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Caro Causin, dopo il PD lascia anche la Regione

Lettera aperta (con risposte) ad Andrea Causin

Non discuto la tua scelta di uscire dal PD. Le critiche che muovi sono le critiche di molti altri. Anche di molti, con cui probabilmente hai più di qualcosa in comune in termini di elaborazione politica, che scelgono tuttavia di continuare a cercare di cambiare il PD dall’interno: i Chiamparino, i Renzi, i Civati e molti altri, fino a molti iscritti e simpatizzanti, delusi dalla attuale deriva ma non ancora disposti ad abbandonare il campo, convinti che sia, nonostante tutto, ancora riformabile, e necessario.

Condivisibili le tue posizioni critiche sul PD nazionale, e ancora di più su quello veneto, sulla sua poca incisività, sulla debolezza di leadership, sulle difficoltà di elaborazione di una linea politica forte, visibile, caratterizzante e condivisa. Giusto criticare le ambiguità, i tentennamenti, le incapacità, i silenzi, o le troppe parole su argomenti non dirimenti (come le critiche al berlusconismo che non sanno andare al di là di un’indignazione retorica e scontata, e in definitiva irrilevante, incapace di tradursi in proposta politica), e infine una disciplina di partito di alcuni che non è legata al PD, ma alle loro appartenenze precedenti.

Non penso che tu voglia lasciare per offrirti al miglior offerente. Non credo che tu ti sia venduto, e non penso che altri ti vogliano comprare. Non voglio nemmeno pensare ai tuoi destini politici futuri, se ve ne saranno: che sono problema tuo e scelta tua. Non mi interessano le allusioni, le dicerie e le malevolenze, che appartengono allo stile politico di altri.

Posso capire le critiche che fai, e accettare le scelte che ne deduci: purché siano coerenti e conseguenti. Che si scelga di fare battaglia politica interna al partito in cui si è stati eletti, o al suo schieramento, o di abbandonare l’uno e magari anche l’altro. Tutte le scelte sono legittimabili, purché chiare, oneste e conseguenti. E’ per questo che hai il dovere – se non vuoi finire come un Calearo o uno Scilipoti qualsiasi, persone che certamente politicamente disistimi – di abbandonare, insieme al PD, il tuo scranno di consigliere regionale, al quale sei giunto con il sostegno di persone che nel PD si riconoscono.

E’ un qualcosa che devi a te stesso, alla tua dignità personale, ai tuoi mondi di provenienza, a coloro che ti hanno sostenuto alle primarie, perché tu conducessi una battaglia politica interna, e infine a coloro che ti hanno votato all’interno della lista che tu oggi, legittimamente, decidi di lasciare.

E’ vero: anche altri hanno fatto scelte analoghe alla tua e non hanno pagato pegno, rimanendo al loro posto, dal Parlamento al Consiglio regionale. E’ vero, e triste, ma non giustifica le scelte che oggi sei chiamato a fare: in prima persona, di fronte alla tua coscienza. Ma anche, in quanto uomo politico e pubblico, di fronte ai tuoi sostenitori e ai tuoi elettori, e più in generale alla pubblica opinione.

Marca una discontinuità di stile, rivendica una dignità politica, mostrati diverso dai camaleonti di stagione: dimettiti, oltre che dal PD, dal Consiglio regionale. Potrai così mantenere un onore personale – che si riverbera tuttavia anche sui tuoi mondi culturali di provenienza – che sarebbe inevitabilmente e giustamente perduto di fronte ad una scelta differente.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Caro Causin, dopo il PD lascia anche la Regione, in “Il Mattino”, 21 marzo 2011, p. 7 (anche La Nuova Venezia e La Tribuna di Treviso)

Di seguito, il prosieguo dello scambio epistolare, avvenuto via Facebook

Risposta di Andrea Causin

Caro Stefano,

in questi giorni ho ricevuto moltissime lettere, mail e telefonate di sostegno alla mia scelta.

