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La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, i conflitti locali, e i rapporti tra islam e occidente

Conflitti veri e conflitti immaginari

Il conflitto tra islam e occidente si manifesta in molti modi diversi. Il più evidente, a livello globale, è ovviamente quello del terrorismo islamico transnazionale, da un lato, e delle guerre condotte sul suolo islamico da potenze occidentali, dall’altro. Ma esso ha anche manifestazioni interne all’Europa, più ordinarie e al contempo più frequenti, spesso basate su conflitti di convivenza: talvolta reali, più spesso con basi empiriche dubbie ma un forte coinvolgimento, sul piano emotivo come su quello culturale (simbolico) e politico. Si pensi a questioni come l’hijab (il cosiddetto velo islamico) o le moschee, ma anche ad altre questioni legate alla visibilità culturale nella scuola e alle questioni di genere.

La presenza dell’islam all’interno dello spazio pubblico europeo non poteva del resto passare né socialmente né culturalmente inosservata. Essa è troppo visibile per non indurre dibattiti e anche tensioni: segno che si tratta effettivamente di un evento che tocca corde sensibili, o che viene percepito come tale. E che il fatto – l’islam come seconda religione in Europa per numero di fedeli (se si vuole, il passaggio dei musulmani dallo statuto di ex-nemici a quello di co-inquilini) – è di quelli che sono legittimamente considerabili come storici.

L’islam è messo in discussione in sé, spesso attraverso interpretazioni essenzialiste e semplicistiche delle modalità di rapporto tra religione e politica che propone. L’islam è poi messo in discussione in alcuni suoi aspetti, per come si manifestano nei paesi musulmani e non solo; di questi aspetti, i più mediatizzati sono certamente la condizione della donna e il fondamentalismo. Infine, esso produce e induce dibattito sui fondamentali della società, sui limiti delle sue possibilità di ‘apertura’, sui suoi confini, su svariate interpretazioni di possibili ‘soglie di tolleranza’. Tutto ciò accade senza che, di solito, si tratti di un confronto/scontro diretto con i musulmani; per lo più si tratta di dibattiti interni alle società di accoglienza, a proposito dei musulmani e dell’islam. Vi sono tuttavia, oltre ai dibattiti sull’islam, anche alcuni concreti esempi di confronto/scontro sociale e culturale (tra sub-società e tra culture, dunque, o per meglio dire tra esponenti e rappresentanti delle medesime) manifestatisi sul suolo europeo, che hanno coinvolto direttamente degli attori sociali musulmani, e che hanno provocato tensioni, discussioni, manifestazioni di ostilità, forme di rifuto o di ripensamento. Tra questi, anche delle controversie che, più che nello spazio pubblico, sono controversie sullo spazio pubblico. Un punto, questo, che ci pare ancora più cruciale, implicando la percezione del controllo sul territorio, il suo imprinting simbolico. Un aspetto che, seppure con le doverose cautele, potrebbe essere studiato non solo con gli strumenti della sociologia della cultura, ma anche con le categorie proprie dell’etologia e della sociobiologia. Il controllo del e sul territorio non è dopo tutto solo un fatto culturale e simbolico; è anche (rimane, nonostante tutto) un segno assai concreto e materiale di dominio, di potere. Pensiamo in particolare alla costruzione di moschee o la concessione di spazi cimiteriali specifici.

La questione è importante per vari motivi. Da un lato infatti la presenza di comunità straniere sembrerebbe presupporre come conseguenza banale e del tutto ovvia che esse desiderino anche avere propri luoghi di incontro in base alla religione di appartenenza, come li hanno del resto anche le minoranze ‘interne’, ovvero cittadine. D’altro canto intorno a questa questione sono nati conflitti persino sorprendenti: segno di un disagio e di un rifiuto più profondo del suo bersaglio occasionale. Conflitti che fanno pensare che in questione non sia il fatto in sé (quasi nessuno tra coloro che vi si oppongono direbbe che vuole impedire a qualcuno di pregare: la ragione evocata è sempre altra), ma qualcosa di più profondo, legato all’appropriazione simbolica del territorio, che ha a che fare anche con la storia e la sua ri-costruzione, ma anche con dinamiche sociali profonde.

