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Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope

Il multiculturalismo – il rispetto per l’altro e l’invenzione di modalità di convivenza tra culture diverse – si può fare in molti modi. Ma non per sottrazione. Si può fare per addizione: aggiungendo conoscenze, simboli, momenti e luoghi di incontro, prodotti e consumi diversi. Si può, ancor meglio, procedere per interpenetrazione: facendo lo sforzo di pensare modalità diverse di incontro e di confronto (è del resto quanto accade nella vita quotidiana, quando incontriamo persone di altri mondi e le frequentiamo). Quello che non ha nessun senso fare è procedere per sottrazione: negando la propria cultura, o nascondendone i simboli (che oltretutto, in questo caso, finiscono per risaltare ancora di più, come accade quando togliamo un crocifisso da una parete dove è rimasto a lungo, magari impercepito, rendendolo paradossalmente più visibile).

Il mondo della scuola, con la sua forte presenza di immigrati di culture, lingue e religioni diverse, è in questo ambito un laboratorio d’eccezione. Ma proprio per questo, dato che si procede per tentativi ed errori, spesso in assenza di una preparazione adeguata, è anche il luogo dove più spesso si fanno passi falsi grossolani, magari in buona fede e con ottime intenzioni: che però, come noto, lastricano le vie della perdizione, o semplicemente del perdersi.

Esiste infatti un multiculturalismo improvvisato, che è speculare all’identitarismo grossolano e altrettanto privo di riflessione di chi poi grida al tradimento culturale, e a cui offre imperdibili occasioni di manifestarsi. E’ interessante che di questo multiculturalismo non siano di solito responsabili gli immigrati, o come spesso si finisce per credere i musulmani, ma insegnanti di ampie e democratiche idee, ma di troppo astratte vedute: non è cioè un conflitto tra noi e loro, ma tra di noi a proposito di loro, che ne sono più le pedine e le vittime che non gli attori. Alcuni esempi, presi dal vero. L’insegnante che toglie il crocifisso dal muro perché ci sono in classe dei bambini stranieri. Quello che nella canzone da imparare a Natale sostituisce ‘Gesù’ con ‘virtù’ per timore di offendere qualcuno, o che dice al bimbo musulmano di non partecipare alla recita perché rappresenta la Natività (e lui che sarebbe ben contento di fare anche la parte di Gesù, del resto un venerato profeta dell’islam, pur di partecipare, ci rimane male…). La direttrice didattica che decide che non si fa più il presepe a Natale, ma solo l’albero, che è meno ‘compromissorio’. La commissione didattica che si oppone alla conferenza su temi o da parte di responsabili religiosi. E via elencando, di sciocchezza in sciocchezza.

Il caso delle insegnanti che portano via i bambini dal cortile della scuola di Monfalcone dove si sta commemorando una amata collega deceduta, in memoria della quale è stato piantato un ulivo, per evitare che partecipino a una benedizione, sembra rientrare in questa casistica. L’immigrato sa di venire in un paese e in un territorio che non è vuoto e privo di riferimenti culturali e religiosi. Esattamente come noi, quando andiamo in India, o in Marocco. E non si stupisce della presenza di simboli e cerimonie religiose. Semmai, si stupirebbe del contrario. E’ dunque miope e fuorviante concentrare l’attenzione su questi aspetti, e negarne la fruizione a tutti a causa della presenza di qualcuno che non vi si identifica. Esattamente come sarebbe insensato togliere la carne dal menu della scuola per la presenza di un hindu che non mangia quella di mucca, o un ebreo o un musulmano che non mangiano il maiale. Ci sono altre strade che si possono percorrere, ed altre accortezze, sagge e a basso impatto ambientale per così dire, che si possono avere: e che rispettano tutti senza rischiare di danneggiare qualcuno.

Oltre tutto oggi si tratta di temi sensibili, che male affrontati finiscono per dare argomenti e visibilità precisamente a chi invece è cieco ad ogni diversità, e intollerante alla medesima. E che su questi temi si schiera, e li strumentalizza, non perché abbia a cuore la completezza della formazione degli alunni, di tutti gli alunni, ma semplicemente perché non ha a cuore per nulla la presenza stessa di alunni di culture e religioni diverse, e non vuole ragionare intorno ad essa. E così, tra una strumentalizzazione e l’altra, si dimentica il senso stesso di ciò di cui si sta parlando. Come in una memorabile definizione di fanatismo: raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope, in “Il Piccolo”, 1 aprile 2010, pp. 1 (anche Messaggero veneto)

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