stefanoallievifoto logo stefano allievi










Apertamente Blog Appunti dalla crisi italiana


twitter allievi facebook allievilinkedin allievifeed allievi

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

C’è un’Italia di fatti e un’Italia di parole; una d’azione, l’altra di dormiveglia e di chiacchiere; una dell’officina, l’altra del salotto; una che crea, l’altra che assorbe; una che cammina, l’altra che ingombra”, scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1904. E aggiungeva: “I nostri uomini politici non sono vele, né timoni, né zavorra; impicciano, non spingono né dirigono”. Giustino Fortunato, nel 1911, cinquantesimo anniversario dell’unità, aggiungeva che, di queste due Italie, “una è l’Italia europea, l’altra l’Italia africana”.

Lette con gli occhi di oggi, queste frasi alludono all’opposto di quello che sembra. Sembrano dirci che sì, ci sono due Italie: quella che cerca di capire come si evolve il mondo e quella che fa finta di niente, o peggio “fa finta di tutto”, come diceva Ennio Flaiano. Che i politici, in maggioranza, fanno parte della seconda Italia. E che sono loro, insieme ai molti cittadini che si comportano come loro, a costituire “l’Italia africana”: non i meridionali, non gli immigrati. Che, come molti autoctoni settentrionali che si danno da fare, e con cui condividono questi valori, più spesso appartengono – per dirla con Prezzolini – al paese che lavora, non a quello che vive a sbafo; che agisce, non che chiacchiera; che sta in officina, non in salotto.

Come si vede, la divisione non è geografica. In questo senso, l’Italia è una, poiché viviamo sotto lo stesso tetto. Anche se è stato costruito lentamente. Prima aggregando e integrando stati autonomi e differenziati, al seguito di quel manipolo di lombardo-veneti che costituivano il nerbo e la maggioranza dei Mille garibaldini. Poi integrando all’interno, in un’appartenenza comune, popoli che a poco a poco hanno cominciato a riconoscersi uniti, versando lo stesso sangue sulle medesime trincee, nel Risorgimento prima e durante la Grande Guerra poi, passando per le imprese coloniali dell’italico impero, fino al secondo conflitto mondiale e alla Resistenza. E riconoscendosi infine in una medesima lingua: quella dell’eredità letteraria, certo, ma popolarizzata da quei grandi mezzi unificanti che sono stati la scolarizzazione obbligatoria da un lato, e i mezzi di comunicazione di massa dall’altro: dalla radio dei discorsi di Mussolini, alla Rai-Tv.

A questi va aggiunto un altro aspetto, oggi più importante che mai, che riguarda i movimenti delle popolazioni. Gli italiani si sono riconosciuti insieme emigranti, e sono stati trattati come italiani – e male, subendo le discriminazioni correlate a questa identificazione – innanzitutto all’estero: dove Veneti (la regione che in Italia ha prodotto più emigranti) e Siciliani, Piemontesi e Calabresi sono stati accomunati dalla stessa etichetta e, spesso, dallo stesso stigma. Poi è stata la volta delle migrazioni interne, dal Sud al Nord, che hanno mischiato e di molto le popolazioni italiche. E infine – nell’età della globalizzazione – c’è stato l’arrivo delle nuove immigrazioni.

Le emigrazioni (30 milioni di italiani che se ne sono andati in un secolo e mezzo di storia, in gran parte anche rientrati) hanno prodotto una nuova Italia fuori d’Italia: si calcolano in 50-60 milioni, infatti, i discendenti di italiani emigrati che vivono all’estero. E le immigrazioni, che oggi ammontano a quasi 5 milioni (tanti quanti gli italiani all’estero che mantengono cittadinanza e passaporto), ci dicono di nuovi futuri italiani che già vivono fra noi. Di questi oltre tutto quasi un milione sono i figli di immigrati residenti, nati qui, ma che solo in piccola parte hanno per ora acquisito la cittadinanza italiana, a causa della legge in materia più restrittiva d’Europa. E non crediamo sia un bene.

Da un lato infatti ci siamo sbracciati per consentire a persone che vivono altrove da decenni, e che in maggioranza continueranno a viverci, di sentirsi più italiani, votando per chi poi governa noi che stiamo qui. Dall’altro impediamo a chi qui ci è nato e ha studiato di essere pienamente italiano, non favorendo – è il minimo che si possa dire – la loro integrazione, e poi lamentandoci che non sono ben integrati. Dimenticando il monito del cardinal Martini: “è difficile sentirsi figli nella casa dei doveri se si è orfani nella casa dei diritti”.

L’integrazione è questione infatti di diritti e di doveri, di riconoscimento reciproco e di accoglienza, nei due sensi: anche di simboli, culture, religioni diverse (a cominciare dalle diversità interne: linguistiche, ad esempio). Ecco perché c’è – o ci dovrebbe essere – spazio per tutto: per l’italiano lingua comune e per la lingua d’origine (arabo, cinese o veneto che sia), e magari per l’inglese lingua degli scambi con il mondo; per la patria veneta, per la cittadinanza italiana, e per la comune appartenenza europea; per l’italiano cattolico, quello ateo, quello convertito al buddhismo, e per il neo-italiano sikh o musulmano. Per il tricolore e per San Marco, insieme alla nostalgia per il paese degli avi. Non sono in contraddizione, questi elementi, come non lo sono diversità e unità: E pluribus unum (“da molti, uno”) è il motto degli Stati Uniti, non a caso. Ed è chi li mette in contraddizione che rinnega la sua storia. Inclusa quella delle ‘piccole patrie’, che sono anch’esse frutto di innesti anche casuali, di inseminazioni disparate e di permeabilità profonde.

Forse oggi il problema è proprio questo: l’ignoranza delle proprie radici, della propria storia, e di come si è prodotta, l’appiattimento sul presente, la mancanza di prospettiva. Che – lo sappiamo bene guardando i nostri figli e parlando con i nostri concittadini – non è problema degli immigrati, ma di un’epoca. A cui tutti, e per tutti, dovremmo cercare di porre rimedio. Ritrovando insieme le ragioni dell’unità.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati, in “Il Mattino”, 17 marzo 2011, p. II (inserto speciale 150° anniversario)

Leave a Comment