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Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate

L’intervento di Larry Diamond dà una prima serie di risposte pertinenti a una domanda che tuttavia ha solo una funzione eminentemente retorica, utile più per attirare l’attenzione che per dare il senso di un’interpretazione.

Non ha senso infatti domandarsi se esistono democrazie arabe o democrazie islamiche. Esattamente come non avrebbe senso domandarsi se esistono democrazie slave, centrafricane, e tanto meno hindu o buddhiste. Certamente si può dire che in aree diverse del mondo le modalità di costruzione di modelli e istituzioni democratiche possono avere delle specificità e delle similitudini analizzabili e definibili (le democrazie scandinave, mediterranee, anglosassoni, ad esempio), seppure con variabilità interne significative e talvolta non minori di quelle rilevabili tra democrazie di contesti geopolitici differenti. In questo senso si può dunque parlare anche di democrazie arabe. Ma oltre non si va.

Non si può dire invece che la specificità religiosa caratterizzi un tipo di democrazia. E’ evidente a qualunque osservatore, ad esempio, che in contesto cristiano le forme di democrazia sono diversissime: non solo dalla Scandinavia luterana all’Europa orientale ortodossa all’Italia cattolica. Le differenze sono enormi anche solo all’interno di un medesimo contesto confessionale: si pensi al mondo cattolico, dall’Italia e Spagna mediterranee (peraltro diversissime tra loro nella declinazione democratica della laicità e della separazione Stato-Chiesa, ad esempio) alle Filippine e all’America Latina.

Inoltre non è ipotizzabile alcuna predisposizione o assenza di predisposizione alla democrazia di tipo per così dire ontologico: e lo dimostra una semplice analisi diacronica. Quale osservatore avrebbe mai potuto immaginare che cattolicesimo e democrazia potessero coesistere se si fosse guardato intorno negli Anni ’30, osservando i cattolicissimi regimi del periodo, dal Portogallo di Salazar alla Spagna di Franco, dall’Italia (culla e centro del cattolicesimo) di Mussolini agli ustascia croati? E negli stessi anni erano del resto culturalmente cristiane la Gran Bretagna democratica e la Germania totalitaria hitleriana. E d’altro canto chi potrebbe dire oggi che il cattolicesimo è incompatibile con la democrazia? Tanto può bastare per tagliare la testa al toro di tante dissertazioni essenzialiste sulla compatibilità o meno tra islam e democrazia.

Torniamo quindi alle democrazie arabe. Per cercare di ragionare su altri fattori, non culturali e tanto meno religiosi, che tuttavia sembrano avere parecchio a che fare con la mancanza di democrazia nei Paesi arabi: situazione politica interna, sviluppo economico e geopolitica. Ammesso e non concesso che abbia un senso isolare i Paesi arabi da altri dell’area per trovare loro specificità: Turchia e Iran, uno democratico e l’altro no, non sono arabi, ma condividono con i Paesi arabi l’essere a maggioranza islamica e molte similitudini storiche, politiche, strategiche, e di rapporti con l’Occidente.

Diamond cita come Paesi arabi più vicini a un’idea di democrazia l’Iraq e il Libano. Sul primo è legittimo opinare: il fatto che la presenza di elezioni ragionevolmente pulite e partecipate faccia dell’Iraq un Paese democratico è visione volontarista e giustificazionista (e molto americanocentrica); e portare il Paese ad esempio è certamente un autogol per chi ha a cuore la diffusione della democrazia nell’area: l’Iraq è e rimarrà a lungo, agli occhi degli arabi, niente più che un protettorato americano. Ma è più importante ragionare sui Paesi che democratici non sono.

Cominciamo dalla situazione politica interna. Si tratta per lo più di Paesi fortemente centralizzati, in cui il controllo di poche posizioni dominanti consente il controllo sostanziale del processo politico ed economico. Si tratta inoltre di Paesi altrettanto fortemente corrotti, nei quali il controllo delle istituzioni – dai ministri all’ultimo dei doganieri – produce rendite economiche importanti, e un interesse evidente al mantenimento dello status quo, e in particolare al rifiuto della democrazia e di alcune delle sue fondamentali precondizioni: la libertà di organizzazione e associazione da un lato e la libertà di stampa dall’altro. Questa miscela favorisce il rafforzarsi di una rete particolarmente stretta di controllo delle posizioni dominanti e delle rendite relative in capo a pochi individui riconducibili a legami parentali o di clan, in una forma particolarmente invasiva di familismo amorale. Ciò è particolarmente visibile nelle dinamiche di trasmissione del potere di padre in figlio, che si tratti di monarchie democratiche come in Marocco, di totalitarismi come in Siria o di pseudo-democrazie come in Egitto (anche se questa è una tendenza più generale che riguarda il trasformarsi delle democrazie in cleptocrazie anche in Occidente: citiamo solo – ma non è il solo – l’esempio del clan Bush). Ne consegue che la società civile è fragile e sostanzialmente alla mercé della benevolenza del potere. E che la stessa economia è fortemente indirizzata dall’alto, intrinsecamente parassitaria e inevitabilmente distorta: un modello altrettanto autoritario di quello cinese, guardato non a caso in quest’area con rispetto, ma molto meno efficiente.

