stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa

Gli scandali che settimanalmente vengono alla luce (ieri gli appalti del G8, oggi l’operazione Carosello, domani vedremo) mettono in evidenza un fenomeno antico: l’intreccio perverso tra politica e affari, magari con l’intervento della criminalità organizzata, coinvolta in entrambi. Ma poi la curiosità pubblica finisce sempre per concentrarsi sulla politica, lasciando in ombra l’altro grande malato: gli affari e i malaffari.

Lo scambio è evidente. Gli imprenditori contrattano con il politico di turno la propria fetta di risorse pubbliche, in cambio di favori in denaro o in natura: una dazione in contanti, una escort per i momenti di relax, l’assunzione di un figlio, un finanziamento (e, quando entra in campo la criminalità organizzata, un pacchetto di voti) per la prossima campagna elettorale. Il quadro è moralmente desolante, e il meccanismo inevitabilmente distruttivo di fiducia e di risorse. Ma Tangentopoli ci ha insegnato, e gli scandali di oggi ci confermano, che dove c’è corruzione c’è concussione: che se spesso è il politico che sollecita una mazzetta in cambio di un appalto pilotato, altrettanto spesso è l’imprenditore che chiede al politico di garantirgli una commessa, di cambiare un piano regolatore, di legiferare su un incentivo, di truccare un concorso, di concedere una consulenza – e questo anche a livello micro, di piccolo paese, non solo nazionale; di assessore, non solo di ministro.

E così il male dilaga. Da un lato il politico ha bisogno di complicità interne, tra i funzionari che fanno le regole e tra quelli che le truccano, tra chi omette controlli e chi, pur sapendo, chiude entrambi gli occhi per non vedere e non perdere il posto, o fare carriera più velocemente. Dall’altro l’imprenditore ha bisogno anch’egli di molte collaborazioni, a tutti i livelli: se per precostituirsi il capitale per un finanziamento illecito deve operare creativamente sui bilanci, con l’aiuto di impiegati e commercialisti, per trasportate un carico inquinato o non autorizzabile in una discarica le complicità arrivano spesso fino agli operai che caricano il materiale, all’autista che lo trasporta, e all’impiegato che non controlla. E si forma così una lunga filiera di illegalità diffusa e di collusioni che coinvolge parti significative della società: non minore nel privato di quella, doverosamente più scandalosa perché si tratta di risorse e posizioni pubbliche, sul lato della politica.

Chi ne fa le spese, l’abbiamo visto, è il mercato – che mai si presenta come viene insegnato nelle facoltà di economia –, il principio di libera concorrenza, la ricchezza collettiva, il bene comune, la fiducia come garanzia e bene anche economico, l’onestà stessa come principio condiviso e praticabile. E, quindi, quella grande parte di imprenditoria pulita, corretta, non assistita, che cerca faticosamente di conquistare fette di mercato e mantenere le proprie posizioni puntando sulla qualità e l’innovazione, non sul mercimonio e sulla truffa; sulla trasparenza e l’eguaglianza delle possibilità, non sull’opacità e le relazioni con gli amici degli amici.

Perché allora lo scandalo pubblico è quasi a senso unico, nei confronti della casta? Perché anche le organizzazioni degli imprenditori prestano così poca indignazione – e troppo poca polemica interna – verso comportamenti che pure minano le basi dei principi cui si ispirano? Forse perché troppi, grandi e piccoli, specie se rappresentativi e organizzati, e quindi più intrecciati alla politica, hanno guadagnato qualcosa da questo sistema, e hanno qualcosa da perdere se cambiasse. Ma anche perché la politica, nonostante la sua protervia e i suoi privilegi, è l’anello più debole, non quello più forte (anche, incidentalmente, nel controllo dei media). Non a caso, persa nel proprio stesso discredito, la politica cerca sempre più spesso la figura salvifica dell’imprenditore per risolvere i suoi problemi. E l’imprenditoria ne approfitta per entrare direttamente nel gioco politico e orientarlo: ma non sempre nel senso dell’interesse collettivo. Più spesso, troppo spesso, per garantirsi rendite di posizione all’interno dei meccanismi dati, anziché per cercare di rovesciarli.

Ma il prezzo di questo immobilismo lo paga il paese, attori economici onesti in primo luogo. E se non saranno loro a levare alta la propria voce, superando interessi e connivenze (come è cominciato ad accadere, ad esempio, nella lotta alla mafia, altro grande distruttore di ricchezza, di fiducia e di imprenditoria onesta), difficilmente riusciranno a farlo altri attori con meno potere, a cominciare dagli elettori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa, in “Il Piccolo”, 2 marzo 2010, p. 1

ANCHE

Allievi S. (2010), Imprenditori, ribellione alla politica, in “Il Mattino”, 18 marzo 2010, p. 1-5 (anche la Tribuna di Treviso)

Leave a Comment