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Il morire tra ragione e fede (intervento)

Il morire tra ragione e fede (intervento)

STEFANO ALLIEVI: Due domande: una per Scola e una per Severino.

Viviamo in una società in cui la morte è ancora, fortemente, un tabù: l’ultimo, probabilmente, anche se meno che nei rampanti decenni passati.

Una civiltà votata all’estetica e al giovanilismo, ha relegato a lungo la morte alla stregua della pornografia, dell’osceno: tanto che si evita che i bambini abbiano commercio con essa, vedano i morti e ne parlino.

La società tutta, ipocritamente, evita di nominare e la morte e il cadavere, con una lunga serie di eufemismi, spesso anche ridicoli.

La convenzione sociale vuole che non se ne parli, che non la si nomini nemmeno, che venga almeno avvolta nella cortina fumogena di irritanti metafore (dal greco metá e phérein, lett. ‘portare oltre’), che anziché dire meglio e in altro modo, semplicemente nascondono la realtà, illudendosi in questo modo di cancellarla, di negarla. Una prassi, questa della negazione – della malattia, oltre che della morte -, che è di tutta la società; e che si traduce in una preoccupazione particolarmente visibile nel linguaggio usato per cercare di non dirla, di non nominarla: dalla comunicazione giornalistica (nessuno muore mai di cancro, ma sempre ‘dopo lunga malattia’) ai tecnicismi del gergo medico-ospedaliero, fino alla ipocrita delicatezza del linguaggio quotidiano (nessuno è mai morto: al massimo, è ‘mancato’, quasi si fosse perso…) e al linguaggio pudico della pubblicità delle agenzie di pompe funebri (per le quali la morte è diventata un insapore ‘transito’ o un ‘decesso’, i parenti ‘dolenti’, la tomba una sepoltura, il funerale le esequie, la bara il feretro, il corpo ormai cadavere la salma, le spoglie o, peggio, i resti, ecc.).

Eppure, vi sono dei momenti di resipiscenza, di sussulto, di emersione e persino di esplosione della morte. In alcune subculture (dark, metal, punk, ma anche fumetti popolari come Dylan Dog, i programmi tipo Real tv…). O la morte degli olympiens, dei divi. O nelle notizie da telegiornale, dove spesso si è “sostituito lo spettacolo al rito”, come ha scritto l’antropologo Louis-Vincent Thomas.

Uno di questi momenti, il più significativo, è precisamente il dibattito bioetico sul fine vita. E’ singolare notare che una società analgesica, abituata ad evitare accuratamente il dolore e la morte, sia poi capace di discussioni piene di furore ideologico, più di schieramento che di contenuto, su ciò che alla morte ci avvicina, su ciò che la morte è, sui confini della vita.

Discussioni intense, come abbiamo visto intorno al caso Englaro, viscerali: che fanno emergere partiti contrapposti l’un contro l’altro armati. E che dividono, a stare ai sondaggi, gli stessi uomini e donne che sono presunti appartenere ad essi: come è emerso con chiarezza, quasi la metà dei cattolici non si sentiva rappresentato dalle posizioni, spesso terribilmente prive di pietas, di alcuni suoi pastori, o del giornale della Cei. E i laici hanno mostrato di essere a loro volta divisi, sia nel centro-destra che nel centro-sinistra. Segno, probabilmente, di una maturità maggiore rispetto ai loro rappresentanti, così accecati dalle certezze.

La domanda, a questo proposito, è la seguente. La pronunciamo attraverso una citazione di Junger, che si riferiva al suicidio, ma che ben si può applicare ad alcune pratiche medicalizzate. Diceva Junger che “il suicidio è un indizio del fatto che esistono cose peggiori della morte”. La volontà di morire di alcuni (pensiamo al caso Welby, che tanto ha colpito il mondo anche credente, ancora una volta anche per la singolare mancanza di pietas di taluni solerti pastori), la determinazione dei parenti senzienti di altri (e qui torniamo al caso Englaro, che ha segnato un turning point, un punto di non ritorno, una svolta irrimediabile, nel corso della quale troppe soglie sono state oltrepassate), ci dice la stessa cosa.

