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Le primarie sono fedeltà ai princìpi

In difesa delle primarie

In un editoriale pubblicato ieri l’amico Gilberto Muraro definisce le primarie uno “strumento per scegliere il perdente”. E si domanda se “vale la pena di farsi del male per fedeltà ai princìpi”. Ora, una delle cose di cui hanno sofferto i partiti italiani è proprio quella di essere stati così poco fedeli ai loro princìpi, cambiando continuamente idee e linea politica (molto meno le leadership), da produrre un crollo della fiducia e un forte aumento dell’astensionismo. Le primarie sono un principio costitutivo del Pd, che ha molto contribuito a caratterizzarne l’originalità, e uno strumento fondamentale per il suo rinnovamento: due buone ragioni per tenersele strette.

Esse servono per selezionare i vincenti, o almeno i migliori, non i perdenti. Matteo Renzi è diventato sindaco di Firenze grazie alle primarie del Pd. E oggi è uno dei suoi uomini nuovi più promettenti nonché, dicono i sondaggi, il sindaco più popolare d’Italia. Senza le primarie, semplicemente non sarebbe esistito. Nichi Vendola ha già vinto due volte le primarie di coalizione e il governo della sua regione, la Puglia. Se il Pd ha perso con i suoi candidati ufficiali forse deve fare una riflessione sulla bontà delle sue scelte e sulla sua distanza dall’elettorato: e magari sugli eterni sponsor dei perdenti (nel caso pugliese Massimo D’Alema), che collezionano sconfitte ma restano sempre a galla.

Piacciano o meno i personaggi citati, sono esempi di rapporto vero con il proprio elettorato e con la società che li esprime. Se altrove (come a Milano) i candidati ufficiali del Pd perdono, forse è perché sono quelli sbagliati, o forse è perché è sbagliato che il partito ne sponsorizzi uno solo, invece di lasciare la scelta alla base, accettando il suo responso e sostenendo il vincitore, chiunque sia. L’errore dunque non è fare le primarie, ma crederci solo a metà, e quindi farle male.

Le primarie sono state momenti di grande partecipazione, anche di non iscritti: merito del Pd è stato quello di attivarla, e suo demerito è stato semmai di non valorizzarla. La prima vittima della cancellazione delle primarie sarebbero proprio questi elettori: simpatizzanti del Pd, non dei vecchi partiti che gli hanno dato origine (a cui le primarie non sono mai andate giù, perché preferiscono la cooptazione, assai più controllabile). Inoltre non dividono il partito, ma ne consentono la partecipazione, rispecchiando gli umori della base. La prova è che come segretario del Pd ha vinto Bersani perché aveva più consenso, ma i perdenti collaborano fedelmente con il vincitore. L’errore è semmai che a livello locale si sono votate liste legate ai segretari nazionali, anziché persone davvero in competizione con le loro rispettive qualità, privilegiando l’obbedienza di corrente rispetto alla capacità di creazione di consenso.

Inoltre solo le primarie consentono di svecchiare un ceto dirigente arroccato sulla propria difesa, evitando di ripresentare alle elezioni i soliti noti, in calo di consensi, e favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. E’ per questo che, lungi dal cancellarle, vanno generalizzate: per scegliere i candidati al Parlamento come i sindaci e i segretari.

Quale è l’alternativa? Che, come avvenuto troppo spesso, i capicorrente si riuniscano in sedi non formali per decidere in una logica di spartizione: io mando il tuo a fare il segretario, se tu dai ai nostri un posto in parlamento, e a quegli altri il sindaco – e poi si fa un bel congresso per ratificare l’accordo. Le primarie sono il solo modo di spazzare via questo modo di fare politica: che riproduce le leadership senza produrre consenso (e anzi facendone perdere). Per questo dire addio alle primarie sarebbe dire addio al Pd.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le primarie sono fedeltà ai princìpi, in “Il Mattino”, 11 gennaio 2011, pp. 1-4

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