Persone che rivestono ruoli rilevanti nelle categorie, nei corpi intermedi e tantissima gente normale.

Ci sono stati alcuni commenti negativi. Persone che in modo civile non hanno condiviso la mia scelta. Ma ci sono state anche invettive e tentativi di attribuire alla mia scelta motivazioni abbiette o di tornaconto personale (rilanciate da persone pagate dal partito e dal gruppo consiliare regionale).

Con i primi ho accettato un confronto. A queste non ho risposto, né intendo farlo, perché si commentano da sole e rendono ancora più evidente a tutti quale aria si respiri oggi dentro quello che era nato come un partito nuovo, aperto e plurale.

La tua lettera è diversa perché parte dalla condivisione di molte delle ragioni che hanno determinato la mia scelta. Arriva a condividerne l’esito, ma censura, e questo appartiene al rigore e alla qualità straordinaria della tua persona, il fatto che alle dimissioni dal partito e dal gruppo non siano seguite anche quelle dalla carica elettiva di consigliere regionale a cui sarei arrivato, secondo te, con il sostegno del partito che adesso “tradisco”.

Non farò giri di parole e ti risponderò con la stessa tua franchezza:

Non rassegnerò le dimissioni da Consigliere Regionale del Veneto, ma continuerò in modo franco e leale il mio impegno di opposizione e per costruire una alternativa alla destra Veneta, che oggi è interpretata dalla Lega Nord.

Diversamente dai Calearo e Scilipoti, sono stato eletto con le preferenze di migliaia di cittadini che hanno scritto il mio nome sulla scheda elettorale. Molti mi hanno votato perché ero candidato nel PD e tantissimi, mi sento di dire i più, in virtù della conoscenza diretta di un impegno sociale e politico quasi ventennale, che mi vede puntuale, presente e disponibile.

In seconda battuta, diversamente da quanto dici, il mio partito ha fatto di tutto per rendermi la vita difficile. Forse ti è sfuggito che l’unica provincia d’Italia che ha approvato una deroga speciale alla norma statutaria che impediva la ricandidatura a chi aveva già fatto due mandati era Venezia. Permettimi di credere che ciò è avvenuto con lo scopo dichiarato (anche comunicatomi ufficialmente da un autorevole dirigente) di impedire la mia rielezione o quantomeno di renderla improbabile o stentata.

Ho accettato ugualmente la sfida e la voce degli elettori è stata chiarissima: contro ogni previsione sono arrivato primo. Voce chiarissima ma inutile, come ho lungamente spiegato nelle mie analisi.

Ed è anche questa vicenda personale, insieme a molte altre che per rispetto del PD e delle persone che vi militano e ci credono, che mi ha portato ad una sola conclusione: il PD, oggi, non è riformabile dall’interno.

La mia scelta, e tu che sei un osservatore attento lo sai, non è stata individuale, ma segue e interpreta quella di moltissimi che, con le stesse mie speranze, hanno affrontato la sfide elettorali e che da mesi vivono la stessa delusione. Soprattutto nelle regioni del Nord.

La scelta di rimanere in Consiglio Regionale va nella direzione di costruire anche nelle istituzioni una alternativa e una proposta credibile che il PD da solo non riesce più a interpretare.

Con amicizia

Andrea Causin

Consigliere Regionale

Consiglio regionale del Veneto

Gruppo Consiliare Misto

Risposta di Stefano Allievi

caro Andrea,

ti ringrazio, intanto, per aver risposto personalmente. Molti tralasciano di farlo, tanto prima o poi si dimentica tutto.

Come ho scritto, capisco la gran parte delle ragioni del tuo disagio, che sono quelle di molti altri esponenti, militanti, o semplici cittadini simpatizzanti ed elettori (o magari, ormai, ex elettori) del PD.