In questo quadro il progressivo diffondersi di segnali di apertura istituzionale, di progressiva maggiore incisività del mondo dell’informazione, anche grazie alla diffusione di media transnazionali e panarabi e al rafforzarsi delle risorse del web, nonché l’induzione per via esterna di corpose iniezioni di mercato, costituiscono segnali incoraggianti, e da non sottovalutare nel medio periodo.

C’è però un serio problema di interpretazione, tutto occidentale, di questi segnali. Nel timore generalizzato del contagio islamista si considera infatti come segnale preoccupante (lo fa anche Diamond) il fatto che parti significative di opinione pubblica, più o meno tanti elettori quanti richiedono maggiore democrazia nei propri Paesi, chiedano che la religione abbia un’influenza sulla vita politica e sulle istituzioni e si possa costruire una qualche forma islamicamente corretta di democrazia. Ebbene, non solo le due richieste non sono necessariamente in antitesi tra loro, ma solo una visione superficialmente laica e molto eurocentrica può ragionevolmente aspettarsi qualcosa di diverso. Dopo tutto che nei Paesi arabi vadano al potere democraticamente eletti dei partiti islamisti non è più strano di quanto lo sia il fatto che gli elettori dei Paesi europei abbiano per una lunga stagione, e in parte tuttora, votato per dei partiti democristiani: e l’esempio turco è lì a dimostrarci che non necessariamente questo è un male – al contrario, può essere il modo migliore di traghettare questi Paesi verso una piena democrazia. La stessa preoccupazione sulla potenzialità democratica di partiti religiosi anche radicali, che si ispirano ad esempio ai Fratelli Musulmani – o la presunzione che tali forze siano irrimediabilmente antidemocratiche – si basa più su precomprensioni ideologiche che su analisi empiriche: e uno sguardo recente sui fermenti in questi ambiti ci riserverebbe più di una sorpresa.

Sul piano economico Diamond rileva giustamente che molti Paesi arabi vivono di una ricchezza recente e, aggiungiamo, molto mal distribuita. Ma soprattutto per lo più dovuta alle rendite petrolifere e del gas (e guarda caso, dei 23 Paesi che derivano la maggior parte delle loro ricchezze da queste risorse nessuno è democratico, arabo o meno). E, poiché alcuni sono talmente ricchi da non far nemmeno pagare tasse, viene meno il bisogno di una ‘representation’ a fronte di una ‘taxation’ che non c’è, perché si perde motivazione alla medesima. A questo si collega un fenomeno più generale e geograficamente pervasivo di distacco dalla politica proprio delle fette di pubblica opinione che più contano economicamente; anche in Occidente la categoria dei ricchi e ricchissimi o è disinteressata alla politica nazionale (come accade per lo più alla superclasse mobile e cosmopolita che, per parafrasare Lash, ha spesso una ‘visione turistica’ dei fenomeni politici oltre che di quelli concernenti la responsabilità etica legata al territorio) o se ne interessa non per un disegno politico, ma a coronamento, consolidamento e accrescimento del proprio potere personale. Detto questo, anche in economia abbiamo la sensazione che si sottovalutino segnali interessanti di innovazione e permeabilità (e anche di ‘islam di mercato’) che non vanno contro i processi di democratizzazione, ma piuttosto a loro favore.

Infine, la geopolitica. Democrazie cosmetiche come Tunisia ed Egitto, ma anche monarchie illiberali come l’Arabia Saudita, sono in realtà Paesi autoritari: regimi impopolari, che sopravvivono grazie alla repressione e, dove si vota, alla falsificazione plateale dei risultati. Ma sono precisamente i Paesi maggiormente sostenuti dall’Occidente, che si guarda bene dal metterli in discussione, e al contrario li sostiene e li puntella in tutti i modi possibili, considerandoli suoi alleati di fiducia, rinviando il loro inevitabile crollo, e rendendo più probabile il manifestarsi di lacerazioni gravi quando il momento verrà, rischiando di collocarsi dalla parte sbagliata proprio rispetto alla domanda di democrazia in quelle aree. L’Europa in particolare non ne esce bene: ha osteggiato a suo tempo il processo di democratizzazione in Algeria, plaudendo alla sua interruzione tra un turno e l’altro perché non andava nella direzione voluta, assumendosi gravissime responsabilità nella mattanza che ne è seguita. Ha inizialmente osteggiato le tendenze democratiche in Turchia per il medesimo motivo. E continua a sostenere i peggiori nemici della democrazia nel mondo arabo (ultimo, per quel che riguarda l’Italia, la Libia). Difficile immaginare che tanta cecità favorisca la democrazia nell’area. Fortunatamente va in altra direzione la spinta che, sempre dall’Europa, proviene dalle minoranze arabe qui emigrate: che, beneficiarie della democrazia e della cultura dei diritti europea, formate nelle università europee dove se ne studiano radici e benefici, ma anche solo per effetto di mera comparazione, costituiscono una preziosa spinta al mutamento democratico nei rispettivi Paesi d’origine. Con interessanti e pochissimo analizzati effetti di feedback: dall’Europa al mondo arabo attraverso le elites arabe in corso di europeizzazione. Un bacino di innovazione che bisognerebbe imparare ad usare di più e meglio.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Perché non esistono democrazie arabe? Svolta possibile con le élite immigrate, in “Reset”, n. 122, novembre/dicembre 2010, pp. 60-63

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