Su questo tema, nell’ambito delle attività svolte presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, sono state svolte negli ultimi due anni, coordinate da chi scrive, diverse ricerche. La prima e più importante è riassunta oggi in un report, frutto di una ricerca finanziata dal Network of European Foundations, con il supporto di Ethnobarometer, con analisi empiriche svolte in 11 paesi europei, che sarà presentato a Vienna il 7 di ottobre, nel corso di una conferenza internazionale, alla presenza delle più alte autorità politiche e religiose, dal Presidente della Repubblica al Cardinale di Vienna, e di una folta rappresentanza di operatori dei media. Il titolo, Conflicts on Mosques in Europe, rende già conto del fatto che si è voluta esaminare non solo il fatto in sé – il diffondersi delle moschee – ma precisamente la dimensione conflittuale che è implicata e le sue dinamiche. Nello stesso ambito è stata condotta anche una ricerca sulle moschee in Italia, nel Veneto e a Padova (il cui testo sarà pubblicato in italiano in ottobre: S. Allievi, a cura di, L’ospite inatteso, Milano, Franco Angeli), e prodotto il documentario di F. Dal Lago e C. Dall’Osto, Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova, presentato al Bo il 27 maggio 2009. Questi ultimi lavori sono stati svolti coinvolgendo gli studenti dei corsi specialistici di Sociologia e di Comunicazione, attraverso una sperimentazione anche didattica svolta nell’ambito del corso di Globalizzazione e pluralismo culturale.

Una delle risultanze di queste ricerche, che non è possibile qui riassumere nemmeno per grandi linee, è che anche quando si sollevano casi empirici circoscritti e limitati, molto presto il dibattito scivola su meta-temi che finiscono per evocare categorie astratte e globalizzanti, come islam/occidente, islam/cristianesimo, islam/Europa. L’empirico e il sociale, insomma, lasciano il posto molto rapidamente al politico e al culturale, spesso attraverso forme di mediatizzazione e di strumentalizzazione politica che si incaricano precisamente di connettere i due livelli: quello strettamente locale, e quello globale, da cui si prendono in prestito, per così dire, le chiavi di lettura di tipo conflittuale.

La ‘dottrina Obama’

Il paradigma base di queste riflessioni è infatti ordinariamente, esplicitamente o implicitamente, quello del clash of civilizations, attraverso una sorta di ‘huntingtonizzazione’ dei conflitti anche locali. Proprio per questo diventa interessante analizzare i segnali che vanno in direzione opposta: verso l’abbandono del paradigma del clash, che è stato il più formidabile meccanismo legittimante dei conflitti, sia su scala globale che micro e locale. Il più recente, il più importante, il più ‘globale’ e il più esplicito tra questi segnali l’ha dato il presidente americano Obama, con il suo ‘discorso all’islam’ del 4 giugno 2009 dall’Università del Cairo. Vale la pena quindi tentarne un’esegesi, perché i suoi effetti si riverbereranno anche sulla percezione e sull’uso dei conflitti a livello locale e micro.

L’annuncio della svolta c’era già stato nel discorso di Chicago, al momento della sua elezione, e poi nell’intervista ad Al-Arabiya di gennaio, nel discorso della mano tesa all’Iran, e ancora nell’intervento al parlamento turco in aprile.

Con l’intervento del Cairo – il grande discorso da una capitale islamica annunciato entro i primi cento giorni di mandato, e arrivato un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma con un grado di consapevolezza inaspettato – la svolta si è compiuta. La ‘dottrina Obama’, come già oggi è lecito chiamarla, viene declinata in tutti i suoi aspetti, in un’ora di discorso densissimo di riferimenti: che, non è un’esagerazione, segnerà le relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico, e più in generale tra islam e occidente, negli anni a venire.

Non si tratta solo di una grande offensiva mediatica, volta a cambiare l’immaginario e la simbolica delle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico: che già sarebbe importante. La svolta, anche di stile, rispetto alla precedente amministrazione Bush e più in generale alla politica estera americana, non potrebbe essere più netta: davvero “a new beginning”.

