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La Lega è messa alla prova

La Lega è stata la principale novità politica degli anni ’80 e ’90. In questo senso è la principale promessa non mantenuta della Seconda Repubblica, di cui è il rappresentante più longevo (tutti gli altri hanno cambiato nome anche più volte). Promessa, perché è riuscita a imporre il federalismo all’agenda di tutti, anche i più riottosi. Non mantenuta, perché l’ha dichiarato ma poco praticato, in questo che è stato il governo forse più centralista della storia repubblicana; e anche in Veneto, in cui ha governato per oltre un decennio senza nemmeno riuscire ad approvare lo Statuto, che qualche spiraglio federalista poteva pur aprirlo (mentre l’hanno approvato quasi tutte le altre regioni). Insomma, ci ha dato la confezione con il fiocco e i nastrini (la promessa del federalismo fiscale), ma non ancora il regalo.

C’è una seconda ragione per cui la promessa non è stata mantenuta. Il localismo è una straordinaria occasione democratica, perché avvicina la politica ai cittadini, e la Lega ha avuto il merito storico di costringere tutti a riscoprirlo (magari riscoprendo il municipalismo di don Sturzo e il federalismo di Silvio Trentin). Ma, anche in questo caso, ne ha adottata una pratica ambigua: fuggendo il confronto, che è l’abc della democrazia locale, praticando lo spoil system come pochi altri, accettando al suo interno un cesarismo assoluto, in cui decide tutto Bossi, alla salute del decentramento. Del resto la Lega è l’ultimo partito ideologico in un’epoca di crollo delle ideologie: ed è per questo che è forte e ottiene consensi, come alle ultime europee, anche dove non è presente sul territorio, che è invece la sua forza altrove.

Detto questo, i sondaggi ci dicono che vincerà, almeno in Veneto. E vincerà nell’urna, non nella campagna elettorale: che pure, nonostante gadget all’americana e cartelloni giganti, appare povera di coinvolgimento e di passione.

Per la Lega si tratta di un’occasione storica, e non a caso ha puntato tutto su di essa. Perché governa, e spesso da diverse legislature, in un’ampia area del nord, e in particolare del lombardo-veneto. Ma non ha mai governato nulla di veramente decisivo e per questo simbolico anche a livello nazionale. La conquista e l’immediata perdita di Milano è stata, in questo senso, una dimostrazione di incapacità e una bruciante umiliazione. Il Veneto potrebbe essere la rivincita.

Vincendo, e governando in prima persona, la Lega dovrà però dimostrare di essere diversa da ciò che sembra. Il che significa che dovrà cambiare: essere di governo e basta, e non di lotta e di governo. Nel concreto, non potrà più limitarsi a sollevare i problemi (citiamo a caso: sicurezza, immigrazione, islam): dovrà risolverli. Dove risolverli significa proporre delle soluzioni praticabili, non delle parole d’ordine generiche: e, per esempio, integrare gli immigrati, non dire che bisogna cacciarli; far pregare i musulmani, non impedirglielo; produrre sicurezza anziché conflitto sulla medesima. Perché governare è appunto sanare o meglio ancora prevenire i conflitti, non evocarli. Una sfida culturale, innanzitutto interna, che è ancora lungi dall’essere affrontata in tutta la sua portata.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La Lega è messa alla prova, in “Il Mattino”, 27 marzo 2010, p. 3 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)

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