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Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino)

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1 A PR

La candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio apre una sfida culturale e politica nuova, per molte ragioni. Una di queste è che essa costringe a ripensare, su basi diverse, il rapporto dei cattolici con la politica, e non solo nel Partito Democratico.

La candidatura è di per sé spendibile e plausibile: la Bonino ha una caratura politica, e di persona capace di servire le istituzioni, fuori discussione. Lo ha dimostrato come commissario europeo e come ministro della repubblica. Ed è probabilmente la migliore candidatura possibile, per il centro-sinistra, in questo momento: l’unica in grado di dare del filo da torcere alla candidata del centro-destra, pure una figura anomala, che farebbe della sfida laziale, non solo perché tra due donne, una partita di straordinario interesse.

Tuttavia il nome di Emma Bonino, e quello dei radicali, produce discussione all’interno del mondo cattolico. Qualcuno, nel PD, ha già minacciato di andarsene, se la Bonino fosse la candidata della coalizione. Si pensi alla teodem Binetti, e a qualche altro, come Castagnetti, che ha manifestato fastidio. Ma esponenti popolari di grande prestigio, come Marini, hanno avuto invece parole lusinghiere nei confronti della candidata.

Dunque, qual è lo stato della questione? Innanzitutto, il punto di partenza. Che è la pessima figura fatta dai cattolici in politica alla guida della regione Lazio. Marrazzo cattolico lo era: e, dopo lo scandalo che lo ha giustamente travolto, il fatto che abbia chiesto scusa al Papa ma non ai suoi elettori è la dimostrazione di un senso dello stato e delle istituzioni assai vicino allo zero. Che rende poco credibile la posizione di quei cattolici che si arrogano il diritto di dare patenti di legittimità morale ad altri.

Ma c’è di più. Verissimo che su divorzio, aborto, e ultimamente con il testamento biologico, i radicali hanno ribadito posizioni etiche opposte a quelle della Chiesa cattolica. Ma siamo certi che siano anche posizioni avversate dai cattolici? Il risultato dei referendum di allora testimonia che non è così. Ma anche sul caso Englaro i cattolici, come hanno dimostrato i sondaggi del periodo, si dividevano sostanzialmente a metà, come i laici. Era la Chiesa, e i teodem, che facevano vedere una posizione sola: creando qualche problema non solo di visibilità delle posizione altre, ma di democrazia al loro interno.

E ancora, i teodem davvero rappresentano i cattolici del centrosinistra? La risposta è un secco no. La Binetti è una miracolata del ‘porcellum’ elettorale. Con il sistema delle preferenze non sarebbe mai entrata in Parlamento: non, almeno, nel PD, dove l’elettorato cattolico, pur presente, non si identifica affatto con le sue posizioni. E la sua uscita, per passare magari con Rutelli (egli pure, dopo tutto, un ex leader radicale: segno che le vie del Signore sono davvero infinite), pur non auspicabile, rappresenterebbe in questo senso un elemento di chiarezza. I cattolici del PD sono piuttosto rappresentati da Marino e Franceschini, l’uno ex segretario e l’altro candidato tale, e quindi tutt’altro che invisibili o marginali, che dalle posizioni solitarie della Binetti.

Ma c’è di più. La partita è davvero sul ruolo dei cattolici in politica. La lunga stagione del card. Ruini ha il demerito storico di aver portato la Conferenza Episcopale a diventare essa stessa un attore politico, in prima persona. Questa scelta ha portato alla marginalizzazione dei politici cattolici, ridotti a meri esecutori della volontà della Chiesa. Si è uccisa così la grande stagione del cattolicesimo politico: che, da Sturzo a De Gasperi a Moro, lungi dall’essere marginale, è stata il cuore stesso della fondazione della repubblica, il cui esito più solido, a testimonianza di questo ruolo, è la Costituzione repubblicana (e, a livello europeo, il processo di unificazione: che vede politici cattolici come promotori – da Adenauer a De Gasperi a Schuman – e un loro straordinario peso come leaders dell’unione, da Delors a Prodi).

L’esito di questa politica è stato controproducente su più fronti. Si è umiliato il ruolo e il peso della laicità, e dei laici, in politica e nella Chiesa, consentendo oltre tutto lo svilupparsi di attori cattolici autonominatisi molto sui generis, dagli atei devoti alla Ferrara ai clericali non credenti della Lega e d’altrove: difensori del crocifisso e della simbolica cattolica, ma non del cattolicesimo praticato e dei suoi valori; sostenitori delle ‘radici cristiane’, ma dimentichi che il Vangelo dice che non dalle radici, ma “dai loro frutti li riconoscerete”.

Ecco quindi che la Bonino, anche come simbolo di battaglie sui diritti che, come tali, dovrebbero essere una bandiera della cattolicità praticata – dalla fame nel mondo alla moratoria contro la pena di morte, dai migranti ai carcerati, dalle donne infibulate ai malati di sla – ma anche per il metodo politico scelto (la non violenza, lo sciopero della fame, la testimonianza personale), diventa una pietra d’inciampo e un segno di contraddizione, per usare espressioni evangeliche, con cui non è possibile continuare a non interloquire, accontentandosi di scomuniche e anatemi: essi stessi simboli di una cattolicità che non piace più, nemmeno ai cattolici.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1

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