Obama ha capito che non si trattava solo di fare un gesto di buona volontà: una nuova visione dei rapporti con l’islam è anche chiaramente vantaggiosa per gli Usa, tanto quanto la precedente politica è stata controproducente. E Obama non solo lo pensa: questa visione la incarna nel proprio nome e la vive sulla propria pelle, letteralmente. E consapevolmente li gioca in questa chiave.

Le linee guida di questa politica non sono cambiate dalla sua elezione: fine dell’unilateralismo e dell’isolazionismo, apertura di credito al mondo islamico (ferma sui principi, ma attenta ai problemi interni e amichevole nello stile), fine del collateralismo compiacente con Israele. Testimoniato dalle parole ferme sugli insediamenti, che non si sentivano da anni da parte della leadership americana; ma senza nulla concedere al pregiudizio antiebraico così fortemente presente nel mondo islamico.

Vediamone in dettaglio i contenuti.

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione che si rivolge ad altri attori riconoscendoli come interlocutori, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica in passato basata essenzialmente su convenienze ‘di potenza’ solo pudicamente velate, ma non celate, da discorsi di più ampio respiro e da una visione pur esistente, ma essenzialmente autocentrata. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta: che, del resto, era fortemente presente anche all’interno del paradigma interpretativo precedente.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano effettivamente, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), alla libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale del fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Le conseguenze in Europa.

In sintesi, non è stato un gesto di debolezza, questo di Obama: al contrario, è una posizione di forza, che non potrà non piacere ad un mondo arabo che culturalmente ha ancora il mito della nobiltà del gesto e della forza d’animo del capo, anche se lo pratica assai poco, e a cui piace farsi sedurre dal carisma politico del leader.

La definizione della ‘dottrina Obama’ nei confronti dell’islam procede quindi senza incertezze.

C’è solo da auspicare che, come in passato per altre ‘dottrine’, si sostanzi di una politica di lungo termine e, quindi, di atti concreti. I primi segni si sono già visti: la chiusura di Guantanamo è già avviata, il ritiro dall’Iraq pianificato, seppure non così a breve termine come qualcuno si aspettava, l’impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attivato, e persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran ha cominciato a manifestarsi (l’incognita, semmai, è se sarà raccolto).

Le questioni spinose le ha nominate tutte, e questo è un buon punto di partenza. Quelle spinose per gli Stati Uniti: le reticenze maggiori si sono registrate sull’Iraq, che non ha avuto il coraggio di chiamare almeno un errore, come ha fatto prima di essere presidente, se non una tragedia. E quelle spinose per i musulmani: diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, democrazia, libertà religiosa, diritti della donna. Ma ha avuto l’intelligenza di rivolgersi, con un doppio livello di intervento, sia ai governi che ai popoli: e almeno con i secondi il successo di Obama appare garantito.

Intanto c’è da registrare almeno che il clima è cambiato. Negli Stati Uniti, nei confronti dei paesi islamici e dei musulmani. E, prima ancora, nei confronti delle opinioni divergenti, dato che, dal Dipartimento di Stato alle università (dove per un certo periodo ha dominato un’isterica caccia alle streghe, non troppo diversa da quella maccartista, fatta anch’essa di liste di proscrizione dei docenti scomodi, di siti di denuncia e diffamazione come ‘campus watch’, di finanziamenti pilotati ai soli amici fidati), non dominano più i falchi dell’islamofobia occidentalista che avevano reso irrespirabile l’aria culturale su questi temi negli anni di Bush. Ma soprattutto tra i musulmani: l’applauso da popstar che ha concluso il suo discorso, seppure tributato da un pubblico particolare, lo sancisce.

Intanto, c’è da domandarsi se anche l’Europa sarà capace di farsi sentire. Qui gli Obama – capaci di vantare come un onore il fatto che vi siano oltre 1200 moschee negli Stati Uniti, e il fatto che il governo abbia difeso persino in tribunale il diritto delle ragazze musulmane di portare l’hijab – scarseggiano. E anche alle elezioni europee del giugno 2009 hanno guadagnato altro terreno gli imprenditori politici dell’islamofobia: dall’Olanda all’Ungheria, dalla Gran Bretagna all’Italia. C’è, dunque, materiale di riflessione anche per noi. In Italia, in particolare.

Stefano Allievi

“Il Bo”, n.2, dicembre 2009, pp. 2-6

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