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Il sindaco Renzi calamita per il PD

Per la stampa è quasi sempre e solo il ‘rottamatore’. Ma Matteo Renzi, come figura politica, costituisce una novità non solo per il PD, ma per la politica nel suo complesso. Per l’età, innanzitutto: il semplice fatto che lo si chiami il ‘giovane’ sindaco di Firenze testimonia di questo dato, e del problema costituito dal gerontocomio politico italiano. Per il linguaggio che utilizza: diretto, scevro da ogni politichese, popolare ma non populista. Per lo stile politico, che gli ha fatto vincere le primarie contro il suo stesso partito, e poi le elezioni, pur con opinioni spesso controcorrente: da un liberalismo non di facciata al piglio decisionista contro le lobby sindacali e non (come nella decisione di pedonalizzare la zona del Duomo di Firenze senza nemmeno informare i commercianti, uscendo da un immobilismo che aveva bloccato ogni decisione in proposito da decenni; o come nelle critiche alla Gelmini, accusata non di riformare, ma di non farlo abbastanza); dalla trasversalità che gli ha fatto incontrare Berlusconi ad Arcore, attirandosi critiche furibonde, alle prese di posizione sul referendum Fiat e su Marchionne. Fino al richiamo esplicito alla propria fede cattolica, in luoghi e ambienti dove è minoranza, ma in chiave di laicità praticata e non come etichetta da esibire: le sue posizioni su testamento biologico, omosessualità o coppie di fatto suonano infatti eresia al clericalismo senza fede di molti neoguelfi italiani, ma sono anche interpretazione rispettosa del proprio ruolo, capace di ricordare, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”, e che si viene eletti “per fare il sindaco, non per fare il vescovo”.

Già questi erano elementi di interesse sufficienti per decidere di invitare Renzi a Padova a presentare il suo libro “Fuori!” (sabato 12 marzo, ore 18, presso il Dipartimento di Sociologia, via Cesarotti 14). Ma è stato significativo scoprire che nel frattempo altri volevano fare altrettanto: da associazioni del privato sociale a sindaci della cintura padovana, da circoli culturali ai giovani di “Prossima fermata: Padova”, fino a diversi esponenti dei Giovani democratici. Un segnale che Renzi non è tanto importante come figura in sé, ma per il fatto che interpreta un comune sentire diffuso e che ha bisogno di esprimersi. E non perché introduce concetti rivoluzionari, ma perché fa di una normalità assente dalla politica o da essa mal interpretata, il nerbo di una politica possibile e anzi già localmente praticata. Renzi ha avuto semplicemente più visibilità di altri per le sue critiche dirette, che anch’esse hanno intercettato un sentire diffuso, alla nomenklatura del PD: quelli, nelle sue parole, del partito nuovo con le facce vecchie, che continuano a perdere ma restano sempre al loro posto, che “vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. A cui chiede senza complimenti di rispettare il loro proprio statuto (dopo tre mandati, a casa). E da cui è cordialmente detestato. Di Renzi, in questo senso, ce ne sono anche in altre forze politiche. Ed è un segnale da seguire con interesse. Perché interpreta un bisogno di diversità e di normalità politica che non è di un partito, e nemmeno di uno schieramento, ma del sistema politico italiano nel suo complesso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il sindaco Renzi calamita per il PD, in “Il Mattino”, 11 marzo 2011, pp.1-17

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