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L’autoreferenzialità del PD

In un articolo recente – alla luce della sconfitta elettorale, e nel contesto del rinnovo degli organismi locali del Partito Democratico – ho svolto alcune considerazioni su una “una gestione verticistica delle candidature” padovane, e “un eccesso di padovacentrismo”. Critiche peraltro diffuse, di cui mi sono fatto voce senza pretendere di esserne portavoce. Fatte non per appioppare la sconfitta a chicchessia, ma per evitare di ripetere gli errori del passato.

Rispetto a queste osservazioni – oneste perché aperte e dirette – sul modo di condurre il PD, potevo aspettarmi una risposta politica. E’ arrivato invece un attacco personale che lascia trapelare il fastidio per l’impertinenza di chi si permette di disturbare il manovratore.

Nella sua replica infatti Gianluca Gaudenzio esibisce sarcasmo e supponenza: “ho letto con il sorriso sulle labbra l’intervento di Stefano Allievi…”. Con ciò mostrando una tragica incapacità di ascoltare le voci in dissenso, che fa tanto vecchia politica, e dispiace vedere in un dirigente ancora giovane.

L’accusa di verticismo si riferiva a un dato preciso. La segreteria provinciale si è spesa esplicitamente a favore di un solo candidato. Questo candidato è stato battuto: terzo in città, a grande distanza dai primi due, quarto nella bassa padovana, sesto nell’alta. Ed è risultato eletto solo grazie al gioco dei resti. E’ il segno evidente di una non capacità di governo, e soprattutto di una drammatica carenza di ascolto della base e del territorio. Quanto al padovacentrismo, non è questione di opinioni, ma di fatti: gli eletti in regione sono tutti di Padova città (e tutti uomini, in violazione delle norme del partito: si è lasciato alla provincia di designare delle donne, peraltro uscite benissimo dalla competizione), così come erano di Padova città gli eletti in consiglio provinciale – anche quelli eletti in provincia. E se il PD vorrà tornare a contare qualcosa fuori dal fortino padovano, e non fare la fine del generale Custer, questo è sicuramente un problema.

Gaudenzio si trincera burocraticamente dietro l’affermazione che i candidati sono stati scelti dopo un’ampia consultazione democratica con i circoli. Già. Peccato che le telefonate a sostegno del candidato della segreteria, indirizzate anche alla provincia, e la preparazione della sua campagna elettorale, fossero partite ben prima di quella consultazione. E arriva ad accusare inelegantemente gli esponenti della provincia di non essersi candidati perché non avevano il posto garantito. Peccato che a loro la proposta fosse stata fatta all’ultimo, a giochi fatti, e quando era difficile anche organizzarla, una campagna elettorale. E peccato che l’argomento possa valere per chiunque altro, incluso il candidato della segreteria: avrebbe corso, senza la garanzia di quel sostegno, che altri non hanno avuto?

Il tono complessivo mostra il rifiuto dell’idea che un partito è un soggetto collettivo, in cui tutti hanno diritto di parola, e l’arroganza miope di chi pensa che sia cosa dell’apparato, autoreferenziale: che è precisamente una delle attitudini che hanno fatto perdere consensi al PD. Quegli stessi consensi che invece aumentano quando si dà voce a tutti, e tutti si ascoltano, come nelle primarie e in altre occasioni.

Gli elettori e i militanti del PD – quelli interessati al suo futuro e non solo al suo passato – vogliono un partito aperto, propositivo, innovativo, presente nel territorio, che non ha paura delle critiche e anzi ne fa tesoro: per sbagliare meno in futuro. E in nome della speranza che incarna, del progetto di società che (faticosamente) delinea, hanno il diritto di dire la loro (a meno che non si pensi che sono i cittadini ad essere al servizio della politica e non viceversa). Dopo tutto è un partito che nasce da una domanda di presa di parola da parte di soggetti nuovi, di pezzi di società che non si sentono rappresentati, e sull’offerta di farlo, sull’incoraggiamento a partecipare a un progetto nuovo. E’ bene che questa lezione non si perda. Pena una inevitabile agonia.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’autoreferenzialità del PD, in “Il Mattino”, 28 aprile 2010, p. 25

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