stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario)

La sentenza del Tribunale di Padova che ha condannato il Ministero dell’Istruzione e la scuola elementare Zanibon a risarcire un’alunna obbligata, in mancanza di corsi alternativi, a frequentare l’ora di religione nonostante avesse chiesto l’esenzione, pone un problema molto serio, frutto di un’anomalia tutta italiana: il fatto che l’insegnamento religioso sia confessionale, e quindi facoltativo, ma parificato, seppure in maniera contorta, alle altre materie.

Altri paesi finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma anche delle minoranze, non solo della confessione maggioritaria. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso unico, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece un obbrobrio legislativo fa sì che lo Stato si assuma l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti alla Chiesa (che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per il fatto di essere divorziati), compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani che è a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

I punti di partenza su cui riflettere sono due: uno di efficacia (l’ignoranza religiosa degli italiani) e l’altro di principio (la progressiva maggiore presenza di minoranze religiose e l’uguaglianza dei cittadini).

Il primo punto è testimoniato anche da periodiche inchieste interne al mondo cattolico: Famiglia Cristiana ha rilevato che solo il 7% degli italiani ha letto i quattro vangeli, il che pone un problema sull’utilità persino dell’insegnamento confessionale (dal punto di vista cattolico, se non si insegnano i vangeli, cosa si insegna?). Ma è senso comune constatare che l’ignoranza dei fondamentali biblici rende di fatto incomprensibile ai più, tra le altre cose, il significato di gran parte del nostro patrimonio culturale: dalle chiese ai musei, dalla letteratura ai proverbi.

Il secondo punto è figlio dei tempi. Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione intellettuale è in ritardo, anche perché polarizzata non tra laici e credenti, ma tra clericali e giacobini, sanfedisti e atei militanti. E quella politica mostra una costante propensione bipartisan del ceto politico a tenersi buona la Chiesa non per convinzione ma per interesse: ciò che fa sì che nel nostro Parlamento il tasso di clericalismo sia inversamente proporzionale alla fede – un elemento di scambio, non una coerente riflessione sui princìpi, giuridici e religiosi.

Non stupisce che, anche in questo campo, spetti alla magistratura un ruolo di supplenza, in coerenza con numerosi pronunciamenti della corte costituzionale, basati sull’uguaglianza e la pari dignità dei cittadini.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario), in “Il Mattino”, 11 agosto 2010, pp. 1-7 (anche la nuova di venezia)

Scambio di opinioni con un pastore protestante:

Ora di religione o ora dei problemi?

Bene ha fatto il prof. Allievi a sollevare nuovamente la questione dell’ora di religione a seguito della sentenza del Tribunale di Padova. L’”obbrobrio legislatrivo” esistente esigerebbe grande attenzione per chiunque vorrebbe una società pluralista. La scuola si vuole fare carico di un problema più grande di lei.

Sarebbe forse il caso di allargare la riflessione ad altri aspetti e ad altre componenti delle società. Le perplessità da parte protestante sono ovvie. Un’ora delle religioni sarebbe veramente una soluzione? E’ compito dello Stato curare l’alfabetizzazione in materia religiosa? Ha veramente competenze in materia religiosa? E’ in grado di gestire una pedagogia della religiosità? Non sarebbe meglio arrestarsi sulla soglia della religione per far posto alla laicità?

Sono solo alcune domande che vengono alla mente e che meriterebbero una serrata riflessione.

Pastore Pietro Bolognesi

gentile pastore,

l’ora delle religioni – declinabile in molti modi diversi – è un progetto che va avanti da anni, con la collaborazione di rappresentanti di varie confessioni protestanti, di studiosi cattolici e laici.

L’obiettivo è rimediare all’ignoranza religiosa e dare strumenti e dignità al pluralismo.

E la sua gestione è perfettamente a misura delle scuole, come in altri paesi accade.

La semplice abolizione della religione sarebbe un harakiri culturale: non darebbe spazio al pluralismo aumentando l’ignoranza.

Non credo sarebbe un gran risultato.

Delle due l’una. O crediamo che la religione abbia un senso per l’uomo, oppure no. Se pensiamo possa avercelo, anche solo culturalmente, è giusto che abbia spazio nella scuola, insieme a tante altre cose che spesso ne hanno meno.

Se pensiamo di no, la risposta è diversa. Ma allora perdono di senso molte altre cose, incluso il suo mestiere e le mie idee.

Resto del parere che dare almeno ai cittadini gli strumenti per capire il senso di un quadro esposto in un museo o di una cattedrale, in un paese come il nostro, sia una meritoria operazione culturale. E non farlo una grave responsabilità culturale, che stanno già pagando i nostri concittadini e ancor più pagheranno i nostri figli

cordialmente

Stefano Allievi

Ch.mo prof. Allievi

il suo punto di vista è molto rispettabile e l’assicuro che ce l’ho molto presente.

Lei ha d’altro lato colto il senso delle mie osservazioni.

Mi permetto di sottolineare nuovamente il fatto che, secondo me, lo stato non ha come compito quello di alfabetizzare la popolazione in campo religioso. Le ragioni sarebbero tante, ma come fa lei ad essere così sicuro che lo stato abbia le capacità di decidere cosa sia una religione? Anche con le migliori intenzioni, come farebbe a determinarne i limiti. Quale diruitto avrebbe d’escludere atei ed agnostici da una simile riflessione?

