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Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori

I ballottaggi, con la perdita di Mantova, hanno sancito la sostanziale sconfitta del Partito Democratico, in particolare al nord. Sarebbe però fuorviante ridurre il dibattito post-elettorale all’interno del PD a uno sterile tiro al piccione. Anche perché a perdere, a livello nazionale, non è stato Bersani, così come a livello regionale non è stato Bortolussi. La colpa del risultato, in Veneto, non è imputabile al candidato, ma al modo in cui si è arrivati alla sua designazione, al ritardo accumulato, alla scelta della persona prima di avere un programma e un progetto politico condiviso.

Dalle urne tuttavia non esce sconfitto il progetto per il quale il PD è nato, ma semmai la sua mancata realizzazione, soprattutto da parte di chi è rimasto ancorato alle tradizionali componenti e non riesce a riprendere i legami con una società che è nel frattempo cambiata. E’ nella distanza tra certo apparato del PD e il suo elettorato che si trova una delle chiavi per leggere questa sconfitta. Né è un esempio significativo il caso padovano: in cui buona parte del gruppo dirigente ha scelto di spendere il suo peso politico tutto a favore di un solo candidato, che è risultato di gran lunga il meno votato tra quelli eleggibili, superato in alcune circoscrizioni anche dai candidati locali di bandiera. Un fatto che non potrà non pesare sul dibattito interno al PD. Mentre il candidato che ha ottenuto più preferenze è stato quello più trasversale, sostenuto anche da molti – e da molti giovani e nuovi iscritti – che non appartenevano né ai DS né alla Margherita, e vorrebbero costruire una storia politica capace di maggiore autonomia e innovazione rispetto ad essi.

Il PD ha davanti a sé una grossa occasione per dare un segnale di discontinuità di metodo e persone, e nello stesso tempo di coerenza e continuità con il progetto intorno a cui è nato. Ed è il rinnovo degli organi dirigenti e dei segretari di circolo, comunali e provinciali: il solo modo per esprimere un ceto politico radicato nel territorio, e che a questo risponda, come oggi tutti dicono di voler fare. L’elezione di Laura Puppato a capogruppo del PD in consiglio regionale è un primo segnale in questa direzione. Ma bisogna sradicare anche i piccoli potentati locali e sostituirli con una classe dirigente adeguatamente rinnovata.

Anche qui il caso padovano è significativo. Sulla segreteria provinciale precedente pesa la difficoltà di tutti gli inizi, oltre tutto in una fase infarcita di appuntamenti elettorali, alcuni condotti con successo, come quello che ha portato alla rielezione di Zanonato, ed altri molto meno, come quello provinciale (e, con responsabilità condivisa con molti altri, quello europeo, che ha portato alla mancata elezione di parlamentari veneti a Bruxelles, e ora quello regionale). Ma anche la gestione verticista delle candidature in questa campagna elettorale e il mancato ascolto della base. Nonché un eccesso di padovacentrismo, che ha visto tutta la provincia schiacciata dalla città e umiliata al punto che sono di Padova città tutti gli eletti in consiglio provinciale e tutti gli eletti padovani in regione. Il segretario del PD provinciale dovrà quindi rappresentare innanzitutto la provincia. Ed essere una figura con solidi legami col territorio, misurati dal consenso elettorale e dalla capacità amministrativa, la voglia di giocare di squadra, portandone al governo del PD una innovativa e capace, e mostrando di aver superato, nella sua pratica politica, la logica delle appartenenze, delle correnti, delle fedeltà di apparato anziché di partito.

Se si vuole dare una svolta, occorre puntare con forza a quella parte di PD che crede nel PD anziché nei suoi soci fondatori, e che è più attenta ai frutti da far maturare che alle radici di cui fare memoria. L’alternativa è un declino lento ma sicuro, da riserva indiana. Mentre proprio il risultato elettorale mostra quanto ci sia bisogno di una opposizione, innanzitutto culturale, forte e di ampi orizzonti.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori, in “Il Mattino”, 14 aprile 2010, pp. 1-5 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso con il titolo “Democratici. Basta dominio dei fondatori”)

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