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Parabola Fini, da sdoganato a isolato

La campagna di diffamazione di cui Fini è oggetto da parte del ‘fuoco amico’ dei giornali del Cavaliere, e il suo accerchiamento nel PDL, dimostrano la pericolosità della sfida da lui lanciata, più che a Berlusconi come persona, al berlusconismo come sistema e come stile politico.

Berlusconi è riuscito a costruire un partito, un governo e, in buona misura, un Paese a sua immagine e somiglianza. In cui, come nel sistema eliocentrico, lui è il sole, e tutto il resto – leggi, carriere, notizie, priorità nazionali e destini personali – si misura dalla vicinanza o dalla distanza delle orbite di coloro che ruotano intorno a lui.

Fini persegue un obiettivo diverso, e non da oggi: politico, non solo personalistico.

Per questo, da leader di un partito, l’MSI, che ha avuto il ruolo di traghettatore dell’eredità e dei valori del fascismo nella democrazia repubblicana, destinandosi all’opposizione, ha voluto fondare nel 1994 Alleanza Nazionale, nata precisamente per sfuggire all’isolamento politico e proporsi come forza di governo. Ci è riuscito, e con rapidità. Troppa, forse, e con sospetto unanimismo, che lasciava trasparire, nei colonnelli del partito, un’evoluzione più di convenienza che di convinzione. Una coppa amara che bisognava bere per entrare finalmente, dopo un lungo digiuno, nelle sfere del potere. E infatti oggi i colonnelli al potere rimangono, lasciando il leader al suo progetto.

Il Popolo della Libertà, nato lo scorso anno non con un congresso, ma con una passerella di notabili, non è stato infatti che l’ultima tappa di quella evoluzione: la manifestazione visibile di un potere acquisito, saldo, ostentato, disinteressato alla discussione perché la sua ragion d’essere era ormai acquisita. Ma oggi i nodi vengono al pettine.

Fini deve molto a Berlusconi. Per averlo “sdoganato” – parola dallo stesso Berlusconi utilizzata ai tempi della corsa di Fini per il Campidoglio – e per avergli fatto ottenere il ruolo un decennio fa impensabile di presidente della Camera. Ma ha sempre avuto un obiettivo politico proprio.

Vanno letti in questa chiave i gesti e le parole d’autocritica: l’abbandono dei riferimenti a Mussolini e al fascismo, il richiamo ai padri nobili della patria repubblicana, da Einaudi a De Gasperi, le visite ai campi di concentramento e in Israele, le condanne ferme dell’antisemistismo, le parole di riconoscimento del ruolo storico della Resistenza, fino alle prese di posizione sui diritti fondamentali, sull’immigrazione, sulla laicità.

Tutte tappe della costruzione di un progetto politico di lungo periodo incentrato su una immagine di sé come leader innovatore, sopra le parti e fuori dagli schemi: istituzionale, da statista. Passata attraverso i discorsi alti, le frequentazioni trasversali, la progettualità culturale della Fondazione “Fare futuro”, il suo personale think tank. Un percorso non senza contraddizioni, se pensiamo che il suo nome resta legato a due leggi tra le più culturalmente conservatrici e retrodatate nell’impianto, la cui conseguenza più evidente è stata di riempire inutilmente le carceri italiane senza alcun miglioramento della sicurezza reale o percepita: la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga.

In questo quadro la sua frettolosa accettazione della proposta di co-fondare, in un ruolo inevitabilmente subordinato, il Popolo della Libertà, dopo aver irriso il discorso del predellino, si rivela come una scommessa non riuscita. Nell’illusione, probabilmente, di diventarne il leader (dopo aver provveduto, con l’instaurazione di un sistema presidenziale, a portare Berlusconi stesso alla presidenza della Repubblica, o in caso di sua sempre possibile disgrazia giudiziaria, tuttavia sempre più lontana man mano che si estende il suo potere) se ne è ritrovato ai margini.

Probabilmente il suo gesto peggio calcolato, di cui oggi sta pagando il prezzo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Parabola Fini, da sdoganato a isolato, in “Il Mattino”, 12 maggio 2010, pp. 1-11

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