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La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa

Lo scandalo non è che vi siano scandali nella Chiesa. Così come gli uomini che la rendono visibile, essa sa bene di essere sancta et peccatrix, casta et meretrix, madre e matrigna: venti secoli di storia testimoniano di questa duplicità innanzitutto a coloro che ne fanno parte. Non occorre infatti essere accecati da una polemica pregiudizialmente anticattolica per vedere, insieme alle grandezze, le meschinità, le debolezze, le fragilità, e le vergogne della Chiesa: la vicinanza fraterna e l’appartenenza filiale le vedono ancora più da vicino.

Lo scandalo è nel volerlo fuggire, nel nasconderlo o nel provarci: tentativo immorale quanto inefficace, nell’era dell’informazione diffusa e della trasparenza planetaria. O fuggire dalle responsabilità che comporta.

La sentenza della corte suprema degli Stati Uniti, che si dice apra a una possibile processabilità dei vertici vaticani e del Papa, e che per ora si è limitata a non prendere in considerazione una petizione vaticana tesa a dimostrare che il sacerdote non è un dipendente della Santa Sede, lasciando che a decidere sia il tribunale di grado inferiore cioè la corte d’appello federale dell’Oregon, pone una serie di problemi notevolmente complessi. Lasciando quelli strettamente giuridici agli specialisti, occorre porsi almeno quelli di principio, che non sono da poco.

Un primo interrogativo è molto reale: la Santa Sede è in qualche modo corresponsabile di aver coperto gli abusi sessuali su minori di alcuni sacerdoti? Può essere capzioso il tentativo degli avvocati statunitensi delle vittime di coinvolgere il Vaticano: probabilmente – è lecito ipotizzare – al solo scopo, non particolarmente morale, di ottenere più denaro per i risarcimenti alle vittime, puntando al pesce più grosso, anziché limitarsi alle diocesi e agli ordini religiosi. Erano questi ultimi soggetti infatti che materialmente operavano i trasferimenti di sacerdoti di cui si conoscevano le tendenze e le condotte, senza denunciarli e consentendo loro di reiterare un reato particolarmente odioso: e per questi motivi sono già stati pesantemente sanzionati e costretti a risarcimenti molto onerosi.

Tuttavia, un problema si pone. La responsabilità penale è personale: di chi ha compiuto gli atti e di chi li ha materialmente coperti. Ma quella morale? E quella storica? Lo scandalo odierno è dopo tutto figlio di una tendenza che è anche una tentazione di lungo periodo: quella a calmare e sopire, a occultare, o almeno a lavare i panni sporchi in famiglia, cercando di salvare la faccia anche quando bisogna invece avere il coraggio di mettercela e di affrontare apertamente i problemi. Su questo c’è una tradizione attestata che non è di questo Papa, ma della Chiesa come istituzione nel suo complesso. Comprensibile, perché tipica di tutti i poteri terreni, ma oggi sempre meno accettabile: tanto meno da parte di una istituzione che si vuole anche morale. In concreto: la Santa Sede che consigli dava? Come suggeriva di muoversi, anche se poi a muoversi erano materialmente altri soggetti?

Tale questione si pone all’interno di una cornice più ampia, che interroga una tendenza secolare, legata al progressivo processo di centralizzazione che il Papato ha prodotto sulla Chiesa cattolica. Tendenza che ha poco a che fare con il messaggio di cui la Chiesa cattolica è portatrice, e peraltro fortemente discussa e osteggiata dentro e fuori di essa, e tuttavia confermata anche nei giorni scorsi con la reprimenda al cardinale Schönborn, reo di aver accusato il cardinal Sodano di aver cercato di insabbiare, da Roma, il caso del predecessore di Schönborn nella diocesi di Vienna, il cardinal Groer, costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne: a cui si è risposto che, “quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”. Se si vuole tutto controllare, tutto sottoporre alla propria giurisdizione, tutto centralizzare e sottomettere alla sovranità romana, si può poi stupirsi di essere tirati in ballo, o limitarsi a dire che la colpa è di servitori infedeli e di istituzioni indipendenti e sovrane? Se si vogliono controllare persino le opinioni dei porporati, e più in generale dei chierici, non si sarà tanto più responsabili dei loro comportamenti?

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa, in “Il Piccolo”, 1 luglio 2010, pp. 1-2

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