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Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia

Il satrapo è scappato. Il dittatore che le cancellerie occidentali per troppo tempo hanno fatto finta fosse un presidente democraticamente eletto, è fuggito via, senza vergogna, ma ben munito di risorse, come usa in questi casi.

La Tunisia si libera da una cappa di repressione e corruzione familiare che durava da quasi un quarto di secolo, più di quanto sia durato il fascismo. La fine del regime di Ben ali è una buona notizia per tutta l’area, ma i contorni di questa che è più un’implosione e un’autodissoluzione che una rivoluzione o un golpe di palazzo, ancora vaghi, lasciano adito a molte incertezze. La prima delle quali riguarda le modalità della transizione. Questo crollo di regime avviene in maniera più rapida e per questo inaspettata del previsto. La rabbia delle piazze non ha ancora raggiunto il suo culmine, ed esploderà con maggior forza – in quali forme è troppo presto per sapere – quando finalmente i tunisini potranno sapere la verità sull’entità delle spoliazioni sistematiche cui sono stati sottoposti, e una libera stampa e una vita politica vera, finora inesistenti, potranno denunciare, oltre agli scandali, la gravità e la durezza della repressione, che aveva le sue antenne anche nei paesi dell’emigrazione tunisina, Italia inclusa. Un governo di unità nazionale può essere intanto una soluzione tampone, in attesa dell’avvio di un processo democratico dalle molte incognite, e in presenza di una crisi economica profonda, senza nemmeno le risorse naturali di cui godono paesi vicini, come l’Algeria: la ricchezza tunisina, il turismo, ha ricevuto infatti un colpo molto duro dalla crisi economica europea.

Su questo scenario spicca la cecità e l’inconsistenza politica dell’occidente, e dell’Italia in maniera particolare. I paesi europei portano tutta intera la responsabilità di avere sostenuto fino all’estremo, per timore del fondamentalismo islamico, regimi indifendibili, rendendo quasi inesorabile la polarizzazione tra dittature cosmeticamente travestite da democrazie, nascoste dal belletto di elezioni che tutti sapevano truccate, e islamismo radicale: questo in Tunisia, come in Egitto, dove un regime sull’orlo della fossa prepara la transizione nelle mani del figlio del presidente, come altrove. Proprio perché queste stesse dittature hanno fatto piazza pulita di ogni opposizione, islamista o liberale, borghese o popolare, e della società civile, un’alternativa democratica e moderata non è a disposizione, né l’Europa ha fatto nulla per costruirla e sostenerla. C’è da sperare che impari la lezione e lo faccia ora. Il rischio altrimenti è che gli islamisti, in Tunisia come altrove costretti all’esilio o al carcere, si dimostrino la sola alternativa ai regimi che li hanno perseguitati. L’Italia, in questo panorama, spicca per un livello di insipienza politico-strategica ai limiti del suicidio diplomatico. Mentre la Gran Bretagna ospita come esule politico il leader islamista tunisino, peraltro moderato, Rachid Ghannouchi, il governo Berlusconi gli ha invece negato in passato persino il visto di ingresso. E mentre la Francia blocca i beni tunisini sul suo territorio, l’Italia tace e non fa nulla. Il ministro Frattini, ancora oggi, continua ad agitare lo spauracchio islamista, dimenticando di aver fatto molto perché ne crescesse la forza, e arriva a proporre, a una parte del mondo tutt’altro che primitiva, il modello Gheddafi, di cui gli stessi libici si sbarazzerebbero volentieri se solo lo potessero, e che nessuno nel mondo arabo prende seriamente a modello. Con questo, invece di prepararci a lavorare con le élite che governeranno domani questi paesi, ce le alieniamo ulteriormente. E rimpiangendo l’amico Ben Ali, che ha ospitato Craxi e fraternizzato con Berlusconi, che l’ha più volte incontrato anche privatamente nelle proprie vacanze, non facciamo che sottoscrivere una atto di abdicazione dalla nostra presenza nell’area.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia, in “Il Mattino”, 18 gennaio 2011, p. 7 (anche “Il Piccolo” p. 1-2 “Quel satrapo troppo amico”)

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