Siamo pronti ad ammettere che, anche per la coscienza credente, sia possibile ipotizzare che ci possono essere cose peggiori della morte? Tanto più per il credente che, dopo tutto, della morte non dovrebbe avere poi così paura?

Dobbiamo invece all’etica laica e alla medicina occidentale l’aver dimenticato l’umanità del morente. Non a caso, quando non c’è più niente da fare, spesso il medico sparisce, lasciando il lavoro sporco agli infermieri e alle infermiere. Per il medico “La morte è un giallo in cui bisogna trovare il colpevole”. Ma al malato spesso interessa più il ‘senso’ della sua morte che la sua ‘causa’, più o meno oggettiva od oggettivabile.

La morte ‘ospedalizzata’ diventa anche morte spersonalizzata, perché l’istituzione ospedaliera “si fa carico non dell’individuo, ma del suo male” (M. de Certeau). Come già notava Rilke, nei suoi Quaderni di Malte Laurids Brigge, “ora si muore in 559 letti. In serie, naturalmente. Con una produzione così enorme ogni singola morte non è proprio ben eseguita, ma non importa (…) Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta?”. Del resto si tratta di un problema più generale legato all’istituzione ospedaliera. Come ha notato Elizabeth Kübler-Ross, il sovraccarico di lavoro burocratico e tecnico rischia di far sì che, anche per il personale infermieristico, “in questo sistema sempre più elaborato, il malato può diventare meno importante dei suoi elettroliti”.

La funzione della malattia è oggi di nascondere la morte” (Jean-Didier Urbain), di tacerla o di travestirla. Concentrato sulla malattia, su come combatterla, il medico distoglie lo sguardo dal suo esito, nel lungo termine, inevitabile, perché è l’esito di ogni vita. Dopo tutto, per il medico esso è quasi sempre vissuto come uno scacco professionale, una sconfitta: la medicina contemporanea si concepisce come una titanica battaglia, spesso vincente, contro la morte – non riesce ad accettare, quindi, di perdere.

Un atteggiamento, questo, che ha finito per instillare nel grande pubblico e nel suo immaginario l’idea che la morte sia un’anomalia, la conseguenza di un malfunzionamento, al limite di un errore; e che ha finito per ritorcersi contro la stessa classe medica, oggi più che in passato confrontata con il moltiplicarsi di cause giudiziarie, per inadempienza, per errore diagnostico colposo o altro.

Un atteggiamento, inoltre, che non è estraneo alla frequente tendenza del medico ad essere presente e attivo nelle fasi di ‘lotta’, e ad eclissarsi nel momento in cui, come si dice, “non c’è più niente da fare”, e il malato, ormai morente, deve solo, per l’appunto, morire – lasciando la responsabilità di seguire questa fase cruciale al personale paramedico, al personale religioso, ai volontari, ai familiari, o, peggio, a nessuno. Un osservatore direttamente implicato, un medico, già anni fa sottolineava del resto il paradosso per cui “una delle cose più difficili della nostra arte medica è di occuparci di quelli che non hanno più bisogno di cure”.

E sarà capace invece la coscienza laica e non credente di rispettare la vita morente come è stata capace di farlo quella credente? (Penso, ad esempio, alle suore che per tanti anni hanno assistito Eluana, praticando la nobile virtù del silenzio sia prima che poi…) Diventerà capace di imparare che la vita non è soltanto “l’insieme delle funzioni che resistono alla morte”? di intraprendere una battaglia per la de-medicalizzazione e de-ospedalizzazione – e quindi de-disumanizzazione – della morte, così come si comincia a fare anche per la nascita? Capire che la qualità della morte è una parte fondamentale del recupero della qualità della vita, tendenza oggi così presente nella società?

Stefano Allievi

“Humanitas”, n.6, novembre-dicembre 2009, pp. 884-887

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