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Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa

(Sono contro la retorica del dolore: il dolore, quello vero, dei familiari delle vittime, è sufficiente.

Sono contro la speculazione politica: anche quella a fin di bene e per la causa della pace.

Sono contro i populismi facili, di chi dice “via dalla guerra” comunque, non importa se giusta o meno, necessaria o meno, o se la si lascia vinta all’aggressore.

Sono contro il familismo ‘a prescindere’: quello per cui se muoiono gli altri chissenefrega, o finché i nostri sono in missione ben pagati allora va bene, ma se poi muoiono allora improvvisamente si scopre che la guerra fa male.

Detto questo,)

E’ ora di dire qualche spiacevole verità sulla guerra in Afghanistan. Non sull’onda dell’emozione per gli ultimi morti, che non saranno gli ultimi. Ma sull’onda della ragione: inclusa la ragion di stato.

E’ discutibile che fosse un obiettivo sensato andare in Afghanistan, sapendo di colpire soprattutto la popolazione civile, per stanare Bin Laden e distruggere al-Qaeda.

Tuttavia l’invasione dell’Afghanistan, per essere una guerra, era nata bene: nel pieno di una ondata emotiva mondiale, che aveva scosso il globo a seguito degli attentati dell’11 settembre. Con un obiettivo relativamente preciso: sconfiggere quel terrorismo. Con un consenso e una coalizione vastissima, che includeva non solo l’occidente, ma anche molti paesi musulmani, per i quali il terrorismo islamico di Bin Laden era un nemico anche più pericoloso che per noi.

Ciononostante la missione in Afghanistan è fallita. Non solo perché ha mancato il suo principale obiettivo: Bin Laden vive ancora tranquillamente in quelle zone, e la minaccia terroristica globale è aumentata, non diminuita. Non solo perché ha mancato anche l’obiettivo collaterale, su cui l’occidente aveva investito, propagandisticamente, parecchio: portare la democrazia e magari l’emancipazione femminile in un paese che vive invece una situazione di guerra tribale permanente, come e più di prima, e la donna vive nella stessa situazione di sempre. Ma perché si è trasformata progressivamente in altra cosa.

Primo: come tutte le guerre, è durata assai più a lungo del previsto. Semmai stupisce che l’umanità continui a credere nelle bugie della guerra lampo che lei stessa si racconta.

Secondo: i danni e le vittime collaterali – che poi sono uomini, donne, bambini, preferibilmente civili – sono aumentati a dismisura. E anche le vittime tra i militari occidentali, americani soprattutto.

Terzo: i costi sono lievitati enormemente, e come sempre accade nel nostro paese senza alcuna discussione sul senso e sull’utilità dei medesimi.

Ma più di tutto è diventata politicamente altra cosa. Dal momento dell’invasione americana dell’Iraq quello in Afghanistan non è stato più un obiettivo locale, supportato da una ‘coalizione di volonterosi’, ma una pedina di un conflitto globale. Non è dal momento in cui Obama ha ribadito che se ne sarebbe andato dall’Afghanistan al più presto che quel conflitto ha cambiato natura (persino Bush aveva parlato di exit strategy, e non poteva del resto fare altrimenti): ma dal momento in cui, con l’invasione dell’Iraq, la war on terror è diventata war on islam, e le ragioni geopolitiche e ideologiche degli Stati Uniti hanno di gran lunga sopravanzato quelle originarie, che interessavano il globo e non solo gli Usa. È allora che sarebbe dovuto cominciare, anche in Italia, un dibattito sul senso della nostra presenza in Afghanistan: a difesa di quali interessi?

Di fronte a questo, e a un prevedibile ritiro americano che prevedibilmente non avverrà nel 2011 come preannunciato, è semplicemente surreale che da noi si parli di dotare di bombe i nostri aerei, o si accetti senza discussione il continuo aumento del costo umano ed economico della missione.

La missione è fallita: e per una volta non per responsabilità primariamente italiane. Lo si ammetta, si collabori alla costruzione di qualche significativa struttura di pace, e poi tutti a casa, e il più in fretta possibile.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2010, p. 14 (anche la nuova di venezia pp.1-10 e la tribuna di treviso pp.1-10 e il corriere delle alpi p.12)

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