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Festeggiamo il tricolore troppo irriso

E’ sconcertante che in questo Paese le cose ovvie debbano sembrare rivoluzionarie. Come, che so, festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia ed esporre il tricolore… E ancora più triste che i compiti istituzionali relativi, alla fine, se li assumano in pochi, mentre ai livelli più alti le istituzioni danno l’esempio, negativo, di disinteressarsene, anzi, di fregarsene, anzi peggio, di fottersene e di sfotterle. E poi ci si stupisce che il senso civico, in Italia, sia scadente e forse scaduto. Anche in quel Nord che di solito accusa il Sud di esserne privo.

Fa benissimo il Comune di Padova a lanciare una serie di iniziative per festeggiare quella che per l’appunto è una festa, anche istituzionalmente riconosciuta. Quello che sconcerta è che la cosa faccia notizia. Ma così è, se vi pare. Già arrivarci, alla festa, è stata una ridicola sceneggiata: anche questo un genere letterario meridionale infelicemente trapiantato al Nord. Non è che non si sapesse che la ricorrenza era in arrivo. Dopo tutto c’era un apposito comitato nazionale a lavorarci (con due lire e in mezzo a un ostacolo dopo l’altro, al punto che un galantuomo come l’ex presidente Ciampi, che lo presiedeva, se ne è dimesso). Ma tant’è. Tra le irrisioni della Lega e le improvvide uscite di Confindustria, ci si è arrivati solo all’ultimo, a decidere che, come ovvio, la ricorrenza fosse anche festa nazionale e quindi vacanza. Ma subito dopo, tutti lì a sfilarsi: vergognosamente, per persone che coprono cariche pubbliche e dall’Italia sono lautamente retribuite per rappresentarla e farle onore.

Si comincia con un ministro – e non un ministro qualsiasi, ma quello degli Interni, che l’Italia la governa nei suoi gangli più delicati e simbolicamente significativi – che dichiara in tv, con un mezzo sorriso che vorrebbe essere furbetto, che lui lavorerà. E si finisce con governatori regionali e giù fino ai sindaci che, con l’aria finto tonta del Bertoldo che crede di essere l’unico con il cervello fino, dicono ridendo che loro alle celebrazioni non parteciperanno e, anzi, lavoreranno sodo per il bene dei cittadini.

Passi per tanti sindaci di realtà minori, per i quali sparare qualche fregola sul tema è un modo per guadagnare un po’ di facile visibilità sui giornali e di consenso tra sodali. Ma dal principale rappresentante nel governo della Lega, persona seria, avremmo preferito non aspettarcelo. E nemmeno dal presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder (giusto per far vedere che non solo di leghisti si tratta), che governa un territorio letteralmente sepolto dai soldi dell’Italia. Coerenza vorrebbe che se l’Italia non la si riconosce, non se ne riconoscano nemmeno i benefici, i vantaggi e le prebende.

Non è un giochino di cui fare strame, il senso di appartenenza. Già la sinistra l’ha scoperto tardivamente, tricolore incluso, e deve su questo fare autocritica: ma meglio tardi che mai. Ma anche i cittadini lo stanno riscoprendo, finalmente, con un po’ di orgoglio, e non solo in occasione dei mondiali. Non a caso il personaggio più rispettato è il Presidente della Repubblica, che l’unità d’Italia la simboleggia e la incarna. Siamo stati costretti ad aspettare che un comico ce lo ricordasse, con grandissimo successo, nel più nazional-popolare degli spettacoli. Non lasciamo che ce ne tolgano il gusto, lasciandoci solo il disgusto di vedere le strumentalizzazioni che ci stanno intorno. E festeggiamo tutti, il 17 marzo. Con il nostro bel tricolore addosso. E un sorriso ben stampato sul viso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Festeggiamo il tricolore troppo irriso, in “Il Mattino”, 2 marzo 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

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