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Ma il federalismo non può attendere

Un quartino di niente. Potremmo sintetizzare così la nomina del quarto ministro ad occuparsi dell’obiettivo più evanescente del governo: il federalismo. Un obiettivo che, dato il taglio continuo di risorse proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare – Comuni e Regioni – rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno. Un’etichetta senza prodotto. Un buco con niente intorno, per parafrasare una nota pubblicità, con un riferimento tragicamente diretto al buco nei conti pubblici che la manovra cerca malamente di contenere, caricandolo sugli enti locali e quindi in definitiva sui cittadini.

Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione. E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver sollevato e tenuto alto anche in Parlamento e nel Governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione, sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle.

Il fatto che però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa, insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio, lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni. Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo (lo ripetiamo: l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato.

La Lega ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel sud, fino a una modalità di governo, avallata anche dalla Lega stessa, che ha configurato quello attuale come probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di sempre. Una Italia da cui non solo il nord ha tutto il peggio da temere, e nulla, ma proprio nulla di buono da aspettarsi.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ma il federalismo non può attendere, in “Il Piccolo”, 26 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Il federalismo dopo il varo della manovra, in “Il Mattino”, 16 luglio 2010, p. 1 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso, la manovra e il federalismo)

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