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La chiesa pecca in comunicazione

L’ennesimo scivolone comunicativo che ci proviene dai vertici della chiesa cattolica – le dichiarazioni del card. Bertone sul rapporto tra omosessualità e pedofilia – sono un buono spunto per una riflessione più generale sul rapporto tra chiesa e media e, in definitiva, sull’attuale pontificato.

Una prima considerazione è quasi banale. Troppo spesso i vescovi sono abituati a parlare, anche di ciò su cui non hanno alcuna competenza specifica, con un atteggiamento ex cathedra: come se si trattasse sempre di una parola alta, autorevole e definitiva. E la compiacenza con cui queste affermazioni vengono accolte, sia interna alla chiesa che esterna, anche quando si tratta di banalità o di autentiche sciocchezze, rende plausibile che ci si abitui ad aver ragione per mancanza di contraddittorio. La rarità delle occasioni in cui, in Italia, prelati autorevoli partecipano a tavole rotonde a pari grado con altri soggetti, in atteggiamento di autentico confronto, e viceversa l’abitudine a relazioni e dichiarazioni a senso unico, calate dall’alto e senza possibilità di risposta, fanno sì che l’atteggiamento venga confermato. E questa non è certo una buona scuola comunicativa. Prima o poi si trova qualcuno che decide di rispondere per le rime. E l’impaccio degli ecclesiastici quando si ritrovano nel pieno della polemica tradisce la difficoltà dell’approccio.

Un problema che si riverbera anche nelle polemiche per le quali la chiesa cattolica è sulle prime pagine della stampa in questi giorni: la questione della pedofilia. Su cui la chiesa ha commesso errori, e non solo ingenuità, anche pesanti. E peccati di omissione che possono essere più gravi di quelli in parole ed opere, trattandosi di un comportamento per il quale il vangelo ha parole terribili: “Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18,6). Ma vi è pure una innegabile strumentalità di molte accuse, anche dirette alla persona del papa. E colpisce, in questo caso, l’incapacità della chiesa, non abituata ad essere oggetto di discussione pubblica, a rovesciare il messaggio, a riuscire a dire che, pur tra le colpe gravissime di alcuni, oggi inequivocabilmente condannate, la chiesa è pur sempre tra le agenzie che, ovunque nel mondo, più fanno per la tutela, l’aiuto e la crescita dei piccoli, dei giovani, dei ragazzi (e sarebbe interessante vedere se altri ambienti fanno altrettanta pulizia in pubblico: dai collegi religiosi di altre confessioni e laici, agli ambienti militari, a quelli sportivi, e ovunque adulti e ragazzi, dello stesso sesso o meno, vivano insieme per lunghi periodi di tempo).

Invece, anche in questo caso, il comportamento è stato goffo e le chiamate di correo controproducenti, riuscendo a collezionare una sequela di incidenti comunicativi impressionante, come il ridicolo paragone con l’antisemitismo. Il problema è che tali incidenti cominciano a caratterizzare l’attuale pontificato e i suoi uomini in maniera imbarazzante: dal discorso di Ratisbona alla riammissione dei lefebvriani, fino ai ripetuti problemi nei confronti degli ebrei.

Il che ci porta al cuore del problema: le modalità comunicative della chiesa attuale. E’ piuttosto improbabile che la stampa mondiale si sarebbe accanita con le stesse modalità nei confronti del papa precedente: non ci si sarebbe permessi, punto e basta. Giovanni Paolo II, più familiarmente Karol Wojtyla per molti, parlava con il corpo e con i fatti, attraverso una pedagogia dei gesti straordinariamente in sintonia con gli umori dell’epoca. E di lui rimangono immagini simboliche potentissime: gli incontri di Assisi, l’abbraccio al rabbino Toaff, la preghiera nella moschea di Damasco, l’entusiasmo delle moltitudini, giovanili in particolare, fino al suo corpo sofferente offerto come icona alla commozione pubblica. Benedetto XVI, che pochi chiamerebbero con la stessa familiarità Joseph Ratzinger, parla con la logica della razionalità – e lo ha rivendicato con i suoi messaggi fin dall’inizio del suo pontificato – che di per sé si presta ad essere criticata sul medesimo piano. Non compare l’afflato e la passione, che pure forse ci sono, ma si rende più visibile il rigore, e anche la freddezza, del ragionamento astratto e del tono professorale. Il che lo rende antipatico anche quando ha ragione. Anche se il problema non è di forme, ma di contenuti: Woytjla ha inziato il suo pontificato con parole di speranza: “Non abbiate paura!”, “Aprite le porte a Cristo”. Ratzinger si è caratterizzato per gli accenti cupi, l’approccio polemico (contro il relativismo, contro la modernità, contro la scienza, contro l’islam), un sostanziale pessimismo, una certa chiusura della chiesa su se stessa e sul proprio passato (la messa in latino o i riferimenti a Pio XII e ad altri papi del passato, notoriamente non i più aperti). Un tratto che forse è ugualmente in sintonia con lo spirito dell’epoca. Ma di un’epoca disincantata, impaurita, in cui prevale la chiusura e il conflitto con tutti coloro che non la pensano come noi. Di cui finisce per fare le spese anche una chiesa che a questo spirito si adegua.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa pecca in comunicazione, in “Il Piccolo”, 15 aprile 2010, pp. 1

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