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Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio)

Pellegrinaggio. Miracolo. Salvezza. Sono le tre parole chiave del ‘fenomeno’ Sant’Antonio. Parole antiche, che rispondono anche a pratiche moderne.

Il pellegrinaggio ha anche modalità laiche: l’andar per mostre, per concerti, per shopping, e poi il turismo di massa, il rito del week-end, gli esodi vacanzieri. Anche lì in coda per ore: ma senza quel perché solido, primordiale, vivo. E lontani mille miglia dall’esperienza del pellegrino, fatta anche, persino in mezzo alla folla, di momenti di silenzio, di solitudine, di introspezione. Il pellegrinaggio offre tutto questo: in più mette in contatto persone, cammini, culture. Dà un senso al disagio, alla difficoltà, alla sofferenza: perché lì anche l’attesa ha uno scopo. Ed è un’esperienza forte perché la si con-divide, e questo aumenta l’emozione del momento. E perché ha una meta: che non è il punto d’arrivo, ma il cammino in sé. Non la risposta alla domanda: ma l’inesausto porsela. Come nel racconto del pellegrino russo.

Il miracolo. Il parallelo laico più evidente, oggi, è forse il cinema: dove il soprannaturale, il misterioso, l’incredibile, il non razionale, il non realistico, il non spiegabile, accadono continuamente. Ed è precisamente per questo che andiamo a vedere i film: per ritrovarci altrove, e possibilmente in un altrove magico. Ma andiamo a cercarlo anche nella vita: inseguendo guaritori, maghi, santoni, strane pratiche new age, che ci danno un assaggio del potere del divino, che entra nella vita e la cambia. Che opera la svolta che vorremmo e che da soli non riusciamo a darle. Mal che vada c’è sempre un terno al lotto, un gratta e vinci, il biglietto vincente di una lotteria, a dare la speranza del cambiamento. E per chi non ce la fa, la fuga: nell’alcol, nella droga, nelle esperienze più disparate, nella mobilità che cerca il cambiamento nello spostarsi, nel fare di continuo cose nuove, perché le altre, le solite, non hanno senso, o non ce lo troviamo.

La salvezza. Quella dell’anima e quella del corpo. Non a caso, in latino, salute e salvezza sono una parola sola: salus. Il “liberaci dal male” che si ripete nel Padre nostro, ma anche il concreto liberarsi dai mali, dalle malattie: o almeno, se ci si riesce, dare loro un senso, riuscire a sopportarle e a sopportarne le conseguenze, a conviverci. Non a caso c’è un grande ritorno, anche nelle religioni, al senso della guarigione. E guarire e curare vanno in parallelo: si può guarire una malattia, ma se non si può, si può sempre prendersi cura del malato. Non a caso in passato il prete si chiamava anche curato. Le religioni che praticano la guarigione sono oggi quelle di maggiore successo. Gesù guariva malati e indemoniati. I suoi discepoli pure. La teologia e le chiese occidentali di oggi, che insistono sulla razionalità della fede, a cominciare da tante dichiarazioni del Papa, l’hanno un po’ troppo messo in ombra. E nel mondo, le religioni che fanno più proseliti sono quelle pentecostali, o i gruppi cattolici, oggi maggioritari rispetto al cattolicesimo occidentale, che nel terzo mondo fanno le stesse cose: guariscono, liberano dai demoni, cambiano la vita. E non sono metafore: sono fatti. Il Santo dei miracoli ce lo ricorda. Non a caso intorno a lui c’è così tanta devozione.

Poi, dietro il fenomeno Sant’Antonio, c’è la sua persona. Che di cose, pochissimo messe in evidenza, ce ne ricorda anche altre.

L’importanza dello studio e del sapere, ad esempio. Antonio legge tantissimo: è uomo di vasta cultura teologica, di solide basi dottrinali. Sa l’importanza di tutto questo, pur in un ordine giovane ed entusiasta, che vive ancora del carisma di Francesco. E fonda, infatti, il primo studentato teologico francescano, a Bologna. Una città universitaria, come Padova, dovrebbe ricordarsene: dopo tutto, se il Santo è il suo primo luogo di attrazione, ma su tempi brevi di permanenza, l’Università è il suo primo polo di richiamo su base stabile, per periodi più lunghi, per intraprendere altri cammini.

Poi il rapporto e il dialogo tra culture. Antonio, portoghese, viaggerà molto. Vuole andare persino a predicare nelle terre dell’islam, e se possibile a convertire i musulmani. Se ne andrà in Marocco, anche se sarà costretto a tornare molto presto, a seguito delle malattie che contrarrà in Africa. Ma per convertire bisogna conoscere, bisogna prendere sul serio, bisogna rapportarsi personalmente, bisogna incontrare, bisogna mettersi in gioco. Più o meno il contrario di quanto troppi stanno facendo nelle nostre città, proprio a proposito di immigrazione, e di musulmani.

Infine: Antonio è molto esplicito e molto netto, anche nel linguaggio. Soprattutto è durissimo con i ricchi, i notabili, i potenti, se agiscono malamente. Li chiama per nome e cognome, quando occorre: e li accusa. Ma assumendosi le sue responsabilità: andandoci lui, di persona, come farà con Ezzelino. E sa che bisogna dire la verità, anche se fa scandalo, anche se il silenzio è più gradito, da costoro. Non c’è ombra di ipocrisia, di acquiescenza al potere. Anche da questo, forse, c’è qualcosa da imparare.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio), in “Il Mattino”, 19 febbraio 2010, pp. 1-7

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