Il PD nazionale ha i suoi limiti di proposta politica, e direi persino di linguaggio. Il PD veneto, nei suoi vertici, pare imploso, tanto sembra aver accettato di essere condannato all’irrilevanza o, diciamo, a un dignitoso ma poco incisivo destino minoritario. E tuttavia, dentro il PD – persino negli organismi dirigenti, e ancora più a livello locale, in giro per l’Italia, incluso nel Veneto, nelle sopravvissute realtà governate dal PD come nelle molte in cui è spesso la sola opposizione dignitosa – vi è una quantità di energie vive, di spinte modernizzatrici, di profili riformatori, di capacità di iniziativa, di senso delle istituzioni e dello stato, e anche di senso dell’impegno politico come servizio al bene comune, che non è possibile lasciar morire, perché ne pagherebbe il prezzo non solo il PD, ma la convivenza civile e la civiltà della lotta politica nel Paese.

Questo PD ha bisogno di visibilità, di spazio, di rappresentanti che lo ascoltino e se ne facciano interpreti, o meglio ancora che gli lascino spazio, cortesemente lasciando qualche sedia libera dopo averle occupate per un numero più che sufficiente di mandati, e con esiti discutibili, stando ai risultati elettorali, ma mai veramente discussi.

E senza questo PD non c’è alternativa che sia credibile e possibilmente vincente: e che ridia fiato, speranza, dignità e futuro a un Paese che ne ha sempre meno. Alternativa che si costruirà non solo nel PD, certamente: ma difficilmente senza il PD e a prescindere da esso. Per questo, in una logica di sistema e non di appartenenza politica, c’è bisogno, eccome, di riforma – anzi, di più, di rinnovamento e cambiamento radicale – dentro il PD; e, anche, di una opposizione e di un progetto che nasca al di fuori, e che magari si alleino in una prospettiva di percorso condiviso.

Sono quindi rimasto molto deluso dalle reazioni alla tua scelta di lasciare il PD. Da un lato quelle di coloro che lo hanno fatto prima di te, magari subito dopo le elezioni, e dovendo giustificare una posizione incomoda e moralmente problematica, semplicemente ci godono, ma senza alcuna prospettiva e proposta politica reale: come a dire, vedete che non sono il solo? Dall’altro quelle di chi, al vertice del partito, per l’ennesima volta dice: sì, va be’, ma si sapeva, c’erano già segnali, e via così, sopendo e minimizzando, o al contrario insinuando e maledicendo, comunque mai discutendo nel merito, e magari facendo un po’ di sana autocritica, limitandosi alla eterna logica dell’autoriproduzione delle burocrazie. La domanda è: ma reagiranno così anche al 999° che se ne andrà?

Detto questo, c’è un elemento base di moralità politica che per me resta dirimente. Te lo riporto con l’esempio di Nicola Rossi, economista e galantuomo, eletto al Senato nel PD, che formulando delle critiche per qualche verso anche simili alle tue, ha scelto di non condividere più il percorso politico del partito che lo ha eletto. E per questo motivo si è dimesso dal Senato, o almeno ci ha provato, con l’ipocrisia finale del suo partito che insieme ad altri ha respinto le dimissioni. Ecco, credo che gesti come questi siano necessari, e siano più politici di tanti altri. So che sono rari, e in questa legislatura ci sono stati così tanti esempi di salto della quaglia plurimo e carpiato, che fanno splendere ancora di più i casi isolati di dimissioni reali. Mi piacerebbe che ce ne fossero altri. Nello schieramento che ne ha visti di più, che è quello di centro-destra. E in chi ha abbandonato il PD. Questa, a mio parere, dovrebbe essere la normalità politica, il livello base di decenza etica: non l’eccezione. E in altri paesi lo è. E’ giusto che gli individui abbiano libertà di scelta. E’ giusto anche che, per le proprie scelte, paghino il relativo prezzo. Tanto più – e non andrebbe dimenticato mai – quando si è figure pubbliche e di mezzo c’è il denaro del contribuente.

Cordialmente

Stefano Allievi

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