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La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

“Il Gazzettino” di ieri ha ospitato un articolo, a firma di Ario Gervasutti, in risposta all’editoriale da me scritto per “Il Mattino”, in cui cercavo di spiegare un’ovvietà: e cioè che il clima che ha preceduto e seguito il ferimento di Berlusconi è frutto di una predicazione dell’odio che ci portiamo avanti da anni. E che questo clima non è caduto dal cielo, ma è figlio di una cultura politica e mediatica precisa: quella della demonizzazione dell’avversario – diffusa in molti ambiti, da e contro Berlusconi – e della calunnia faziosa come metodo. E, infine, che questa cultura non è uguale dappertutto, e men che meno che è più diffusa a sinistra, come si sta dicendo in queste ore. Semmai, se è vero che la faziosità e il partito preso sono diffusi da tutte le parti e in certa misura fisiologici, in questa fase storica (in altri momenti è stato il contrario) molti esponenti della destra politica e giornalistica hanno imparato ad usare l’attacco a singole persone o a intere categorie con indubbio successo, non solo praticandolo ma vantandosene e rivendicandolo come metodo vincente (per non citare nomi di politici, citerò solo il caso Feltri-Boffo per gli attacchi personali e l’odiosa e indiscriminata campagna anti-immigrati della Lega: che, è il caso di dirlo, non guardano in faccia nessuno).

Che si sia superato, e da molti mesi, il limite di guardia, non lo dice il sottoscritto, ma il Presidente della repubblica e la terza carica dello Stato, e soprattutto un sacco di gente disgustata, che non ne può più del livello degradante della vita politica italiana.

L’intervento di Gervasutti si inserisce perfettamente in questa linea. Il fatto che, con un gioco di parole non originalissimo, che da mezzo secolo mi sento ripetere, parli delle “lezioni dei cattivi allievi” (con la maiuscola), paragonandomi implicitamente, niente meno, ai “cattivi maestri” alla Toni Negri, la dice lunga proprio sul clima che tentavo di descrivere, di cui sono un eccellente esempio. E il fatto che, per rispondere a una considerazione politica e culturale, si lanci in un attacco personale, avvilente più per chi lo fa che per chi lo riceve, alludendo al fatto che io possa influenzare negativamente i miei studenti dalle aule della Facoltà di Scienze Politiche in cui mi onoro di insegnare, è precisamente un esempio di quanto tentavo di descrivere. Se, davvero, non si può più esprimere un’opinione, senza essere tacciati di faziosità e accusati sul piano personale, è appunto il frutto avvelenato di questi anni.

Da antico obiettore di coscienza, detesto la violenza. Le mie parole sul ferimento a Berlusconi, definito “vile oltre che violento”, e che insistevano anche sull’umiliazione inflitta al premier come “umiliazione e degradazione di tutti”, indicano proprio questo, senza ambiguità. Ma ribadisco con assoluta convinzione, semmai rafforzata, che è una sciagurata sconsideratezza esercitarsi “nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere”. Come hanno fatto molti in queste ore, tra cui, si parva licet, l’amico Gervasutti. E che fare paragoni con gli anni di piombo o il terrorismo è semplicemente vergognoso: in quegli anni c’ero, e la violenza, tra opposti estremismi e stragi di stato, si respirava giorno per giorno, ti passava tra i pori. L’altra sera, insieme a milioni di italiani, ho sentito al Tg1 Bossi definire un “atto di terrorismo” il ferimento del premier, e subito dopo è stato detto dell’arresto di Tartaglia, uno psicolabile in cura da dieci anni. Questa semplice sequenza di notizie descrive bene l’insensatezza di certi paragoni e di troppe parole in libertà: di cui, davvero, non ne possiamo più.

Dopo l’editoriale dell’altro giorno ho ricevuto molte telefonate di apprezzamento. La più gradita mi è giunta proprio dal “Gazzettino”, da parte di un giornalista, che non conosco personalmente, che ci ha tenuto a esprimermi parole di condivisione e di incoraggiamento: segno che il rifiuto di un dibattito che non porta da nessuna parte è trasversale, e che in tanti vorremmo uscire da questa logica. Mi fa piacere segnalarlo perché non voglio a mia volta aggiungere faziosità a faziosità. Ad Ario Gervasutti, che si accinge ad assumere l’importante responsabilità di dirigere “il Giornale di Vicenza”, l’augurio di farlo con stile e autorevolezza. E un sentito Buon Natale.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 dicembre 2009, p. 15

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