.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 5 novembre 2009, p. 1-5

anche

“Messaggero Veneto”

anche come

Crocifisso, dove sta l’ipocrisia, in “Il Mattino”, 6 novembre 2009, p. 1-9 (e la nuova di venezia)

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