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Il Pd si sta berlusconizzando?

Della democrazia interna possono fare a meno i partiti personalistici, carismatici e monoproprietari. Ad essi non servono congressi: e infatti fanno convention, passerelle o meeting tribunizi ad uso delle tv; tanto le decisioni vengono prese altrove. Non così per un partito che si vuole democratico, per ragione sociale e per metodo.

E’ per questo che ha suscitato sorpresa leggere sui giornali che un conclave di autorevoli maggiorenti del PD padovano, che non costituisce tuttavia un organismo formale del partito, avrebbe deciso i prossimi segretari cittadino e provinciale in un logica di compensazione tra correnti, con candidature uniche e nessuna possibilità di discussione (chi vorrà candidarsi potrà farlo, naturalmente, ma senza e contro il partito, la cui macchina lavorerà per altri). Per giunta con una certa fretta, visto che, ignorando le richieste di rinvio che venivano da alcuni circoli di base, Padova e Vicenza, uniche realtà venete, svolgeranno i congressi entro pochi giorni, mentre altrove si faranno in autunno (come chiesto dai due terzi degli iscritti sul sito dello stesso PD veneto).

La miopia di questo metodo sta nel fatto che il PD ha dato il suo meglio, anche in termini di partecipazione e di visibilità dei suoi contenuti e delle sue battaglie, quando ha saputo coinvolgere maggiormente cittadini ed elettori. Qui si tratta di iscritti, che a maggior ragione si dovrebbero coinvolgere nel meccanismo decisionale. E che invece, complici tempi ristrettissimi e un regolamento al limite del delirio burocratico, che ancora una volta impone liste bloccate e non consente di esprimere preferenze, vengono di fatto marginalizzati.

Non è la scelta delle persone, tutte degne, in questione: ma il metodo. Contrariamente a quanto si dice, il fine, anche in politica, non giustifica i mezzi, ma li discrimina. Se l’obiettivo è costruire un partito che sia democratico, possibilmente più ampio e coinvolgente dell’attuale, propositivo e capace di costruire un’alternativa, il metodo non può essere che democratico, propositivo e coinvolgente. Non praticarlo impedisce la discussione e il confronto interni, anche tra vertici e base, che sono fecondi, riducendo tutto a una discussione autoreferenziale tra vertici non sempre rappresentativi, e costringendo il dibattito a spostarsi all’esterno del partito: dai mugugni al bar ai giornali.

Un grande studioso, Albert Hirschman, insegnava che il membro di un’organizzazione, al di là dei momenti di adesione fusionale, ha solo due modi per manifestare la sua critica (e la sua stessa presenza): l’exit e la voice. L’exit è appunto l’andarsene: non comprare più il tal prodotto, non votare più il tal partito. Un gesto chiaro, ma senza spiegazioni. La voice è la critica costruttiva: manifestare le proprie posizioni, motivarle, cercare aggregazione intorno ad esse, proporre soluzioni di miglioramento o ricambi di leadership. Se la voice non è consentita, non resta che la lealtà acritica (che tuttavia è un meccanismo che funziona meglio nei momenti di successo) o l’exit. Ecco perché non consentire alla voice di manifestarsi nell’ambito di un dibattito franco e aperto tra proposte alternative è una logica controproducente, che il PD, e le molte buone energie che lo abitano, non merita.

Una nota a margine. Questa logica dà rappresentanza solo a due gambe del PD: l’ex DS e l’ex Margherita. Riproducendo il passato anziché costruire il futuro, e impedendo la voice dell’altra fondamentale terza gamba: quella degli iscritti avvicinatisi al PD precisamente perché era un progetto nuovo e diverso – molte delle energie migliori e più entusiaste del partito si trovano proprio in quest’area. E non favorisce una discontinuità tra le persone che hanno gestito le diverse fasi, considerata quasi unanimemente una condizione indispensabile al rinnovamento (il candidato segretario provinciale, ad esempio, era un vice del precedente: il che è buona cosa solo quando l’obiettivo è la continuità). Non sembri strano allora che si auspichi una sana concorrenza, che non fa bene solo al mercato. E l’ascolto di persone e aree portatrici di opzioni alternative e di spinte innovative. Servirebbe almeno a non ripetere gli errori di sempre.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il Pd si sta berlusconizzando?, in “Il Mattino”, 12 giugno 2010, p. 19

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