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I vescovi e la politica

I vescovi e la politica

Il dibattito sugli interventi dei vescovi in campagna elettorale è continuato anche dopo, ed è bene: perché tocca un tema cruciale per questo paese, per la maturità della sua democrazia e per il ruolo della sua principale comunità religiosa. Più dell’enunciazione di tanti principi, qualche riferimento empirico può aiutare a comprendere i termini della questione.

Provengo da una città e da una diocesi, Milano, dove il vescovo del periodo in cui mi sono formato era il card. Carlo Maria Martini, una delle figure più alte della Chiesa italiana di oggi. Della politica ha sempre mostrato un grande rispetto, considerandola uno dei luoghi elettivi in cui può e deve manifestarsi la missione del laico cristiano. E proprio per questo ha dato un grande impulso alle scuole di formazione alla politica, da cui sono usciti giovani quadri poi entrati nei consigli comunali e in parlamento: in diversi partiti, con differenti sensibilità. Ma mai e poi mai qualcuno ha potuto immaginare che volesse strumentalizzare l’impegno politico per promuovere politiche proprie (al contrario, ha sempre lasciato ai laici il compito di elaborarle nella propria autonomia e responsabilità di cristiani), o che si lasciasse strumentalizzare dalla politica, pur dedicandosi al fondamentale lavoro di dare spessore e fondamento evangelico, più che alla politica, alle persone che vi si dedicano, che pure incontrava.

Oggi di quella città è vescovo il card. Dionigi Tettamanzi. Un pastore che ha usato spesso toni accesi, non contro i politici, ma contro concretissime politiche disumanizzanti, forti con i deboli e deboli con i forti, incentrate intorno al dio denaro e tese a considerare i poveri, gli immigrati e i rom, nella regione più ricca d’Italia, un fastidio di cui liberarsi con la ramazza e col bastone, senza rispetto dell’humana pietas, prima ancora che di quella cristiana. Non a caso questo vescovo è diventato bersaglio prediletto delle forze politiche localmente al governo: dalla Lega, che ha chiesto esplicitamente di cacciarlo usando nei suoi confronti toni di inaudita durezza e volgarità (dimenticati da chi oggi vede in essa il nuovo bastione del cristianismo, un cristianesimo identitario ma spesso privo di fede, povero di speranza e ignaro di carità) e non di rado il sindaco Moratti, che non ha nascosto il suo fastidio per le posizioni forti del vescovo, che suonavano critica alla sua amministrazione.

Da quando vivo a Padova vedo operare il vescovo Antonio Mattiazzo. Un pastore lontano dalla politica, che rifiuta sistematicamente di farsi trascinare sul suo terreno. Capace anch’egli di parole forti, e di messaggi morali stridenti con certa politica, ma lontano dai suoi palcoscenici. Che anche nelle scorse elezioni amministrative (quelle di sua maggiore ‘competenza’) ha saputo far passare i suoi messaggi – spesso scomodi e per nulla accondiscendenti con i vizi cittadini – senza dare ad alcuno l’impressione di voler entrare nel terreno diretto delle scelte politiche. Anzi, a quei politici (in quel caso, del centro-destra) che volevano tirarlo per la tonaca, estorcendogli un incontro che sarebbe potuto suonare come benedizione per una parte sola, ha fatto dire pubblicamente, in maniera limpida e come messaggio che valesse per tutti, che non avrebbe ricevuto nessuno di loro fino al giorno dopo le elezioni. E il suo atto forse più politico, in quel periodo, saputo che alcuni politici volevano far chiudere o almeno spostare la mensa dei poveri – usando l’argomento come tema di campagna elettorale – è stato quello di andare a visitarla, e dire forte e chiaro, in conferenza stampa, che per farlo avrebbero dovuto passare sul suo cadavere.

Tre vescovi, tre stili pastorali differenti, accomunati dall’esigenza di rapportarsi alla politica a partire dal Vangelo, nello stile del buon seminatore, e del pastore attento a far sì che il sale della terra sia veramente tale, e il lievito fermenti. Ma tutti e tre stridono fortemente con lo stile inaugurato, a livello nazionale, dal lungo regno del card. Ruini, e oggi continuato, con qualche irruenza in meno, dal suo successore il card. Bagnasco: uno stile interventista, che cerca di indirizzare le scelte politiche, non solo di farle maturare alla luce del Vangelo. Questo nella convinzione che, tramontato il partito cattolico, la Conferenza episcopale dovesse diventare attore politico in prima persona, relegando i politici cattolici al ruolo umiliante di meri esecutori della volontà ecclesiale. Ma mettendosi su questo terreno e agendo da attore politico, quasi un partito occulto ma neanche troppo, la Cei rischia che il discredito che oggi i cittadini manifestano nei confronti della politica, di cui l’assenteismo elettorale è oggi la forma più evidente, e il disgusto contro la casta la forma verbale più esplicitata, si trasferisca sulla stessa Chiesa, e nelle stesse modalità: con un abbandono silenzioso e amareggiato, o talvolta con spirito apertamente polemico.

Perché, per tornare al punto da cui siamo partiti, delle due l’una. O i pronunciamenti dei vescovi non contano nulla nell’orientare l’elettorato cattolico: e allora sarebbe stato meglio non farli e non dare la sgradevolissima impressione di allearsi con un potere che peraltro, sul piano personale come politico, non ha dato fulgidi esempi di moralità e di aderenza ai principi cristiani. Oppure qualcosa – anche se molto meno che in passato – contano: e allora, alla luce dei risultati elettorali, sono stati utili a non far eleggere Emma Bonino e Mercedes Bresso, e di converso a far eleggere Renata Polverini e Roberto Cota, e quindi in definitiva a determinare, seppure con quel poco, il senso politico delle scorse elezioni (con un risultato diverso il centro-destra non avrebbe potuto dire di aver stravinto le elezioni, né quella della Lega sarebbe apparsa un’avanzata travolgente, essendo la vittoria in Veneto largamente prevista). E allora adesso la Chiesa cosa farà: passerà all’incasso, confermando che di una logica di scambio si è trattato? Sarà tentata, visto il successo, di interferire ulteriormente, anche sulle scelte amministrative a livello regionale e locale? Diventerà insomma esplicitamente attore politico? O si assumerà la responsabilità politica delle conseguenze, anche a lungo termine, di questa vittoria del centro-destra, per il futuro dell’Italia: una croce che forse sarebbe stato saggio lasciare portare ad altri? O al contrario saprà scegliere nuovamente uno stile evangelicamente chiaro, che una scelta di parte – non di partito – la fa, sì, ma in favore degli ultimi, dei poveri, dei sofferenti, per i quali e in nome dei quali leva alta la sua voce, e a tutti offre una parola di verità, che libera e che guarisce, e a nessuno il diritto di appropriarsene e di rivendicarla come propria?

Sarebbe utile che su queste diverse posizioni si aprisse nel mondo cattolico un dibattito aperto, uscendo dalla logica del conformismo ipocrita rispetto ai vertici in pubblico, e del mugugno in privato. Ne va del futuro della Chiesa, non solo del ruolo dei laici cristiani nella società. E ne va del futuro di questo nostro amato e sciagurato paese.

Stefano Allievi

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