Ho l’impressione che materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura, ecc. sarebbero più che sufficienti per dare il senso della cultura preesistente e ad interpretare il passato ed il presente.

Sono d’altro lato profondamente persuaso che la religione abbia un senso per l’uomo in generale. La mia stessa vita è stata trasformata da essa. Penso però con uguale convinzione che debbano essere le chiese stesse a confrontarsi con le loro offerte religiose nella grande agorà del mondo piuttosto che delegare allo stato un compito per il quale non ha strumenti adeguati. La delega allo stato è semplicemente un segno d’impotenza della società civile per cui si finirrà per fare grande fatica ad andare al di là di qualche forma di relativismo.

Ma l’ignoranza religiosa non è anche frutto di una società che ha l’IRC? Perché non osare pensare in maniera più radicale? Non sarebbe megliio rafforzare la declinazione del pluralismo in ambito mediatico?

Capisco che le nostre idee non collimano, ma la ringrazio per aver prestato attenzione al mio punto di vista. E chissà che un giorno non ci si possa confrontare più diffusamente su queste questioni.

Cordialmente

Pietro Bolognesi

gentile pastore,

capisco e conosco le sue obiezioni.

Non continuerò a lungo la discussione, ma mi permetto di rilevare due contraddizioni (servono anche a me per ragionare, ed è questo il senso della discussione).

Certo, l’IRC è fatta male e contraddittoria in sé: uno strumento di potere, ma anche gestito con senso di inferiorità (non parificazione, non validità del giudizio all’esame di maturità, ecc.), perchè si ha la coda di paglia. e quindi è lo strumento sbagliato.

Ma se l’alternativa fosse ‘niente’, sarebbe peggio: i ragazzi non avrebbero alcun confronto con la questione ‘religione’ nel mondo della scuola. Alcuni ce l’hanno poi altrove (ma molti altri no): ma è come dir loro “a scuola si fanno le cose importanti, ma la religione non è considerata tra queste”. Il messaggio è questo. Per questo e altri motivi, piuttosto che niente io stesso, ai miei figli (uno alle medie, uno alle superiori), suggerisco di fare l’IRC: almeno hanno qualcosa con cui confrontarsi, anche criticamente (conoscono le obiezioni del padre, e hanno le loro). Del resto è quello che fanno molti genitori musulmani che conosco, ad esempio.

Limitarsi a dire: “meglio niente (che l’IRC)” ha un po’ il sapore della rivalsa del piccolo che toglie qualcosa al grande. Comprensibile dal punto di vista di una minoranza: in nome di un principio giusto, si applica una modalità che non è la migliore. Qualcuno ci perderebbe, ma la società ci guadagnerebbe?

Le due contraddizioni sono le seguenti:

a) lei chiede più spazio nei media (quelli pubblici, immagino: gli altri perchè dovrebbero se il prodotto non vende? E infatti da nessuna parte esiste, se non con i propri canali, come le tv evangeliche, che vendono il proprio prodotto). A me sembra legittimo: ma in nome di che differenzia il pubblico mediatico e il pubblico scolastico? Se la richiesta ha senso in un ambito, ha senso anche nell’altro. Oppure non ha senso in nessuno;

b) lei cita materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura. E’ anche consapevole che in tutte queste materie (come anche in lettere, in storia, in musica, in scienze politiche, in diritto, in medicina…) è possibile laurearsi senza aver fatto mai un esame di simbologia, di storia delle religioni, di arte sacra, ecc.? E quindi senza sapere un’acca di tutto ciò? Insegnando architettura senza nemmeno sapere perché una chiesa è orientata, o la simbologia dell’altare, o il perchè delle cattedrali o dei templi di altre religioni? O arte senza capire un’icona russa o sapere cos’è una deposizione o un’ascensione (tanto vale non entrare in un museo, allora)? O musica senza capire la spiritualità di Bach? O filosofia senza confrontarsi con san Tommaso, o il modernismo, o con il senso stesso dell’ateismo filosofico (le ricordo che in Italia non esistono insegnamenti teologici nelle università laiche: per larga parte per responsabilità della chiesa cattolica, ma ci si è accomodato benissimo il laicismo, e non per caso)? E non capire la simbologia di Dante? O affrontare il senso della morte per un medico? O il perchè del significato dell’idea del potere temporale del Papa o di Calvino? ecc.?

Ha ragione a dire che bisognerebbe affrontare questi temi nelle rispettive materie. Ma siccome non si fa credo che affrontarli sul serio sia molto più nel novero dell’utopia che non dare un’alfabetizzazione di base religiosa alle persone. Tanto più doverosa oggi che le religioni si confrontano continuamente, e se ne discute continuamente, dai banchi di scuola ai media alla politica, per cui la mancanza di un’alfabetizzazione minimale sul pluralismo religioso (così come di un minimo di conoscenza della storia di altri continenti) rende più difficile il semplice vivere insieme.

cordialmente

Stefano Allievi

Leave a Comment